Approfondimenti

Capaci di santità e di efficacissimo apostolato
 

Negli Istituti paolini di vita secolare consacrata fondati dal beato don Giacomo Alberione (1884-1971) si professano i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza e si compie dappertutto un apostolato generoso e penetrante.

 

PREMESSA

I cristiani laici possono professare i consigli evangelici con voti pubblici, perpetui o temporanei, in una comunità di un istituto religioso o restando nel mondo, nella fraternità di un istituto secolare, che non obbliga alla vita di comunità.

Come nella parabola evangelica del seminatore il buon seme cade nel buon terreno (cfr. Mt 13,1-9), così lo Spirito di Dio si effondeva all’inizio del secolo scorso nel fecondo alveo della mente e del cuore del giovane seminarista piemontese Giacomo Alberione (1884-1971), il quale dal medesimo Spirito sarebbe stato guidato a fondare le istituzioni che compongono la Famiglia Paolina, un’eredità notevole, costituita da cinque congregazioni religiose, quattro istituti di vita secolare, un’associazione di cooperatori.

Nella seconda metà degli anni ’50 egli avviava i quattro istituti paolini di vita secolare, dei quali due commemorano il cinquantesimo di fondazione [1958-2008]. I loro membri mirano alla santificazione personale e all’apostolato, professando i consigli evangelici con i voti di castità, povertà e obbedienza, vivendo in famiglia e operando nelle più diversificate professioni.

La loro vita spirituale e testimonianza cristiana sono alimentate quotidianamente dalla celebrazione eucaristica, la liturgia delle ore, l’adorazione eucaristica. Per gli aspiranti, i novizi e i membri dei rispettivi istituti sono organizzati Esercizi spirituali annuali e incontri periodici a carattere spirituale e formativo. Ogni Istituto pubblica una circolare per il collegamento, l’informazione e la formazione degli aderenti.

 

Fuori della sacrestia

Fin dagli anni dello studentato (1897-1907) il giovane seminarista Alberione si concentra nell’approfondire il profilo squisitamente “laico” dello stesso Cristo. Scriverà nel 1953 che in quegli anni di studio «meditò il gran mistero della vita laboriosa di Gesù di Nazareth. Un Dio che redime il mondo con le virtù domestiche e con un duro lavoro fino all’età di trent’anni».

Egli si convincerà che «il cristianesimo non è un complesso di cerimonie, di atti esterni, di inchini, ecc: è una vita nuova […]. È necessario che l’uomo sia cristiano non solo pel battesimo, non solo in chiesa; ma in casa, ma in famiglia, ma nella società». Per attuare questo tipo di pastorale, chiaramente “integrale”. Come prete, egli stesso esce dalla sacrestia, quasi esclamando: «Ma come è possibile far del bene a chi non si conosce? Come essere ricercati mentre non si è conosciuti?». Scrive nel primo decennio del secolo scorso, ribadendo il vangelo, che il parroco e «pastore di tutti» lascia «le novantanove pecorelle sicure per rintracciare l’unica smarrita». In altre parole, sostiene che per un sacerdote è troppo poco farsi santo, salvando se stesso, riducendo la propria vita e ministero alla messa e al breviario: equivarrebbe a vivere nel chiostro.

Come per l’avvio delle congregazioni religiose fondate dal lui nell’arco di un quarantennio egli è sollecitato da un documento del magistero della Chiesa, così pure per l’avvio degli Istituti di vita secolare è invitato, in questo caso, da più documenti: la costituzione apostolica Provida mater Ecclesia (2 febbraio 1947); il «motu proprio» Primo feliciter (12 marzo 1948), ambedue di Pio XII; l’istruzione Cum sanctissimus (19 marzo 1948) della Sacra Congregazione per i Religiosi, nei quali documenti è sancita la possibilità di vivere la vita consacrata, oltre che in una comunità religiosa, anche negli Istituti secolari, i cui membri non hanno l’obbligo della convivenza. Egli considera la Provida mater quale provvidenziale opportunità per allargare l’apostolato della Famiglia Paolina con l’avviare i suddetti Istituti.

 

Inseriti nel mondo

Nell’intero arco dell’anno 1958 don Alberione presenta diffusamente a voce e per scritto a paolini e paoline l’Istituto «San Gabriele Arcangelo», per uomini; l’Istituto «Maria Santissima Annunziata», per donne; l’Istituto «Gesù Sacerdote», per presbiteri diocesani.

Il 12 agosto 1958, al termine di un corso di Esercizi spirituali svolto a Balsamo (Mi) per alcune donne, egli accoglie 12 di loro in noviziato con le quali avvia l'Istituto «Maria Santissima Annunziata» (Annunziatine).

Il 12 settembre dello stesso anno in un corso di Esercizi spirituali per un gruppo di giovani ad Albano (Roma) egli invita a entrare in noviziato 7 di loro, con i quali fonda l’Istituto «San Gabriele Arcangelo» (Gabrielini).

I primi due istituti, già nella loro denominazione, sono un chiaro riferimento all’Annunciazione e al mistero dell’Incarnazione, nel quale essi si trovano inseriti, a prova della fede di don Alberione in questo mistero. Attorno agli anni sessanta egli assicurava oralmente ai primi Gabrielini: «Siete inseriti nel mistero dell’Incarnazione».

 

Nel numero del mese di ottobre 1958 di Vita Pastorale don Alberione fa pubblicare una comunicazione in cui s’informa il clero, cui giunge la rivista, sull’Istituto «Gesù Sacerdote» per presbiteri secolari (con alcuni dei quali avvierà l’Istituto nel 1959).

 

Don Alberione volle sempre una maggiore santificazione dei coniugi, consapevole che nel matrimonio e nel nucleo domestico voluti da Dio sbocciano la fede, le virtù umane e cristiane, gli stessi carismi ecclesiali e le vocazioni al matrimonio e alla vita consacrata. Egli nel promuovere la famiglia s’ispirava alla santa Famiglia di Nazareth. Gesù nasce a Betlemme e per lunghi anni vive in famiglia con Maria e Giuseppe.

Nello Statuto dei primi tre istituti paolini di vita secolare approvato nel 1960, egli fa inserire o consente che siano inseriti al Capitolo Secondo due articoli (13 e 14) che prevedono l’iscrizione all’Associazione dei primi tre Istituti «persone che sono legate da vincolo matrimoniale, ma che anelano al raggiungimento della perfezione cristiana, nel modo compatibile col loro stato». Egli infatti, aperto ai segni dei tempi, sta introducendo nella Chiesa la possibilità della professione dei consigli evangelici pure per persone sposate, superando il concetto che questa sia privilegio riservato ai religiosi, proprio perché celibi. Infatti è convinto dell’armonica unità tra verginità e sponsalità, consacrazione e matrimonio. Ritiene possibile una speciale consacrazione da parte dei coniugi, «purché in condizioni di adempiere i doveri».

 

All’approvazione, da parte della santa Sede, dei primi tre istituti «Maria Santissima Annunziata», «San Gabriele Arcangelo» e «Gesù Sacerdote» si giunge molto presto. Il 4 marzo 1960 don Alberione fa inoltrare alla Sacra Congregazione per i Religiosi la domanda per la loro approvazione. L’8 aprile 1960, in tempi brevissimi, ottiene il Decreto di approvazione dei tre Istituti e del loro primo Statuto per un decennio. L’approvazione verrà rinnovata il 22 giugno 1977 per un altro tempo di sperimentazione. Quella definitiva è del 30 marzo 1990.

In data 19 aprile 1982 il Superiore generale della Società San Paolo, don Renato Perino (1920-1995), chiede alla santa Sede che l’Associazione «Santa Famiglia» sia riconosciuta come opera propria della medesima congregazione e ne venga approvato lo Statuto. L’approvazione è data dalla Congregazione per i Religiosi il 19 giugno 1982. Questa approvazione verrà rinnovata il 19 marzo 1993.

 

Apostolato capillare

Nella loro condizione secolare e nell’ambito dei loro impegni sociali i membri di questi istituti vivono la consacrazione a Dio e testimoniano la fede cristiana mediante l’apostolato. I consigli evangelici fondati sull’insegnamento e il comportamento del divino Maestro (cfr. Mt 19,12) «sono generali e perfetti» (Tommaso d’Aquino), nel senso che racchiudono il radicalismo evangelico e costituiscono una forma stabile di vita data completamente a Dio per la edificazione della Chiesa, la salvezza del mondo, la perfezione della carità.

L’apostolato si caratterizza per la testimonianza cristiana, l’annuncio del vangelo, il servizio della carità «nel mondo con i mezzi del mondo, avvalendosi delle professioni, gli esercizi, i luoghi e le circostanze rispondenti alla propria condizione di secolari» (Provida mater, 6/II), a modo di fermento che permea ogni realtà di spirito evangelico per consolidare e far crescere il Corpo di Cristo.

In uno scritto di aprile 1958 il Fondatore assicura che i membri di questi istituti sono «capaci della maggior santità e di efficacissimo apostolato» nel mondo; portano tale perfezione «nel seno delle famiglie e della società e di tutte le attività umane»; rendono «enormemente agevole, esteso ed intensificato l’apostolato in innumerevoli ambienti, professioni e organizzazioni chiuse ordinariamente al religioso e ai sacerdoti»; danno «un aiuto efficacissimo in tempi di instabilità politica perché le persecuzioni non possono raggiungerli», non avendo abiti religiosi e distintivi particolari.

Chi aderisce alla vita degli istituti paolini si trova nelle comuni condizioni della secolarità e quindi più esposto ai pericoli del secolarismo e all’assunzione degli pseudo-valori che la società contemporanea presenta in forme a volte fortemente aggressive. Per di più, egli manca del sostegno di una comunità che lo accolga e di un orario ben determinato che lo agevola. Tutto è rimesso alla sua generosità e senso di responsabilità. Perché rimanga spiritualmente vivace e apostolicamente impegnato, si rendono indispensabili una solida formazione di base e una costante animazione.

Questi istituti sono “paolini” perché «opera propria della Società San Paolo», ossia governati dal Superiore generale e dai Superiori maggiori di questa congregazione mediante propri Delegati. I membri di questi istituti vivono la spiritualità della Famiglia Paolina, saldamente ancorata all’Eucarestia e alla Parola di Dio e coltivano un’intensa devozione per la persona di Gesù Maestro Via e Verità e Vita e di Maria Regina degli Apostoli, nello spirito dell'apostolo Paolo. In pari tempo testimoniano la fede cristiana occupandosi della divulgazione del messaggio evangelico secondo lo spirito apostolico della Società San Paolo, la quale li promuove e accompagna nel loro cammino di santificazione e apostolato. 

 

Aperti a un futuro di speranza

Gli Istituti paolini di vita secolare nella Famiglia Paolina, nella Chiesa e nella seconda metà del ventesimo secolo sono stati profezia, speranza e attuazione d’una esperienza di santità, di comunione e di apostolato. Si tratta di una testimonianza “snella” proprio perché “secolare”: liberata dalla religiosità eccessivamente istituzionalizzata; aperta provvidenzialmente alla valorizzazione delle realtà terrene, alla promozione umana e all’evangelizzazione, che si fondano sul mistero dell’Incarnazione.

Nella Chiesa la vita secolare nella quale si professano i consigli evangelici rappresenta un futuro di speranza almeno per questa importante ragione: perché nella vita spirituale e apostolica essa dissolve l’antico e reiterato conflitto attività - contemplazione, come pure la consueta separazione Chiesa - mondo.

 

Riferendosi alla vita spirituale e apostolica di questi Istituti, don Alberione assicura, che attività e contemplazione non possono che essere unite. Con ciò s’intende – egli dice – che chi lavora bene, con le dovute disposizioni, al fine immediato e necessario di guadagnarsi il pane col sudore della fronte, compie il santo volere di Dio, trasformando così il lavoro in preghiera. S’intende anche tenersi unito alla preghiera perenne della Chiesa […], che si prolunga nei secoli, che glorifica il Signore e fa piovere grazia e benedizione sull’umanità, anche sull’umanità più lontana da Dio […]. Vi sono anime che sono come una preghiera ambulante, che cammina […]; anime le quali non sanno pensare che del bene; anime che si tengono in contatto abituale con Dio dovunque si trovino: sul treno, sulla corriera, mentre cucinano o rigovernano, eccetera. In tutto quello che fanno c’è l’unione con Dio, che sarà più o meno sentita, ma che poco per volta diverrà sempre più sentita e renderà l’anima sempre più lieta, perché sentirà la sua unione con il Signore sempre più viva».

 

È la vita secolare di chi si consacra a Dio nel secolo che in modo particolare fa cadere la dicotomia Chiesa - mondo che la ecclesiologia del Concilio ha assolutamente superato, sulla base del comportamento del Signore, degli Apostoli e dei «settantadue» discepoli che sono nel mondo pur non essendo del mondo. Il beato Giacomo Alberione ha lasciato scritto: «Questi settantadue discepoli sono legati al tempo di Gesù, ma insieme sono anche il segno di tutti gli operai che il Signore risuscitato invia nel tempo della Chiesa. Quello che c’interessa in essi non è la funzione gerarchica, bensì il lavoro missionario. Attraverso questi discepoli la missione di Gesù raggiunge tutte le frontiere della storia giungendo alla sua pienezza nella mietitura escatologica […]. Gesù cammina con i suoi verso la mietitura e con essi indirizza tutto verso il Regno. In questo modo la missione dei discepoli si inserisce nella via di Gesù verso il Padre».