Approfondimenti

Natura, indole e denominazione degli istituti
 

Non di rado nella Famiglia Paolina e fra i membri degli Istituti paolini si fa confusione sulla natura, l’indole e la denominazione degli stessi Istituti. Vediamo allora cosa sono.

Don Juan Manuel Galaviz, Delegato generale per gli Istituti paolini, ne ha presentato di recente una denominazione “aggiornata” definendoli: «Istituti di vita secolare consacrata». Egli documenta che l’uso di questa nuova formula «è stato proposto per la prima volta ai Superiori di Circoscrizione della Società San Paolo, in occasione del loro incontro ad Ariccia in ottobre del 1999; la stessa proposta fu ribadita ai partecipanti all’Intercapitolo nel 2001. La nuova formula fu adottata in modo pratico nell’VIII Capitolo Generale. È interessante far notare – puntualizza don Galaviz – che nel Breve Pontificio di Giovanni Paolo II riguardante la Beatificazione di Don Giacomo Alberione il 27 aprile 2003, troviamo questa nuova denominazione: Testo in latino: “eas praeter religiosas Congregationes, quattuor condidit[1] Instituta vitae saecularis consecratae”[2]».

 

Istituti                                               

a) Composti di laici in quanto “non-chierici” (ad eccezione dell’Istituto «Gesù Sacerdote»)  

b) Secondo il diritto civile essi sono «Enti riconosciuti come persone giuridiche»[3].

c) Secondo il diritto canonico quelli fondati da don Alberione non sono Istituti religiosi, i cui membri vivono in comunità; né Istituti secolari. Anche se il Fondatore nelle sue esortazioni orali o scritte li denominava sovente «Istituti secolari», gli Istituti da lui fondati non lo sono, perché sono fraternità giuridicamente autonome senza obbligo alla vita in comunità. 

per fraternità s’intende la relazione-comunione interpersonale dei membri di un Istituto, che si può costituire indipendentemente dalla convivenza. 

per comunità s’intende convivenza spazio-temporale obbligante, tant’è che il Codice di Diritto Canonico richiede, per costituire una comunità, almeno un «oratorio», ossia un luogo dove radunarsi per pregare (cfr. can. 608);

 

Paolini

Nel decreto di approvazione dell’8 aprile 1960 (Prot. N. 11706/60) non si fa riferimento a Istituti, ma a «una peculiare Associazione per Sacerdoti, per uomini e per donne [...], divisa in tre sezioni e senza un governo proprio [sine forma corporis organici]»: tale è presentata dal Fondatore per l’approvazione e tale poi dalla santa Sede è approvata, «divisa in tre sezioni, come “opera propria” della predetta Società». Pertanto il Decreto impone e garantisce l’obbligo dell’unità interna degli Istituti in quanto associazione, come pure l’unità con la Società San Paolo, dalla quale dipende giuridicamente in quanto «opera propria» di essa. E ciò in conformità al documento Cum Sanctissimus (18b) e all’attuale Codice di Diritto Canonico (can 580).

Quando dunque si dice «Paolini» s’intende che questi Istituti sono della Società San Paolo e giuridicamente non autonomi, poiché governati dal Superiore generale e dai Superiori maggiori di questa congregazione. Infatti il Fondatore intese porli «sotto la guida dei Superiori della Società San Paolo» (UPS I, 20), quali suoi «membri esterni» (ivi I, 383). «Questi tre Istituti secolari – raccomandava don Alberione nel 1960 – formano come un’unione paolina; sono aggregati alla Pia Soc. S. Paolo e sono definitivamente approvati; in primo luogo cooperano ad essa nel mondo; emettono i tre voti ordinari, che praticano a norma dei documenti pontifici, sotto la guida dei Superiori della Pia Società San Paolo» (UPS I, 20).

 

Sotto il profilo spirituale, vivono la spiritualità della Famiglia Paolina, saldamente ancorata all’Eucarestia e alla Parola di Dio e coltivano una intensa devozione per la persona di Gesù Maestro, Via, Verità e Vita, e di Maria Regina degli Apostoli, nello spirito dell'apostolo Paolo.

 

Di vita secolare.

A completamento del punto 3, di cui sopra, va detto che “Istituto di vita secolare” e “Istituto secolare” sono giuridicamente della stessa indole, ovvero non obbligano alla convivenza. Per i nostri istituti si usa la formula «di vita secolare», che include la fraternità ed esclude la convivenza e l’autonomia direttiva.

Dal punto di vista teologico-spirituale nella LG si afferma che «il carattere secolare è proprio e particolare ai laici […]. Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Essi vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli gli impieghi e gli affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio della loro funzione propria e sotto la guida dello spirito evangelico e, in questo modo, a rendere visibile Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro vita e col fulgore della fede, della speranza e della carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le realtà temporali, alle quali essi sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo e crescano e siano di lode al Creatore e al Redentore» (31).

Dall’attributo “secolare” si esclude ovviamente il significato “negativo” che si dà talvolta anche a “mondo”, ossia la qualifica di “mondano” e di “autonomia mondana”, rispetto al sacro, al religioso, all’ecclesiale.

 

Consacrata

Il termine consacrazione è riferito nel rito dell’Eucaristia all’atto di «consacrare» la materia del pane e del vino (cfr. CDC 27) e nel rito dell’Ordine a quello di costituire i «ministri sacri», i quali «sono consacrati e destinati a pascere il popolo di Dio» (CDC 1008). La consacrazione si attua pure nel rito dei sacramentali per «le consacrazioni e le dedicazioni» (CDC 1169) e in quello dei sacri oli «consacrati o benedetti dal Vescovo» (CDC 847 § 1).

 

Nella Provida mater è scritto che gli Istituti secolari «possono con facilità essere utili per una pratica seria della vita di perfezione in ogni tempo ed in ogni luogo; in più casi, gioveranno per abbracciare tale vita di perfezione, quando la vita religiosa canonica non è possibile o conveniente; per rinnovare cristianamente le famiglie, le professioni e la società civile, con il contatto intimo e quotidiano di una vita perfettamente e totalmente consacrata alla perfezione; per l’esercizio di un apostolato multiforme e per svolgere altri ministeri in luoghi, tempi e circostanze in cui i Sacerdoti e i Religiosi o non poterebbero esercitarli affatto o molto difficilmente» (n. 10).

Nella costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II LG si afferma che nella professione dei consigli evangelici (cfr. 16), avvenuta per vocazione divina (cfr. 15) e pubblica per il riconoscimento della Chiesa (cfr. 17, 31), «il fedele […] si dona totalmente a Dio sommamente amato, così da essere con nuovo e speciale titolo destinato al servizio e all’amore di Dio. Col battesimo è morto al peccato e consacrato a Dio; ma per poter raccogliere un frutto più copioso della grazia battesimale […] nella carità e nella perfezione del culto divino, si consacra più intimamente a Dio. Questa consacrazione sarà tanto perfetta quanto più solidi e stabili sono i vincoli con i quali è rappresentato Cristo indissolubilmente unito alla Chiesa sua sposa» (44)

Il decreto conciliare PCs aggiunge che «i membri di qualsiasi istituto [...], non solo morti al peccato (cfr Rm 6,11) ma rinunziando anche al mondo[4], vivono per Dio solo. Tutta la loro vita, infatti, è stata posta al servizio di Dio e ciò costituisce una speciale consacrazione che ha le sue profonde radici nella consacrazione battesimale e ne è un’espressione più perfetta» (5). 

 

I consigli evangelici fondati sull’insegnamento e il comportamento del divino Maestro (cfr. Mt 19,12; CDC 575) «sono generali e perfetti» (S.Th. I-II, q. 108) nel senso che racchiudono il radicalismo evangelico e costituiscono una forma stabile di vita data completamente a Dio per l’edificazione della Chiesa, la salvezza del mondo, la perfezione della carità (cfr. CDC 573).

 

I membri degli Istituti secolari «con la professione dei consigli evangelici mediante voti […] riconosciuti e sanciti dalla Chiesa, in modo speciale sono consacrati a Dio e danno incremento alla missione salvifica della Chiesa» (CDC 207 § 2). Infatti la vita secolare consacrata da essi abbracciata è essenzialmente vita «religiosa quanto alla sostanza» (PM 9; PF II), poiché ne conserva l’elemento fondamentale, ossia il tendere alla perfezione della carità mediante la pratica dei tre consigli evangelici in una fraternità approvata dalla Chiesa[5]. Il servizio a Dio e alla Chiesa si esprime nell’apostolato proprio secondo il CDC (cfr. cann 713s; 722 § 2) e lo Statuto del proprio Istituto (cfr. nn 27-30). Infatti «con la professione dei Consigli si ha l’incorporazione all’Istituto: temporanea, dopo il noviziato, e definitiva (cfr. CDC 723). Nella Provida mater si legge che l’incorporazione sia «stabile, mutua e piena» (art. II § 3, 1-2; cfr. PF 11-12). La professione dei Consigli evangelici è pubblica perché i voti di povertà, castità e obbedienza sono «riconosciuti e sanciti dalla Chiesa» (CDC 207 § 2) e si emettono in un istituto approvato ufficialmente da essa. 

 

Gli Istituti paolini sono di vita consacrata perché i loro membri professano i consigli evangelici (Statuto, artt. 44-46) come tutti i religiosi, pur non essendo Istituti religiosi, come si è già detto.

 

Apostolato

Secondo il diritto canonico «i membri di tali istituti [secolari] esprimono e realizzano la propria consacrazione nell’attività apostolica e a modo di fermento si sforzano di permeare ogni realtà di spirito evangelico per consolidare e far crescere il Corpo di Cristo» (CDC can. 713 § 1). L’apostolato si caratterizza per la testimonianza cristiana, l’annuncio del vangelo, il servizio della carità «nel mondo con i mezzi del mondo, avvalendosi delle professioni, gli esercizi, i luoghi e le circostanze rispondenti alla propria condizione di secolari» (cfr. PM 6/II).

 

In un articolo apparso nella circolare interna San Paolo nel mese di aprile del 1958 don Alberione riprende la Provida mater rimarcando i «vantaggi grandi» che apportano tali Istituti, i quali offrono la vita di perfezione «a persone altrimenti impedite» di parteciparvi e che tuttavia essi sono «capaci della maggior santità e di efficacissimo apostolato» nel mondo; portano tale perfezione «nel seno delle famiglie e della società e di tutte le attività umane»; rendono «enormemente agevole, esteso ed intensificato l’apostolato in innumerevoli ambienti, professioni e organizzazioni chiuse ordinariamente al religioso e ai sacerdoti»; danno «un aiuto efficacissimo in tempi di instabilità politica perché le persecuzioni non possono raggiungerli», non avendo abiti religiosi e distintivi particolari.

Riferendosi poi al fatto che «gli Istituti religiosi meglio organizzati ed attivi» abbiano «provveduto a fondare diverse associazioni ed Istituti secolari più o meno segreti, facendoli vivere del loro spirito e del loro apostolato, dei quali si servono largamente», il Fondatore è persuaso che anche «la Famiglia Paolina nel suo specifico fine con simile ausilio troverebbe molto potenziato il suo apostolato e accresciuta la sua influenza».

Troviamo poi questo riferimento puntuale: «L’Istituto di San Gabriele prende il nome da San Gabriele Arcangelo perché vuole formare e avviare i suoi membri ad una vita apostolica di penetrazione» (CISP 1302s).

L’apostolato dei Gabrielini e delle Annunziatine s’ispira all’Annunciazione e al mistero dell’Incarnazione, che ne specifica l’identità carismatica e la missione, perché essi svolgono un apostolato di annuncio evangelico e di penetrazione cristiana nell’ambiente dove vivono e operano (cfr. CISP 1302). Questi due Istituti, già nella loro denominazione, sono un chiaro riferimento all’Annunciazione e al mistero dell’Incarnazione, nel quale essi si trovano inseriti come le due ali dello stesso mistero, in cui don Alberione ha una fede ardente. Egli scrive che i “Gabrielini” e le “Annunziatine” sono così denominati «secondo il primo mistero della Redenzione» (CISP 1305). Molto più avanti nel tempo, il 3 febbraio 2007, il santo Padre Benedetto XVI spiegherà a una folta rappresentanza degli Istituti secolari come il mistero dell'Incarnazione (cfr. Gv 3,16) rende «luogo teologico» l’inserimento dei membri di questi Istituti nelle vicende umane, non in contrapposizione, ma dentro e attraverso la storia degli uomini[6].

 

Si può dire che tutte le forme di apostolato sono possibili ai membri di questi due Istituti: «Si noti che il secondo fine degli Istituti […] San Gabriele Arcangelo e Maria SS. Annunziata è molto ampio – precisava il Fondatore il 3 agosto 1959 –; si può dire che vi è compreso ogni apostolato, dalla unione delle anime vittime all'azione politica del cristiano» (CISP 1311). «Ognuno si sceglie il suo apostolato» (MCS, p. 71).

Questi due Istituti sono visti dal Fondatore anche in funzione antiateistica e antimaterialistica, data «la necessità di nuove vie per salvare l’umanità dal materialismo, dall’ateismo e dai residui dell’anticlericalismo massonico». Infatti «il Sacerdote non può penetrare in tutti gli ambienti sociali – scrive don Alberione – e per certi ceti di persone si è creata una nette separazione tra l’azione benefica, apostolica e salvatrice del clero cattolico e il sistema di vita di molti laici. Gli Istituti Secolari rispondono, quindi, a un bisogno dell’ora presente, con forme nuove e assai adatte alle nuove necessità»[7].

Pertanto, egli aggiunge che «non dobbiamo lasciarci superare dalle iniziative dei nemici della Chiesa. Il comunismo ateo, ad esempio, trova la sua potente forza di penetrazione, attraverso un’azione capillare che non trascura nessuna circostanza, nessun ceto sociale, nessuna anche piccolissima borgata»[8].

Mi limito a completare il discorso accennando al ministero del sacerdote che fa parte dell’Istituto «Gesù sacerdote».




[1] È chiaro che il verbo «condidit (fondò)» ۚusato qui non avalla l’ipotesi che l’Istituto «Santa Famiglia» sia stato fondato da don Alberione in persona. Sappiamo infatti, che al Papa erano state fornite informazioni che tale istituzione fosse stata “fondata” dall’Alberione. Egli non fece altro che adeguarsi in buona coscienza nell’usare il termine «fondò».

[2] «Oltre le Congregazioni religiose, fondò, anche quattro istituti di vita secolare consacrata».

[3] L’Istituto «San Gabriele Arcangelo» è «Ente riconosciuto come persona giuridica» con D.P.R. del 29.03.1995, n. 1134, registrato alla Corte dei Conti il 27.09.1995 (reg. 52, foglio n. 119).

[4] Qui per «mondo» s’intende non il contesto secolare, ma il mondo che si oppone a Dio (cfr. Gv 7,7), che tuttavia Dio ama (cfr. Gv 3,16) e che Gesù non condanna ma è venuto a salvare (cfr. Gv 12,47).

Gesù Cristo viene nel mondo (cfr. Mt 1,18s; Lc 1,26s; Gv 1,14), che come creatura è cosa «molto buona» (Gen 1,31, Gv 8,12; Rm 14,14.20; 1Tm 4,4s), perché opera di Dio (cfr. Gen 1,1 – 2,4; Gb 38,1-18; Sal 19,2s; Sal 104) e dimora di Dio (cfr. Sal 102,20; 104,3; Is 66,1), e inoltre perché Dio lo ama (cfr. Gv 3,16) e Gesù ne fece parte (Cfr. Gv 19,14.22).

Non per giudicare e condannare il mondo (cfr. Gv 12,46s) e il tempo presente (cfr. Mt 13,38s; 24,3; Gv 8,23; 18,36), anche se il Signore lo dovrà fare alla fine del tempo perché il male vi è entrato per opera del diavolo (cfr. Gn 3) e dell’uomo (cfr. Rm 5,12; Gal 1,4), per cui il mondo è una società di peccatori (cfr. Mt 18,7; Gv 12,31; 16,8; 17,9.14; 1Cor 1,20; 2,12; 11,32; Ef 2,2; Eb 11,7; Gv 1,27; $,4; 1Gv 2,15s) che rifiuta la salvezza, perseguita Gesù (cfr. Gv 7,7; 12,30s), condanna lui (cfr. 1Cor 11,32) e i suoi discepoli (cfr. Gv 15,18; 17,14) che sono agnelli costretti a piangere per le persecuzioni (cfr. Gv 16,20), mentre i figli di questo mondo sono allegri, scaltri (cfr. Lc 16,8) e lupi rapaci (cfr. Mt 10,16; Lc 10,30).

Ma per salvare il mondo (cfr. Gv 12,47) perché esso è sottoposto a satana (cfr. Gv 12,31), per cui non conosce Dio (cfr. Gv 17,25), è bisognoso di salvezza (cfr. Gv 1,29; 3,16s; 4,42; 6,33; 12,19; Rm 5,12; 2Co4r 1,12; 5,19; 1Gv 2,2); attende la redenzione definitiva (cfr. Rm 8,19):

Il mondo non ha nessuna presa su Gesù (cfr. Gv 14,30), perché stolta è la sua sapienza (cfr. 1Cor 1,20s), che di fronte a Dio è follia (cfr. 1Cor 3,19; Gc 3,24)s) e inimicizia (cfr. Gc 4,4) e si dilegua (cfr. 1Cor 7,31s), per cui Gesù e i discepoli sono nel mondo ma non del mondo (cfr. Gv 17,16), essendo prudenti come serpenti e semplici come colombe (cfr. Mt 10,16), attendendo la sentenza di Dio contro il mondo (cfr. Sap 4,20 – 5,14.17; Is 66,16; Gl 4,12s; Gv 16,8s), il giudizio finale contro l’umanità in cui verranno separati capri e agnelli (cfr. Mt 12,36; 25,31-46) e i santi giudicheranno il mondo (cfr. 1Cor 6,2).

[5] Cfr. PF n. V; BEYER, Gli Istituti secolari, Città Nuova, Roma, 1964, pp. 205-214.

[6] Sabato, 3 febbraio 2007, il santo Padre Benedetto XVI pronuncia un discorso nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano ricevendo in udienza i membri della Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari a Roma in occasione del Simposio Internazionale organizzato per il LX anniversario della promulgazione della costituzione apostolica Provida mater Ecclesia.

[7] Ivi, 1302.

[8] Ivi, 1303.