Approfondimenti

Casti, poveri, obbedienti
  Catechesi negli Esercizi spirituali
agosto 2009



Premessa

 

1. Noi creature siamo richiesta per natura; Dio è Dono per natura. Dio si realizza nell’essere Amore e nel donarlo gratuitamente, prima ancora che venga richiesto: «Passai vicino a te e ti vidi […]. Stesi il mio mantello su di te […], ti feci un giuramento, strinsi con te un’alleanza» (Es 16,6.8). La ragione e la felicità d’essere Dio sta dunque nel suo donarsi. «Nulla che debba sentirsi escluso dal tuo infinito abbraccio – scriveva con parole sublimi padre Turoldo –: nessuna creatura, nessun essere vivente. Cosa nascondi, Signore, sotto questa passione per la tua alleanza [...], passione che ti fa geloso fino alla follia: passione che ti perderà?»[1].

 

 

2. Chi segue il Cristo intende anzitutto ricevere da lui ciò che non trova altrove. Anche il prossimo chiede per lo più amore umano, ma in fondo vuole sperimentare l’amore senza prezzo che viene da Dio.

3. Professare e osservare i Consigli di castità, povertà e obbedienza significa essere pienamente saziati da Dio. Il consacrato sperimenta la pienezza di vita, di bene e di amore che è Dio Padre e Figlio e Spirito Santo; ne trabocca, per condividerla al prossimo, dopo averla ricevuta; si pone a disposizione di Dio, della Chiesa, degli altri come tra due amori: quello che viene dall’Alto come fonte e alimento; quello che è chiesto dal prossimo.

3. In realtà noi consacrati non possiamo né dobbiamo amare, se prima non ci lasciamo amare dal Signore perché questo amore trabocchi in noi che lo travasiamo negli altri. Siamo dunque i rigagnoli attraverso i quali passa l’amore divino.

Più che ad operare dei doveri e delle rinunce, siamo attratti dall’Unicità di Dio e visceralmente mossi a renderne partecipi anche gli altri «pecore che non hanno pastore» (Mc 6,14).

 

Casti

1. Chi professa il voto di castità si è liberato di eventuali patologie di tipo genitale, sessuale, affettivo. Ha ben definita la propria identità di genere, l’apprezza.

 

2. Riconosce, senza alcun rammarico e con rendimento di grazie a Dio, l’altrui realtà sponsale, coniugale, paterna, materna e familiare.  «Solo gli “amanti” conoscono Dio [...]. Non già io immagine di Dio, o tu immagine di Dio; ma io e te insieme: umanità composta nell’amore. Come il primo uomo e la prima donna»[2].

Nel sacro vincolo del matrimonio infatti nostro Signore stringe a sé l’uomo con le braccia della donna che gli vive a fianco; bacia la donna con le labbra di suo marito; esprime la divina tenerezza ai figli con i teneri gesti dei genitori e ai genitori con le carezze dei figli. Dio è negli occhi dei padri e delle madri come pure nello sguardo limpido dei loro bambini

 

3. Il percorso formativo condurrà il consacrato ad accogliersi integralmente come dono gratuito di Dio, a vedersi con gli occhi di Dio, a sentirsi e ad appartenersi con il cuore di Dio. La castità come verginità è anzitutto accoglienza totale di sé: «Un corpo mi hai dato» (Eb 10,5); come pure è dono di «tutto il cuore, tutta l'anima, tutte le forze» (Dt 6,5), tutte le potenzialità e i doni connessi alla sessualità umana, per un progetto divino nel quale esprimerle a un “altro” livello, pienamente in Dio. «Eri dovunque – parla padre Turoldo a Dio –. E gli altri intanto si baciavano solo sulla bocca, ma io ti mangiavo e ti bevevo tutte le mattine nell’Eucaristia»[3].

 

4. Il Figlio «unigenito Dio nel seno del Padre» (Gv 1,18), colmo e sazio di ogni bene, poté disporre di tutto se stesso, anima e corpo, per essere libero di donarsi: «Questo è il mio corpo dato per voi». Essendo colmato da Dio, il cuore del consacrato ha la capacità di amore maturo e adulto, così da accendersi di carità verso Dio e verso tutti. Il Gabrielino accoglie e professa il Consiglio evangelico della castità «come un insigne dono della grazia», per avere «libero in maniera speciale il cuore» (PC 12) (cfr. art. 12).

 

5. Nel voto di castità «non si dà al Signore il frutto soltanto, ma anche la pianta»[4] (cfr. art. 14), non perché Dio ne debba cogliere per indigenza, ma perché così facendo siamo sicuri di non essere né spogliati né devastati inutilmente.

«Queste forze – assicura il Fondatore – o si consumano nobilmente da veri uomini, o si consumeranno non al servizio di Dio, ma nella schiavitù dell’egoismo e del soldo; non nell’amore di Dio, ma nella servitù della carne; non nella conoscenza di Dio e delle cose che sono di sua volontà, ma nella vanità, e in quello che finisce» (CISP 1080).

 

6. La castità «è una «speciale sorgente di fecondità spirituale nel mondo» (LG 42). Essa non costringe assolutamente il cuore alla solitudine ma lo dilata come carità ardente e paterna, ricevuta e condivisa.

In forza della sua umanità e consacrazione battesimale, il consacrato nel celibato sceglie di collaborare all’opera del Salvatore che continua a rigenerare nello spirito uomini e donne mediante la paternità e maternità della Chiesa.

Il consacrato mediante la testimonianza, l’annuncio e una totale libertà rigenera lo spirito delle persone che gli vivono a fianco. Tale scelta non si oppone né avvilisce la sua umanità e potenzialità, già sacrosante. In questo gli è di esempio san Paolo, «Padre, maestro, esemplare, fondatore» (AD 2) della Famiglia Paolina, il quale ammoniva i suoi «figli carissimi, generati in Cristo Gesù mediante il vangelo», a farsi suoi «imitatori» nel diventare padri e madri di figli spirituali che «diecimila maestri» non riuscirebbero mai a generare (cfr. 1Cor 4,14ss).

Confidava padre Turoldo: «Tu non sai cosa sia il silenzio né la gioia dell’usignolo che canta, da solo nella notte; quanto beata è la gratuità, il non appartenersi ed essere solo ed essere di tutti e nessuno, lo sa e ti crede. Oh, se per grazia un giorno, creature mie, allora non riderete di questa tenerezza imperiosa: come Dio vi porterei sulle braccia»[5]

 

7. Coscienti della propria fragilità, i Gabrielini avranno un atteggiamento di serena prudenza nei rapporti con le persone, attingendo dalla natura e dalla grazia un sano equilibrio personale (cfr. PC 12) (cfr. art. 13).

La fiducia nell’aiuto divino senza presumere delle proprie forze e senza trascurare i mezzi naturali che giovano alla sanità mentale e fisica per la propria maturità psicologica e affettiva, come pure la custodia dei sensi, rende possibile la «perfetta continenza nel celibato» (CDC 599), la fedeltà alla professione del voto e la pratica del vero amore fraterno.

«È il cuore che bisogna custodire – esortava il Fondatore –. Esaminare, guidare il cuore è la massima importanza»; poi aggiungeva: «Ogni mattina, nella rinnovazione del sacrificio di Gesù, affiggo alla medesima sua croce il mio essere, rinnovando i tre voti»; infine concludeva: «Chi vuole portare gli uomini alla purezza dei costumi deve essere casto, vergine» (VA 428, 425, 426).

 

8. La fede, la speranza e la carità come doni dall'Alto ci assicurano che quanto è impossibile a noi uomini è possibile a Dio. Come recita l’art. 13,1, ogni gabrielino, per essere fedele al voto di castità,

– si nutrirà con fede dell'Eucaristia, desiderando «che Dio agisca in lui per farlo giungere nello Spirito alla piena maturità di Cristo» (DC 7; cfr. Gv 6,63);

– coltiverà una filiale devozione a Maria, nella quale «troverà esuberanza di gioia, consolazione purissima e fecondissima che lo ricompenserà abbondantemente di quan­to ha lasciato» (MRA 228);

– vivrà un clima di sana amicizia, modellando la sua vita sull'esempio del Maestro Divino, che amò tutti per conquistarli all'amore del Padre (cfr. Mt 4,23);

– eviterà i pericoli, specie quelli che possono provenire dai mass-media (cfr. IM 2), non presumendo «delle proprie forze» (PC 2) e ricordando quanto dice l'Apostolo: «Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere» (1Cor 10,12);

– si eserciterà in una serena ascesi personale: «Chi vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34).

 

9. Nell’articolo s’indicano gli strumenti proposti con insistenza dai santi e dai padri spirituali che li hanno utilizzati in chiave di amore con effetti positivi. La castità consacrata orienta l’istinto, l’affetto e, la libertà a un amore di Dio indiviso e a una intensa vita fraterna in «un clima di sana amicizia». Per attuarla si richiedono «una serena ascesi personale», forti interessi, motivazioni e coinvolgenti almeno come quella di un padre per i figli.

 

Povertà

1. Chi segue il Cristo che «ricolma di beni gli affamati» (Lc 1,53) vive una forte esperienza di sazietà globale (cfr. Sal 22,27; Mt 11,5), non sente il bisogno di accaparrarsi beni e averi eccessivi né assolutizza denaro e ricchezze (cfr. Mt 6,19-22), «che tignola e ruggine consumano» (Mt 6,16; Ap 3,17ss).

Egli è “naturalizzato” “povero”, “ultimo” e “credibile” soprattutto perché distaccato dai soldi e abbandonato in Dio, il quale nutre gli uccelli del cielo, veste i gigli del campo e sa ciò di cui ha bisogno (cfr. Mt 61ss). Si spoglia quindi di quanto impedisce questo abbandono e dispone solo di ciò che basta per la propria autonomia economica.

 

2. Professando il Consiglio evangelico della povertà apprezza le realtà e i valori terreni, che sono «molto buoni» (cfr. Gen 1,31) e nei quali si rivela Dio, poiché «ciò che è noto di Dio è manifesto all'intelligenza mediante le opere da lui fatte» (Rm 1,19s). Tuttavia non gli bastano in se stesse, anche se le accoglie come impronte della rivelazione e dell’amore divino.

 

3. Si apre al dono di Dio con una totale libertà di spirito rispetto ai beni del mondo sull'esempio di Gesù Cristo: «Ecco, il tuo re viene povero» (Zc 9,9); «Il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20); «Spogliò se stesso» (Fil 2,6); «Per voi Gesù Cristo, ricco qual era, s'è fatto povero per arricchirvi mediante la sua povertà» (2Cor 8,9).

 

4. Il Gabrielino segue le orme di san Paolo, unicamente ricco di Dio: «Ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione; ho imparato a essere povero e ho imparato a essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all'abbondanza e all'indigenza. Tutto posso in colui che mi dà forza» (Fil 4,11ss), «accettando con gioia di essere spogliato in vista di una ricchezza migliore» (cfr. Eb 10,34).

 

5. Dice il Fondatore che il consacrato preferisce «la povertà alla ricchezza» (P 113s), perché è attratto dal Cristo, povero «dalla sua nascita nella misera grotta, fino alla morte sul Calvario, disteso sul durissimo letto della croce» (VA 437; cfr. 440, 444, 448, 465).

Egli spiega che i beni del mondo sono funzionali: «Le cose terrene sono come i banchi della chiesa, cioè debbono servirci unicamente per servire il Signore» (VA 439; cfr. 442, 449). E continua: «San Paolo dice che quelli che corrono nello stadio non si caricano di fagotti e valigie, ma vestono solo il necessario per essere più spediti nella corsa. Le anime che amano veramente la povertà corrono più spedite» (ivi 457).

 

6. «Con la professione del Consiglio evangelico della povertà, i Gabrielini rinunciano alla facoltà di usare e di disporre liberamente di qualunque bene proprio, stimabile in denaro, senza però rinunciare al diritto di possedere beni temporali né alla facoltà di acquistarne altri, sottostando, in quest'ultimo caso, al permesso del Delegato (cfr. artt. 16 e 17).

Siccome la ragion d’essere povero è che in Dio si trovano «il tesoro nascosto e la perla preziosa», l’amministrazione dei beni manifesta e favorisce la povertà evangelica di fatto in operosa sobrietà non contaminata dalle ricchezze terrene.

Il «permesso» è l’atto mediante il quale i Gabrielini informano preventivamente il Delegato, nel quale vedono la presenza e la volontà del Signore, sulla consistenza dei propri beni e gli sottomettono le modalità nell’amministrarli per averne l’approvazione (cfr. art. 18).

 

7. Nella pratica dell’effettiva povertà esterna e interna (cfr. PC 13), ci si abbandona in Dio, rappresentato dal Delegato, al quale si fa riferimento con spirito di fede, responsabile coerenza, ampio respiro spirituale ma anche con realismo e concretezza nel dettagliare periodicità, modalità, operazioni, cifre nei conti preventivi e consuntivi annuali per l’amministrazione dei propri beni, se non altro per un proficuo confronto, onde scongiurare imprudenze finanziarie, sprechi inutili, prodigalità lesive dello spirito e del voto di povertà e offensive per i poveri.

Il tutto avviene, per tradizione, durante gli Esercizi spirituali annuali, nel dialogo, rispetto e carità fraterna, apponendo le eventuali modifiche e accogliendo la decisione del Delegato (cfr. art. 18). Si evitano così «ogni apparenza di lusso, di lucro e di accumulazione di beni» (PC 13), «ogni ricerca di denaro, ogni forma di speculazione, come pure l’esasperata preoccupazione per l’avvenire» (CISP 1314), «affidandosi alla provvidenza del Padre celeste» (cfr. PC 13; Mt 6,25).

 

8. È indispensabile avere una situazione economica che con una notevole responsabilità lavorativa e di auto-sostentamento permetta di vivere oggi una vita dignitosa da laico consacrato e domani il periodo dell’anzianità (cfr. art. 33 §.3). Non avendo copertura economica della comunità, i Gabrielini provvedono realisticamente a se stessi al presente e al futuro, quando saranno pensionati e anziani, avvalendosi delle proprie risorse e delle strutture che la società offre loro. Per questo, conservano il diritto di possedere e di acquistare beni temporali. Ognuno quindi incrementa con operosità i propri beni; li custodisce con maturità, profonda vita interiore e cristiano distacco; li conserva con sapienza per le proprie necessità presenti e future come frutto del proprio lavoro e doni elargiti dalla divina Provvidenza.

 

9. Per essere «luce», «sale» e «lievito» nel mondo contemporaneo, i Gabrielini camminano autonomamente, senza pensare di delegare ad altri il loro futuro ma valorizzando i talenti ricevuti per il proprio sostentamento (cfr. art. 20). La povertà dei membri non è sinonimo di “miseria” ma designa “uno stile di vita” che consiste nel guadagnarsi da vivere, al punto da destinare parte dei propri beni per le necessità dell’Istituto e dei poveri, che essi si impegnano ad amare con le viscere di Cristo (cfr. PC 13; Mt 19,21; 25,34-46; Gc 2,15-16; 1Gv 3,17).

Per questo, il Fondatore voleva che tutti venissero introdotti al lavoro, poiché «il lavoro è integrale […]. Vi sono dunque tutti avviati; e non al lavoro meccanico che è produzione cieca, senza responsabilità di conseguenza; ma al lavoro che è cosciente collaborazione»[6]. Aggiungeva quindi: «Come potrebbe, specialmente oggi, un consacrato fannullone o cattivo amministratore chiedere offerte, se egli stende una mano morbida per ricevere da una mano callosa?» (P 144).

Per don Alberione povertà significa anche «lavoro redentivo […], lavoro faticoso […], dovere di guadagnarsi il pane […], regola che san Paolo impose a sé […], dovere sociale e che solo adempiendolo l'apostolo può presentarsi a predicare» (cfr. AD 146-150). Dichiarava poi, con ironia: «È buona cosa dire: “Signore, fatemi morire, mandatemi qualche malanno”? No, è pigrizia! Non bisogna pregare [….]: “Voglio offrirmi vittima!”[…]. Se vuoi offrirti vittima, mettiti a lavorare!» (VA 436).

Il “povero in spirito” lavora dunque per guadagnarsi il pane quotidiano; si contenta di poco, crede di avere quanto gli basta e se ne prende cura, evitando sprechi e prodigalità ma anche avarizia; è riconoscente per quanto riceve e non si lamenta, cercando la povertà di Cristo; non fa spese inutili e ha orrore del lusso e della vanità; cerca come aiutare tutti. 

10. Il cuore del consacrato, aperto alle realtà soprannaturali (cfr. Mt 6,25; cfr. art 15) e sazio del dono di Dio, si rende disponibile verso il prossimo, come l’apostolo Pietro: «Non possiedo né oro né argento, ma quello che ho te lo do» (At 3,6); come i primi cristiani: «Nessuno chiamava suo ciò che gli apparteneva» (At 4,32); «Se uno vede un suo fratello nel bisogno e gli rifiuta ogni pietà, in che modo l'amore di Dio dimora in lui?» (1Gv 3,17).

 

11. I Gabrielini concretizzano il loro aiuto verso le persone del proprio ambito familiare, professionale, sociale, ecclesiale, istituzionale. Partecipano alla vita del rispettivo Istituto, conservando con sollecitudine la comunione fra loro, l’unità dello spirito e la vera fraternità. Perché tutto ciò non resti parola vuota, essi s’interessano delle difficoltà e delle necessità dell’Istituto, collaborando anche con offerte in denaro, secondo le possibilità economiche proprie, nell’assistenza agli anziani, malati, disoccupati dell’Istituto in nome di quella carità che supera l’assistenza e la beneficenza e diventa cosciente, corresponsabile e generosa condivisione (cfr. art. 19).

L’Istituto non tralascia di aiutare i membri in difficoltà; esso non mancherà di esercitare tale cristiana e fraterna solidarietà ogni qualvolta occorresse, proprio grazie al contributo dei membri stessi, i quali, destinando parte dei loro beni per le necessità dell’istituto, danno, così, una testimonianza individuale e collettiva della povertà espressa in solidarietà fraterna.

In conformità al canone 718, in cui si afferma che spetta al diritto proprio dell’Istituto definire gli obblighi di carattere economico dell’Istituto verso i membri, nell’articolo 19 è stabilito che questi non possono «pretendere, qualora venisse a cessare la loro appartenenza ad esso, qualsiasi tipo di rimborso o restituzione per quanto in antecedenza donato».

 

Obbedienza

 

1. La coscienza del proprio valore, dei doni ricevuti e acquisiti, in particolare della propria libertà e autonomia, ci permette di non essere soggetti ad alcuno. Neppure il voto di obbedienza ci sottomette a Dio e ai Superiori, ma consiste in una vocazione, in una scelta e in una responsabile e coerente adesione a uno stato di libertà come dono dall’Alto.

 

 

2. Gesù Cristo fu preannunziato quale figlio prediletto, fedele, umile, obbediente, sofferente, forte, innocente, vittorioso sul male (cfr. Gv 1,18; Is 42,1-3; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-15; 53,1-12). Amato dal Padre, «Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita» (Mt 20,28; cfr. Fil 2,7s). Egli scelse dunque di farsi servo (cfr. Lc 22,27) per amore dell'umanità, lavando i piedi ai discepoli (cfr. 13,5); «si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,8s).

 

3. Cristo Gesù raggiunse la piena statura interiore (cfr. Ef 4,13) imparando l’obbedienza dai patimenti (cfr. Eb 5,8) in riscatto per molti (cfr. Mt 20,28; Gv 10,14-18) e poté porsi a disposizione del Padre, sapendo che non sarebbe stato lasciato solo sulla croce: «Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo» (Gv 8,29). In quel frangente il Figlio «si affidò al Padre» (cfr. Sal 21,9), fiducioso che gli fossero garantiti diritto (cfr. Is 49,4) e assistenza (cfr. 50,9; Gv 11,41s) onde poter consegnare alla fine il proprio spirito a lui (cfr. Lc 23,45).

L’impegno richiesto dall’obbedienza consacrata trova la sua sorgente in questo abbandono in Dio Padre, il quale non chiede offerte né olocausti per se stesso (cfr. Eb 10,4), ma la disponibilità delle «energie della mente e della volontà» del figlio, il quale nel «suo pieno sviluppo» dà la «propria opera per l’attuazione del piano salvifico di Dio (cfr. PC 14). «Senza l'amore, la sottomissione è un fiore senza profumo» (UPS I, 526; cfr. art. 22).

 

4. Gesù è “mediatore” tra il Padre e l’umanità e tiene questa posizione liberamente poiché gode di essere Figlio, senza alcuna rivalità né trasgressione nei riguardi del Padre (cfr. Lc 15,11-32). Egli scese al nostro livello sapendo di non perdere nulla, proprio perché amato quale «Unigenito nel seno del Padre» (Gv 1,18).

Non si può gustare la gioia dell’obbedienza senza aver sperimentato di essere figli diletti del Padre. Infatti, se il consacrato non si sente amato gratuitamente da lui, l’obbedienza, l’osservanza, la legge o diventano pesanti o addirittura impossibili, perché non hanno anima e sono «fiori senza profumo». L’obbedienza dunque è strettamente correlata a questa gratificante e gioiosa esperienza dell’amore divino. Non è l’osservanza che permette l’esperienza di questo amore, ma, viceversa, è aver gustato questa tenerezza divina a rendere possibile l’osservanza.

 

5. Gesù, Paolo, Pietro, il Fondatore, i santi sono obbedienti per edificare il bene, non per interessi personali. i Gabrielini danno se stessi (cfr. Gal 2,20), per guadagnare il maggior numero a Dio, mediante l’incarico loro affidato (cfr. 1Cor 9,19.23.16), fino a versare il proprio sangue (cfr. Fil 2,17).

 

6. Esperti della perfetta e gratuita carità del Padre e mossi dall’obbedienza del Figlio, i Gabrielini professano il consiglio evangelico dell’obbedienza «non più servi ma amici» (Gv 15,15), «liberati dalla legge, essendo morti a ciò che li teneva prigionieri, per servire nel regime nuovo dello Spirito e non nel regime vecchio della lettera» (Rm 7,6). Liberi della libertà dei figli, essi chiamano Dio col nome di «Abbà, Padre» (Rm 8,14), pregano il «Padre nostro» (Mt 6,9) «con gli occhi negli occhi» (Gen 2,18.23), «bocca a bocca» (Nm 12,8), «come un amico parla all’amico» (Es 33,11), e lo adorano «in spirito e verità» (Gv 4,24).

 

7. Avendo ascoltato la parola e accolto la carità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, «unendosi alla volontà salvifica di Dio» (cfr. PC 14 e art. 21), essi traboccano per la liberante e gratificante sazietà e, «pur essendo liberi da tutti, si fanno servi di tutti per guadagnare il maggior numero, come un dovere per loro, non solo una propria iniziativa, ma quale incarico che è stato loro affidato» (cfr. 1Cor 9,19.23.16).

Pertanto, con il voto di obbedienza si fanno visibile dono di Dio impegnandosi concretamente a osservare quanto stabilisce lo Statuto. Si tratta di obbedienza vitale, fattiva, non solo a parole, per cui essi accolgono la volontà di Dio nella concretezza della propria vita, nelle situazioni particolari, nell’orario della giornata, nelle scadenze e negli imprevisti quotidiani, frequentati dalle persone con le quali sono in relazione.

 

8. Obbedire ai Superiori significa anzitutto vigilare quali sentinelle perché manifestino il volto paterno e materno di Dio e comunichino la sua amorevole volontà, denunciandone le omissioni a riguardo.

Ciò significa volere il loro bene, sostenerne il servizio, collaborare fattivamente nel bene, ovvero obbedire in piedi con un’azione di critica costruttiva e di denuncia, quando se ne presentasse la necessità, senza servilismo, adulazione, omertà per interesse.

Si alleano generosamente con i propri superiori per alleviarne le fatiche, la solitudine, facilitarne le responsabilità, capirne i limiti, correggerne le vedute, difenderne l’autorità e riconoscerne l’autorità (cfr. art. 23).

 

9. Se i consacrati ritrovano le motivazioni “prime” per le quali essi obbediscono, l’obbligo e il comando restano l“ultima” carta che il «legittimo Superiore» gioca per condurli all’obbedienza. In verità, non ce n’è bisogno. Infatti la ragione di fondo è sempre la stessa: obbediscono se si sentono amati dal Signore, rappresentato talvolta “crocifisso” e talvolta “risorto” nel Superiore, il quale rispettivamente al proprio comportamento “freddo” o “entusiasta”, può “mortificare” l’obbedienza o renderla “attraente” agli occhi di chi deve obbedire.

Permane, infatti, un “inevitabile” divario energetico tra il Maestro “divino” e il Responsabile “umano” che scandisce a soggetti altrettanto “umani” e forse soltanto “esecutori” o addirittura “spenti” gli impegni assunti e da compiere, se non altro, per coerenza alle proprie scelte.

 

10. «L'obbedienza è sicuramente la via della pace, del merito, della grazia, delle benedizioni di Dio nell'apostolato. Dio benedice solo quello che è conforme alla sua volontà» (UPS I, 521-522).

Il Fondatore indica qui i frutti dell’obbedienza consacrata, intesa quale conformità radicale alla divina volontà. Avendo sperimentato che l’intenzione, il piano, la volontà di Dio sono assolutamente finalizzate al bene, i Gabrielini si abbandonano in lui e così facendo si assicurano anzitutto la pace interiore, evitando conflitti nelle scelte e nelle decisioni; quindi gustano il dono della grazia che si manifesta in benedizione per se stessi e per quanti incontrano.

In tal senso l’obbedienza arricchisce, è un guadagno; non è assolutamente riduzione e perdita; al punto che essa induce, per la sovrabbondanza ricevuta, a condividere «la straordinaria ricchezza della grazia divina» (cfr. Ef 2,7) nel servizio e nell’apostolato che sono l’espressione quotidiana dell’obbedienza stessa.

 

11. In concreto e secondo l’articolo 24 dello Statuto, «per realizzare l'obbedienza consacrata ed essere “strumenti eletti” (cfr. At 9,15) nelle mani del Padre e portare a tutti il suo disegno di salvezza, i Gabrielini :

– avranno una filiale devozione verso il Papa, “per attingere più direttamente la dottrina, lo spirito e l'attività dell'apostolato” (cfr. AD 115) “e gli obbediranno anche in forza del voto” (cfr. CDC 590 § 2);

– procureranno di obbedire ai loro legittimi Superiori, “sapendo di dare il proprio contributo all'edificazione del corpo di Cristo secondo il piano di Dio” (cfr. PC 14);

– rispetteranno le disposizioni di coloro che esercitano il servizio dell'autorità nel campo naturale, civile ed ecclesiastico, operando, comunque, una giusta valutazione. “Non ipocrisia, ma cuore aperto e condotta chiara”[7]».

 

12. Per espandere il suo amore di padre il Signore Dio “elegge” sapientemente soggetti “idonei” ai destinatari ai quali sono inviati. Di certo non manda angeli, ma esseri umani. Tali sono i Superiori, primo fra tutti il santo Padre. I Gabrielini, come tutti i consacrati nella Chiesa, «sono per un titolo peculiare soggetti alla suprema autorità della Chiesa […]; sono tenuti ad obbedire al Sommo Pontefice, come loro supremo superiore, anche a motivo del vincolo sacro di obbedienza» (CDC 590).

Essi dunque «stanno col Papa», considerandolo dovutamente quale persona inviata da Dio, al quale si deve obbedienza e devozione anche in forza del voto; il che «significa vivere sempre aggiornati» (cfr. CISP 857s) sotto il profilo dottrinale e apostolico piuttosto che «andare errando in cerca di una costruzione personale e arbitraria, vivendo di illusioni e costruendo sulla sabbia» (P. 37).

 

13. A garantire l’obbedienza ai «legittimi Superiori» oltre che il voto è indispensabile una visione realisticamente “umana” e “soprannaturale” della loro presenza e del loro ruolo. Nella relazione con i responsabili d’ufficio, i datori di lavoro, i dirigenti nell’esercizio della professione ai secolari di vita consacrata sono richieste responsabilità, collaborazione, trasparenza nel rispetto della giustizia, della propria e altrui libertà di spirito, nonché della dignità personale individuale e collettiva[8].

 

14. Una personalità matura sa liberarsi da condizionamenti, pregiudizi, opinioni che ritengono riduttiva l’obbedienza a Dio e ai Superiori, quasi si perdesse valore e libertà personale comportandosi con docilità nei loro riguardi. Se non si perviene a questa interiore statura adulta, al «pieno sviluppo della sua personalità» (cfr. PC 14), il consacrato rischia di soprassedere agli impegni assunti trasgredendo con infantili sotterfugi o di accondiscendere per quieto vivere, spersonalizzandosi e giostrando in ipocriti funambolismi di superficie.

L’obbedienza felice si vive in una dimensione di profonda libertà interiore (cfr. GS 17), scevra da ogni forma di fariseismo e di giudizio superficiale (cfr. Mt 23,13; Lc 6,41-42), per essere sempre disponibile alle esigenze della vita secondo lo Spirito (cfr. Gal 5,16ss; art. 25).

L’amorevole iniziativa dello Spirito Santo guida alla ricerca della volontà di Dio, alla quale abbandonarsi nella fedeltà continua in ogni circostanza. È in tal senso che, nella preghiera e nella meditazione, ci si esercita all’ascolto, in un migliore discernimento delle proprie scelte, responsabilità e valori onde rafforzare le ragioni di fondo dell’obbedienza consacrata, che è finalizzata ad accogliere ed espandere la benevola carità di Dio.

 

15. Pur essendoci già lo Statuto a dettagliare nel suo insieme impegni e osservanze della vita secolare consacrata dei Gabrielini, tuttavia essi sono sollecitati a “personalizzarlo” pianificando un programma di vita in cui ciascuno tenga conto delle proprie condizioni individuali, familiari, professionali. Questo dovrebbe essere attuato nell’incontro annuale degli Esercizi spirituali, al termine dei quali ciascuno sintetizza in un pro-memoria operativo la verifica e il piano preventivo del suo lavoro spirituale, formativo, culturale, relazionale (cfr. art. 26).

  

 

 

 

Affascinati da Dio

1. Sentire, toccare, gustare, coinvolgersi visceralmente: questo stadio è primario in ogni cammino di crescita e realizzazione di vita: «Alle macchine io ci ho pensato forsennatamente» (Enzo Ferrari); «Io il marmo lo aggredisco» (Michelangelo); riferendosi alla poesia il divino Poeta riconosceva: «Sì che m'ha fatto per più anni macro [...]. E che, non sono, anche qui in esilio, in compagnia del cielo e delle mie dolcissime idee?». San Tommaso d'Aquino riconosce la sua passione per lo studio, definendolo «veemente applicazione dello spirito a catturare la verità».

 

 

 

2. Se nel proseguire nobili obiettivi terreni è necessario sentirne l’attrazione e il piacere, dal momento che «non c'è nessun profitto là dove non c'è il piacere» (Shakespeare) e «non si può resistere a lungo senza felicità» (san Tommaso d'Aquino), tanto più è indispensabile per chi si dedica a Dio e al prossimo percepire il fascino di Dio e del prossimo, proprio perché si è chiamati non per essere tristi, ma felici anche in questo mondo.

Pertanto l’esperienza ci convince del fatto che non c'è mai un piacere unicamente spirituale, amministrato solo per l'anima, ma anche un benessere psicosomatico. Sicché la felicità interiore e la pace dell’anima, che derivano dalla connessione con lo Spirito, con la natura e dunque con se stesso, eliminano le cause di certe patologie oltre che spegnerne i sintomi, fino ad autoguarire da malattie conosciute o ignote.

 

3. La chiamata, la scelta, la risposta, il cammino sono in chiave d'amore, senza alcuna imposizione. La vita cristiana e, tanto più, la sequela di Cristo nella professione dei consigli evangelici sono valori che s’impongono da sé. La fede, la vocazione, la risposta non sono obblighi ma dono, grazia e libertà di accedervi. In questa esperienza oltremodo gratificante principio e dicitore del cammino è lo Spirito Santo, che propone la degustazione amante della Trinità nella creatura e ivi la opera, in modo che essa, traboccandone, la trasferisce a sua volta nel prossimo.

Per comprendere e vivere quanto è espresso dallo Spirito, è necessario possedere la facoltà meditativa come dato temperamentale: cullare il pensiero, l'idea di essere amati ed eletti e, in questo dinamismo gioioso, evolversi fino alla gioiosa gratitudine per il Dono ricevuto.

Ciò suppone la dimestichezza con noi stessi, con i sentimenti, le intuizioni, i pensieri positivi, l’energia vitale che arricchiscono il nostro patrimonio interiore. Occorre imparare a vivere, se ancora non si riuscisse, nella consapevolezza di essere vincenti e felici proprio perché chiamati a una sanità, responsabilità, autonomia, moralità, creatività, produttività e gioia dovute al fatto di essere anzitutto persone, nelle quali la fede e la consacrazione non spengono assolutamente né vitalità né energie né voglia di vivere, ma le potenziano oltre ogni dire

 

4. Siamo stati chiamati per nome dal Signore (cfr. Mt 18,19ss), il quale per sua gratuita iniziativa d'amore ha seguito un percorso in discesa, quello dell'Incarnazione: «E la Parola si fece carne» (Gv 1,14).

Egli «ci ha amato per primo» (1Gv 4,19), diventando per noi come «chi solleva un bimbo alla sua guancia» (Os 11,1) perché potessimo «sperimentare l’amore e la misericordia» (1Tm 1,13), «conoscere lui e la potenza della risurrezione» (Fil 3,10), partecipare «della natura divina» (1Pt 1,4).

 

5. «Non più estranei alla vita di Dio» (Ef 4,18), «veri figli di Dio» (Gal 5,1), «creature nuove» (2Cor 5,17), camminiamo «in novità di vita» (Rm 6,4), «protesi verso il futuro» (Fil 3,13), «tenendo fisso lo sguardo su Gesù Cristo, autore e perfezionatore della fede» (Eb 12,1). «Per noi infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21) ed «è fedele Colui che ha promesso» (Es 10,23).

 

6. «Giudicati degni di fiducia» (1Tm 1,12), «in pace con Dio» (Rm 5,1) e «fatti adulti» (1Cor 13,11), condividiamo ciò che siamo e ricevuto per grazia, «annunciando Cristo potenza e sapienza di Dio» (1Cor 1,23), poiché «l’amore di Cristo ci spinge» (2Cor 5,14). Noi piantiamo, ma è Dio che fa crescere (cfr. 1Cor 3,6).

 

 

Conclusione

 

1. «Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre. Chiunque ha udito il Padre ha imparato da lui».

Ecco la condizione indispensabile perché il cristiano e il consacrato possano seguire il Maestro divino. È necessario prima ricevere, saziarsi: «Su, mangia. Mangiò e bevve».

Questa sazietà trasforma. Il profeta Elia, come poi sarà Saulo, nel suo furore persecutorio è un fanatico e fondamentalista difensore di Dio. Ha Fatto uccidere ben quattrocento sacerdoti della dea Ascera. e ora, perseguitato dalla pagana regina Gezabele, fugge, si alimenta, sale al monte Oreb e lì, Dio gli apparirà in un venticello leggero, non più nel terremoto e nel fuoco come al Sinai, e lo sostituirà col profeta Eliseo, più mite.

Dio, nell’esperienza del Figlio fatto uomo, è un Padre e pertanto il cristiano e il consacrato sono figlio e fratelli, né servi né padroni.

Il figlio e il fratello camminano nella carità, cioè trasmettono al prossimo il bene e l’amore che hanno ricevuto e di cui si sono saziati e traboccano.

 

2. Con la professione dei Consigli evangelici la grazia del battesimo, che vi trasforma in figli investendovi in tutte le potenzialità, produce in voi frutti più copiosi (cfr LG 43):

a) conformandovi al genere di vita verginale, povera e obbediente di Cristo, sicché la vostra scelta viene associata al sacrificio di Cristo;

b) consacrandovi al servizio di Dio, della Chiesa, del prossimo.

c) incorporandovi inoltre nell’Istituto con i vincoli giuridici dello Statuto.

 

3. La Chiesa e la Congregazione della Società San Paolo, di cui l’Istituto è «opera propria», ricevono i vostri voti e per voi chiedono a Dio, nella preghiera liturgica, l’aiuto della sua grazia; a lui vi raccomandano e infine vi danno la benedizione spirituale.

La celebrazione liturgica per l’ammissione al noviziato o per l’emissione dei voti di castità, povertà e obbedienza è fondamentalmente rendimento di grazie come espressione della nostra gratitudine al Signore.

 

4. Non possiamo assolutamente omettere il pensiero e la testimonianza del Fondatore in una circostanza come questa:

 

«Ringrazio il Signore della vita, del Battesimo, della vocazione religiosa, sacerdotale, paolina. Da lui, solo da lui […]. Adoro il Sommo Bene, Principio e fine di tutto e di ogni cosa […].

La grazia del Signore, la sua luce, il suo conforto siano sempre con me e con ciascuno dei Fratelli e ciascuna delle Sorelle: per la vita, la morte, l'eternità.

Il Signore ci ha voluto unire perché ci accompagnassimo nel cammino verso la perfezione religiosa e l'apostolato nostro, e ha incaricato me, il più misero tra tutti, di comunicarvi la sua sapientissima ed amabilissima volontà, le divozioni nostre, la grazia dello Spirito Santo e la particolare nostra vita.

Sono certo di avere accettato questo compito per chiara volontà di Dio, manifestatasi nei modi più sicuri: nessun volere umano vi è entrato.

Sono sicuro di avere sostanzialmente insegnato ciò che voleva Dio: dallo spirito sino all'amministrazione economica.

Avrete benedizioni e consolazioni e figli spirituali nella misura che seguirete, vivendo la vita paolina, quale risulta dallo Statuto, usi ed esortazioni pubbliche o particolari.

Sarete ascoltati nella misura che ascoltate; e vi chiedo di sopportarmi ancora con i miei tanti difetti.

Vogliamoci bene: molto bene; come ogni giorno e notte tengo presenti nelle preghiere tutti, tutte: vivi e defunti. Ringrazio il Signore che volle dare alla Famiglia Paolina tante anime belle» (in San Paolo, giugno-luglio 1951).



[1] D. M. TUROLDO, Amare, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Mi), 1986, p. 12.

[2].Ivi, pp. 25, 32.

[3] Ivi, pp. 87, 81, 80.

[4] Cfr. G. ALBERIONE, in Doc. Cap., 419.

[5] Ivi, pp. 87, 81, 80.

[6] UCBS, 25 aprile 1925, p. 8.

[7] G. ALBERIONE, in Doc. Cap., 473.

[8] Cfr. il Capitolo Settimo dello Statuto: Governo e amministrazione.