Approfondimenti

Laici in quanto non-chierici ad eccezione dell’Istituto Gesù Sacerdote
 

a) La parola laico viene dal greco λαϊκός (laikós = uno del popolo), dalla radice λαός (laós = popolo). Il termine cominciò ad usarsi in ambito religioso per indicare i fedeli  – il cui insieme è detto laicato – che, pur professando un dato culto, non sono appartenenti alla gerarchia o corpo sacerdotale detto anche clero, che viene dal greco kλήρος (clēros = sorte), a indicare coloro che sono “messi da parte” o “separati” o “sorteggiati” per il servizio del culto. Nella Chiesa cattolica si utilizza la denominazione di laico anche per gli appartenenti a Istituti di Vita consacrata, i quali non sono presbiteri, dal greco πρεσβύτεροι (presbùteroi = i più anziani), cioè non hanno ricevuto l'ordinazione sacerdotale. Il primo che parli con certezza di laici e chierici è Tertulliano al principio del III secolo.

 

b) Nel lessico corrente il termine laico è passato ad assumere il significato di "non credente", e quindi agnostico o ateo, benché quest'uso, non registrato dai dizionari, sia errato etimologicamente. È anche usato per indicare una persona che s’ispira ai valori del laicismo, nel senso che propugna la laicità dello Stato in quanto indipendente dall’ideologia religiosa in genere, in opposizione a clericale, con significato quest’ultimo tendenzialmente spregiativo. Ultimamente si è giunto a un uso ancora più ambiguo di laico e laicità, facendo ricorso ai termini laici-laici, per indicare laici “puri”, a-religiosi in teoria e di fatto, e atei devoti per segnalare persone che si dicono liberi da ideologie religiose ma solo a parole.

Per analogia estensiva, nel contesto di professioni specializzate il termine laico viene usato per riferirsi a chi non pratica la stessa professione.

 

c) Di recente, il vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti, scrivendo al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, denunciava, quale «logica iniqua dello scontro» che s’impone a tutt’oggi, «la cosiddetta questione che vuole distinti e distanziati, e non di rado contrapposti, “laici e cattolici”». Il prelato gli confidava di far fatica a smantellare «la consueta contrapposizione». Egli sostiene che la comunità civile non è composta di laici e di cattolici, ma di laici, che compongono «il popolo dei liberi cittadini». «La laicità sta infatti a indicare – prosegue il prelato – l’insieme dei valori civili condivisibili che costituiscono il fondamento di una vita democratica “civile” di alta qualità [...]. È proprio la laicità, quale minimo comune denominatore, che fa da garanzia del rispetto e della valorizzazione delle specificità. Da ciò deriva che anche il laico cattolico, non meno degli altri laici, è autorizzato ad esprimersi pubblicamente nella sua identità qualificante di cattolico, senza doversi criptare o censurare [...]. Il senso profondo di laicità esige anzitutto il rispetto del reale» (L’Arena, 14 ottobre 2007, p. 7).

 

d) Consideriamo il termine “laico” (“non chierico”) nel pensiero alberioniano e nel contesto della Famiglia Paolina, distinguendone alcune tipologie assunte in tale ambito:

– laici destinatari della missione della Famiglia Paolina;

– laici benefattori che sostengono le opere di don Alberione;

– laici collaboratori esterni o stipendiati che operano nell’organico della Famiglia Paolina, con la quale collaborano nella costruzione del regno di Dio con una mentalità di corresponsabilità e di Chiesa-comunione (a questa tipologia faceva parte Giovanni Battista Marocco, un diciannovenne chiamato da don Alberione come suo collaboratore per insegnare ai primi alunni l’arte tipografica e fare loro da assistente);

– laici cooperatori, appartenenti all’Associazione Cooperatori Paolini, fondata da don Alberione nel 1917;

– laici consacrati, che professano i consigli evangelici negli Istituti paolini di vita secolare consacrata, i quali partecipano, in modi e maniere diverse, allo spirito, alla vita, alla missione della Famiglia Paolina con un loro programma di vita nel secolo;

– laici religiosi Discepoli non presbiteri, che professano i consigli evangelici nella Società San Paolo.

«Partito con un progetto apostolico basato sul laicato – scriveva il paolino don Franco Pierini –, don Alberione sviluppa successivamente il discorso sulla cooperazione laicale, sul femminismo cristiano, sul laico consacrato attraverso la vita religiosa nel secolo, sulle varie iniziative ed associazioni che possono servire di appoggio all’apostolato della comunicazione sociale. A modo suo, don Alberione si è continuamente preoccupato di seguire il cammino del laicato nella storia della Chiesa del suo tempo, si è costantemente adeguato alle iniziative del magistero ecclesiastico, anche se, per ragioni cronologiche, non ha potuto tirare tutte le conseguenze delle aperture seguite al Concilio Vaticano II» [1].

 

e) Il termine consacrazione è riferito nel rito dell’Eucaristia all’atto di «consacrare» la materia del pane e del vino (cfr. CDC 27) e nel rito dell’Ordine a quello di costituire i «ministri sacri», i quali «sono consacrati e destinati a pascere il popolo di Dio» (CDC 1008). La consacrazione si attua pure nel rito dei sacramentali per «le consacrazioni e le dedicazioni» (CDC 1169) e in quello dei sacri oli «consacrati o benedetti dal Vescovo» (CDC 847 § 1).

Nella costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II Lumen Gentium si afferma che nella professione dei consigli evangelici (cfr. 16), avvenuta per vocazione divina (cfr. 15) e pubblica per il riconoscimento della Chiesa (cfr. 17, 31), «il fedele […] si dona totalmente a Dio sommamente amato, così da essere con nuovo e speciale titolo destinato al servizio e all’amore di Dio. Col battesimo è morto al peccato e consacrato a Dio; ma per poter raccogliere un frutto più copioso della grazia battesimale […] nella carità e nella perfezione del culto divino, si consacra più intimamente a Dio. Questa consacrazione sarà tanto perfetta quanto più solidi e stabili sono i vincoli con i quali è rappresentato Cristo indissolubilmente unito alla Chiesa sua sposa» (44)

Il decreto conciliare Perfectae caritatis aggiunge che «i membri di qualsiasi istituto [...], non solo morti al peccato (cfr Rm 6,11) ma rinunziando anche al mondo [2], vivono per Dio solo. Tutta la loro vita, infatti, è stata posta al servizio di Dio e ciò costituisce una speciale consacrazione che ha le sue profonde radici nella consacrazione battesimale e ne è un’espressione più perfetta» (5). 

«Gli Istituti secolari, pur non essendo istituti religiosi, comportano una vera e completa professione dei consigli evangelici nel secolo, riconosciuta dalla Chiesa […], ciò conferisce agli uomini e alle donne, ai laici e ai chierici che vivono nel secolo una consacrazione […]. Tali istituti conservino la loro propria particolare fisionomia, cioè quella secolare per essere in grado di esercitare efficacemente e dovunque il loro specifico apostolato nel mondo, e, per così dire, “dal mondo”, che è il fine specifico per cui sono sorti […]. Sappiamo che non potranno assolvere un compito così importante se i loro membri non riceveranno una tale formazione nelle cose divine e umane da diventare realmente fermento nel mondo destinato a dare vigore e incremento al corpo di Cristo […]. Necessaria, pertanto, una istruzione spirituale e sviluppare ulteriormente la loro formazione» (PC 11).

La vita consacrata mediante la professione dei consigli evangelici fondati sull’insegnamento e il comportamento del divino Maestro (cfr. Mt 19,12; CDC 575) «sono generali e perfetti» (S.Th. I-II, q. 108) nel senso che racchiudono il radicalismo evangelico e costituiscono una forma stabile di vita data completamente a Dio per la edificazione della Chiesa, la salvezza del mondo, la perfezione della carità (cfr. CDC 573). Il servizio a Dio e alla Chiesa si esprime nell’apostolato proprio secondo il CDC (cfr. cann 713s; 722 § 2) e lo Statuto del proprio Istituto (cfr. nn 27-30). Infatti «con la professione dei Consigli si ha l’incorporazione all’Istituto: temporanea, dopo il noviziato, e definitiva (cfr. CDC 723; Statuto, artt. 44-46). Nella Provida mater si legge che l’incorporazione sia «stabile, mutua e piena» (art. II § 3, 1-2; cfr. PF 11-12). La professione dei Consigli evangelici è pubblica perché i voti di povertà, castità e obbedienza sono «riconosciuti e sanciti dalla Chiesa» (CDC 207 § 2) e si emettono in un istituto approvato ufficialmente da essa. 

 



[1] F. PIERINI, «Laici e Famiglia Paolina. Pensiero e prassi di don Alberione», in I laici nella e con la Famiglia Paolina. Atti del VI e del VII Incontro dei Governi generali della Famiglia Paolina, Ariccia, 2-6 luglio 1988 e 5-11 febbraio1989, a cura di Luigi Giovannini SSP, Casa Generalizia SSP, Roma 1989, pp. 208 (uso manoscritto), p. 143.

[2] Qui per «mondo» s’intende non il contesto secolare, ma il mondo che si oppone a Dio (cfr. Gv 7,7), che tuttavia Dio ama (cfr. Gv 3,16) e che Gesù non condanna ma è venuto a salvare (cfr. Gv 12,47).