Avventimenti

Cinquantesimo dell'Istituto 2008
  DIETRO, INTORNO E AVANTI
Circolare, gennaio - febbraio 2008, pp. 3-18

Il nostro Istituto commemorerà il 12 settembre il cinquantesimo anno di vita (1958-2008): una opportunità per “rileggerlo”, considerando lo sviluppo della vita secolare in cui si professano i consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza nella Famiglia Paolina, nella Chiesa e nella seconda metà del ventesimo secolo, guardando quindi indietro, ma anche intorno, e soprattutto proiettandolo in avanti, con l’abilità d’intravederne e costruirne un futuro fecondo di bene.

1. Riferendoci al passato, non possiamo fare a meno di esprimere il nostro “Grazie per l’Istituto” al Signore Dio, al beato don Giacomo Alberione (1884-1971), che ne è stato il Fondatore; ai Delegati che l’hanno diretto e promosso; ai Gabrielini che l’hanno reso credibile; ai diversi sostenitori, che vi hanno creduto.L’Istituto è stato per la Famiglia Paolina e la Chiesa profezia e speranza di passare da una religiosità appesantita istituzionalmente all’esperienza di fede snellita nella prassi della vita secolare in cui si professano i consigli evangelici, quanto mai provvidenziale per la promozione umana e l’evangelizzazione, che si fondano sul mistero dell’Incarnazione. I Gabrielini testimoniano che la scelta di Dio è l’essere umano, per il quale “la Parola presso Dio” ovvero “l’Unigenito nel seno del Padre” (Gv 1,1.18)

“non stimò un bene irrinunciabile l’essere uguale a Dio, ma annichilì se stesso prendendo la natura di servo, diventando simile agli uomini e, apparso in forma umana, si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha sopraesaltato ed insignito di quel nome che è superiore a ogni nome” (Fil 2,6-9).

L’Istituto ha contribuito a promuovere il messaggio evangelico attraverso la testimonianza di vita cristiana dei suoi membri, allo scopo di integrarne e completarne la dimensione dottrinale, nozionistica, deduttiva e talvolta disincarnata. Prioritario quanto mai è stato di sostegno a una catechesi esistenziale, storica, induttiva, che privilegia l’antropologia e la fedeltà all’uomo, che si fanno urgente fedeltà a Dio. E ciò proprio in conformità al Vangelo, al magistero ecclesiale e al carisma fondazionale.

“L’uomo è la prima via che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione – esortava Giovanni Paolo II – [...], la via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione” (RH 14) .

Priorità del nostro Istituto è stata dunque l’attenzione alla persona, conforme alla specifica caratteristica “personalistica” del carisma di don Alberione, il quale, riferendosi ai destinatari dell’apostolato paolino aveva solo un assillo: “Tutto l’uomo, per un totale amore a Dio”; e si chiedeva: “Dove cammina, come cammina, verso che meta cammina questa umanità che si rinnova sempre sulla faccia della terra?”[2][3].
Nelle ultime Circolari in particolare, la connotazione personalistica si riscontra presente e condivisa sia negli orientamenti di contenuto, sia nelle proposte di vita, sia nelle indicazioni per l’apostolato. Oltre che per la comunicazione delle verità di fede e la testimonianza della parola di Dio, ci si è orientati e ci si è battuti per una comprensione dell’azione storica, salvifica e trinitaria del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo che in comunione di Persone divine vengono anche oggi incontro alle persone umane rendendole “capaci di Dio”[4] .

2. Guardandoci intorno, sentiamo il dovere di esprimere tutta la nostra gratitudine alle care persone che compongono l’attuale Istituto, al Delegato provinciale e al suo Consiglio, al Superiore provinciale, al Delegato generale, al Superiore generale, al gruppo degli animatori, ai sostenitori che l’apprezzano e lo seguono con interesse.
Ci incontriamo, discutiamo, leggiamo, comunichiamo, viviamo unicamente per il medesimo fine: “Purché sia annunciato il Cristo”; e poter “intervenire nei momenti difficili che la Chiesa attraversa, portando il nostro contributo di azione e preghiera – esortava il nostro fondatore –; per ritornare nell’ombra e venire criticati, disprezzati, giudicati con severità, perché si aspettavano di più”[5] .
Lo facciamo per lo “stato” di essere umano, cristiano, consacrato, paolino ancor prima che per una specializzazione, “generando in Cristo mediante il Vangelo” (1Cor 4,14-15). Ci ritroviamo così a essere anche nell’appassionato Convertito di Tarso, pienamente liberato e credibile nella sua intatta umanità, temperamento, intelligenza, generosità, ardore, tenerezza, sincerità. Quindi dall’uomo Paolo si arriva a Paolo credente. È per la "sublimità della conoscenza" di Cristo che egli è disposto a perdere tutto "per guadagnare Cristo, essere trovato in lui" (Fil 3,8-9), “che ha dato se stesso” per l’Apostolo (cfr. Gal 2,20). Come Paolo, per la vitale esperienza del Risorto reinterpretiamo, rielaboriamo, rifondiamo il contenuto di grazia ricevuto coniugandolo con situazioni di vita e di cultura sociale ed ecclesiale.

3. Proiettandoci in avanti. Ci pare di poter intravedere per l’Istituto un avvenire ricco di presenze, progetti, novità, contributi, e pensare per esso un inarrestabile futuro, caratterizzato da coraggio, fiducia, lucidità innovativa, realismo, fedeltà alla Chiesa, al carisma di don Alberione, a san Paolo, a questo nostro inenarrabile Dio e a questa nostra sorprendente umanità, che anelano, nonostante tutto, unicamente a incontrarsi: Uno per donarsi, l'altra per ricevere.
Abbiamo viscere di comprensione e di accoglienza per tutti gli esseri umani: senza alcuna distinzione di razza, religione, età, condizione sociale, ma unicamente identificati quali figli amati dal Padre e dal Figlio e dallo Spirito Santo.
Ci interessiamo a tutta la persona, sia essa soprattutto di minore età (quale soggetto estremamente ricettivo), sia in età adulta (quale soggetto testimone dell'evento cristiano): con la sua permanente richiesta esistenziale di cibo, salute, lavoro, cultura, amore, libertà, esperienza di Dio, vita eterna.
Ci realizziamo in tutti gli ambiti e contesti, famiglia, società, comunità ecclesiale, rispondendo senza alibi e deleghe a tutte le suddette richieste della persona.
Con spiccato senso universalistico ed ecumenico, ci impegniamo a testimoniare tutti i contenuti di valore, umani e cristiani, passati, presenti e futuri, che promuovono la persona in quanto soggetto che accoglie se stesso, gli altri e Dio.
Specificatamente al carisma dell’Incarnazione ci impegniamo a condividere nel nostro contesto di vita la nostra personale verità umana, cristiana e consacrata; ad adeguarci al linguaggio del vicino; a demitizzare il fenomeno massificante della fiction, puntando sul dovuto equilibrio tra virtualità e realtà; a formare al senso critico operatori e utenti di tutti i mass media.

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[1] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Centesimus annuns, 53.
[2] G. ALBERIONE, Pensieri, Edizioni Paoline, Roma 1972, p. 113.
[4] Cfr. la “Introduzione” del CdA (“L’uomo in cammino” - “Dio cammina con gli uomini”) e i primi due capitoli del CCC (“L’uomo è ‘capace’ di Dio” - “Dio viene incontro all’uomo”).
[5] Pensieri, cit., p. 85.



UN ANNO CHE RIMANDA ALLE ORIGINI

Il nuovo anno, che ci viene incontro con la ricorrenza del cinquantesimo di fondazione dell’Istituto, è ricco di appuntamenti nei quali saremo presenti e attivi non solo per ricordare questo importantissimo avvenimento, ma soprattutto per riflettere su come abbiamo vissuto questo grande dono e in che modo portarlo avanti in futuro in quanto testimoni nella vita secolare in cui si professano i consigli evangelici da vivere in famiglia e nella società.
Per meglio aiutarci, invito ognuno a meditare il Segreto di riuscita, la preghiera che ci rimanda alla fede delle origini, alle sorgenti che ci alimentano di linfa nuova, onde riprendere, se necessario, l’entusiasmo degli inizi che magari va liberato dalla polvere. Ciò allo scopo di eliminare il peso della zavorra, costituita per lo più di piccoli egoismi, grettezza mentale, poca apertura all’altro e smarrimento del senso di appartenenza all’Istituto.


Il Fondatore commentava e raccomandava questo testo non solo perché venisse utilizzato nella preghiera ma perché fosse rivissuto con il medesimo spirito di fede di quelli che all’inizio delle varie fondazioni paoline lo avevano accolto e tramandato.Per “origini” intendeva il tempo della grazia di Dio e dell’abbandono in lui dei primi Paolini-Gabrielini: la stagione dell’amorevole, provvidenziale e puntuale manifestarsi di Dio nonché dell’“insufficienza in tutto” di quanti ne furono oggetto di predilezione.

“Bisogna ricordare i primissimi momenti dell'Istituto e anche quello che ha preceduto l'Istituto – ci ricorda il Fondatore –. Chiamati dal Signore a compiere grandi cose: ‘Ma chi volete scegliere? Chi di noi è capace?’.
[...] E chi ha scelto il Signore per il nostro Istituto? [...] Gente che poteva solo dire: ‘Signore, non posso’. Come quando il Signore invitava Geremia a predicare ed egli rispondeva di non saper parlare (cfr. Ger 1,6).  [...]. Pressappoco come quando Gesù, che camminava sulle onde, disse a Pietro: ‘Vieni!’. e Pietro s’incamminò, scese dalla barca e posò i suoi piedi sull'acqua che lo sosteneva, ma poi gli venne un po' di dubbio: ‘Come potrò camminare io sull'acqua?’. E cominciò ad affondare. Allora gridò al Signore che lo sostenesse. E Gesù gli disse: ‘Uomo di poca fede, perché hai dubitato?’. E lo prese per mano. Gesù guidava, Pietro si appoggiava a lui camminando sulle acque. E poi salirono sulla barca (cfr. Mt 14,26-32). Così noi.
[...]. Allora notiamo bene: Egli ha dei disegni sopra di noi: noi dobbiamo corrispondere a tutta la vostra altissima volontà. Il Signore può servirsi di quello che c'è e, se non ci fosse, crea quello che fa bisogno.
[...] Quando noi camminiamo nella via di Dio, egli ci accompagna con la grazia. Altrimenti faremo come Pietro il quale, quando ha cominciato a dubitare ha cominciato pure ad affondare, e ha dovuto chiedere aiuto.
C'è santità in tutto il nostro spirito? [...]. I primi sono stati docili, hanno seguito e la grazia di Dio li ha portati.
[...] La nostra superbia è il grande nemico di Dio, per cui siamo poveri alle volte! E il Signore ci lascia finché non impariamo da noi, dando qualche testata. Fa' un po' da te, vediamo cosa riesci a fare.
[...] Contiamo su di voi. Per che cosa? Avere lo spirito buono, religioso, paolino, grazia per superare le difficoltà, l'aumento della santità e il sapere.
[...] Associare sempre umiltà e fede: da me nulla posso, con Dio posso tutto! Fede! Non temere, non guardare le difficoltà, non pensare che le cadute dipendano dalle tentazioni, dai pericoli e dagli ambienti dove andate! Fede! Da me nulla posso, ma con Dio posso tutto! Alle volte camminate nel marciume e con la grazia di Dio non vi lordate. Non sono queste grazie continuate? Essendo diventate abituali, quasi non ce ne accorgiamo più, come non ci sorprende il levar del sole perché è cosa abituale! La grazia vi segue! Il Signore vi manda le vocazioni. Ne avete già creata una voi? Ne abbiamo già creata una noi? Qualche volta non  sappiamo formarle o non le aiutiamo a essere perseveranti e a dare i frutti di santità e di apostolato.[...] C'è già la grazia preparata, perché il Signore quando ti ha dato la vocazione e quando ti manda per obbedienza in un ufficio, ecc: ti dà la grazia. Con Dio posso tutto. C'è la grazia! Dio dà un comando, ha sopra di noi dei voleri, ma dà la possibilità. Fede! Umiltà profonda fermissima. ‘Contra spem in spem credidit’ (Rm 4,18). Abramo sperò contro ogni speranza[...].Cercate un po' di scoprire se c'è dell'orgoglio o fiducia in noi e nello stesso tempo se siamo sicuri e andiamo avanti con serenità e letizia. Essere sicuri che il Signore è con noi e vuole eleggere gli strumenti più incapaci per dimostrare che è Lui che fa”[6] .

La manifestazione-azione divina continua anche oggi e interpella ogni gabrielino perché rinnovi il suo sì al Creatore, uscendo così dal delirio di onnipotenza e consegnando successi e sconfitte a Colui che lo ha chiamato per nome fin dal grembo della madre.
Oggi enormi problemi assillano l’umanità, la quale interpella scienziati, politici, economisti, persone di fede, che però si considerano talvolta dei “padreterni”. Proprio perché i problemi sono enormi, la soluzione richiede realismo, senso della misura, umiltà oltre che competenza e professionalità. La carta vincente del gabrielino nell’affrontare la realtà è il suo abbandono in Dio, perché è così che egli fa bene la sua parte nella società e nella Chiesa. Non si tratta di pigrizia, di demordere dall’impresa, ma dell’atteggiamento di chi ha fatto tutto per poi ritenersi secondo il Vangelo “servo inutile” (cfr. Lc 17,10).
Noi Gabrielini dovremmo essere il ponticello tra gli uomini violentati in questo mondo – dove denaro e potere la fanno da padroni – e Dio, la cui liberalità e dono sono unicamente per la persona, sia essa vittima sia essa carnefice che “si nasconde” al suo cospetto (cfr. Gen 3,10). Siamo tramite verso quel Dio che ha scelto con chi stare, che cerca l’uomo, se lo carica sulle spalle e lo introduce nella via della Vita (cfr. Lc 15, 1-10).
Credo che il Fondatore attenda da noi una “trasfigurazione” molto coraggiosa che ci induca a “inginocchiarci” davanti all’altro per lavargli i piedi e annunciargli che a compiere quel gesto a ciascuno è stato per primo nostro Signore.

Gesù, Via e Verità e Vita ci ama come siamo per trasfigurarci in lui, poiché ha bisogno delle nostre mani, delle nostre menti, delle nostre povertà per incontrare anche gli altri.
Buon Anno!

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[6] Segreto di Riuscita, composto e commentato da don Giacomo Alberione, a cura di Angelo Colacrai, Archivio Storico Generale della Famiglia Paolina, uso manoscritto, Roma 1979, p. 16ss. In una meditazione tenuta alle suore Figlie di San Paolo il 26 aprile 1963, don Alberione commenterà il Segreto o Patto di Riuscita, preghiera che egli aveva fatto cominciare a recitare fin dal 6 gennaio 1919, la cui formula nella sua prima redazione completa fu inserita nella prima edizione del libro delle Preghiere della Società San Paolo (Scuola Tipografica Editrice, Alba 1922, pp. 15s). Il Patto si realizzerà in pieno nell’esperienza pasquale che egli visse nel 1923 durante la malattia, di cui costituisce la memoria orante. Negli anni 1915-1921 di persecuzioni politiche e religiose, di sospetti e di calunnie don Alberione comporrà anche la Preghiera a San Paolo per ottenere la pazienza notevolmente diversa dall’attuale (cfr. Le preghiere della Famiglia Paolina, p. 213).



COSÌ COMINCIÒ IL FONDATORE

Animando l’Istituto sotto il profilo spirituale da un quinquennio, mi ritrovo nella missione e nel ruolo della fortunata Maria di Magdala, la quale ha avuto il privilegio unico di andare ad annunciare agli Apostoli l’avvenuta risurrezione del Cristo. Certo, una cosa è dire “ho visto il Signore”, dopo averlo incontrato come ha fatto lei; un conto è dirlo per lo più seduto a un computer, filtrando la beatifica esperienza del Risorto attraverso pagine scritte e discorsi dettati in esercizi e ritiri spirituali.

Il Fondatore merita, ovviamente, tutt’altro riferimento.

“Chi dà uno sguardo panoramico alla vita di don Alberione – scriveva il paolino don Renato Perino – non dura fatica a scorgervi un disegno preciso della Provvidenza. Ogni intuizione, ogni esperienza della sua giovinezza, trova l'esatta applicazione in un'opera; queste opere nascono al momento giusto e si affermano dopo molte difficoltà. Ci si può tuttavia domandare se questa vita e queste opere non portino il sigillo divino tangibile; se non vi sia un momento in cui Don Alberione fu toccato, senza possibilità di dubbio, dal soprannaturale […]. È sempre stato gelosissimo della sua intimità spirituale. Qua e là tuttavia […] afferma di essersi sentito come ‘illuminato’ (AD 32)” [7].

Sulla rilevante esperienza spirituale del giovane Alberione avvenuta nel passaggio della notte tra i due secoli (cfr. AD 13-22) don Renato Perino scriverà nel 1954, quarantesimo anniversario di fondazione della Società San Paolo:

“I disegni della Provvidenza che si erano manifestati con una luce improvvisa all'anima del fanciullo, dando forza di decisione irrevocabile a un impegno assunto di fronte ai condiscepoli della scuola elementare, tracciano ora una via più precisa sull'avvenire di questo sedicenne, che, ancora per una circostanza esteriore, in un clima di generale aspettativa, si affaccia alla ribalta del nuovo secolo”[8].

Nei Documenti Capitolari del Capitolo Generale della Società San Paolo (1969-1971) è così ulteriormente delineato l’orizzonte storico-culturale, al quale si affacciava il giovane orante in quella provvidenziale notte di preghiera:

“Il giovane Alberione si preparava alla sua vocazione apostolica [...]. Avendo di spalle il secolo XIX che era stato durissimo per il cristianesimo e per la Chiesa; avendo di fronte il secolo XX, che si presentava gravido di speranze ma soprattutto di dure lotte, lo stile dell'azione del giovane Alberione e le sue stesse formulazioni hanno alcuni spunti battaglieri; più tardi definirà la compagine dei suoi figli e figlie come ‘un esercito di religiosi’” .

La preghiera del giovane studente Alberione nella notte tra i due secoli è stata posta in risalto e quasi enfatizzata da quasi tutti i suoi biografi, dal momento che egli stesso la valuta quale evento fondamentale per la sua scelta di vita e orientamento di futuro fondatore di istituzioni religiose.

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[7] R. PERINO, “Don Alberione: la sua idea, la sua opera”, in Aa. Vv, Mi protendo in avanti, Edizioni Paoline, Alba 1954, pp. 65-66. Sovente il Fondatore riconoscerà l’intervento di san Paolo nella sua vita e nell’edificazione delle opere da lui avviate: cfr. AD 64; San Paolo, luglio-agosto 1954, p. 2.
[8] Ivi, pp. 17-19.
[9] Documenti Capitolari, Capitolo Generale Speciale 1969-1971, nn. 49-52.



“Nel corso dei suoi anni don Alberione si richiamò più volte alla volontà di Dio, ma alla esperienza della notte tra il 1900 e il 1901 diede particolare risalto, come alla fonte di tutti i suoi istituti. Bisognerebbe quindi precisare i contorni di questa esperienza […]; vedere in che cosa è consistita questa esperienza e in che senso essa si distingua da quella che tanti giovani di quella età sperimentano in un corso di esercizi, ritiri, o che costituisce il proposito di tanti novizi. I risultati mostrano la serietà dell'impegno di don Alberione, ma è certo che studi approfonditi di questa esperienza potrebbero aiutare a comprendere meglio la sua personalità di fondatore”[10].

Egli aveva già deciso, ancora fanciullo, la vocazione sacerdotale quale orientamento maggiore della propria vita. Vi si preparò con forte volontà e ottimi risultati nelle elementari. All’inizio del ginnasio, nel circolo di don Montersino, imparò ad amare i libri; si entusiasmò per il mondo della cultura; venne affascinato dalla realtà ecclesiale quale esaltante sorgente di grandi valori e ideali per il futuro; avviava il proprio itinerario spirituale di futuro apostolo, con riferimento speciale alla purificazione intesa come crescita e adeguamento al progetto divino. L’equipaggiamento notevole di questi anni giovò al giovane studente passato al “vaglio” nel seminario di Bra e giunto a quello di Alba decantato e pronto ad andare fino in fondo del percorso intrapreso. È a questo punto che egli vive l’esperienza della notte fra i due secoli.
Cosa avviene durante la preghiera? Egli percepisce una forte presenza divina, ha delle intuizioni, forse un’ispirazione dall’Alto, ma assolutamente nessuna rivelazione. Si effonde sul giovane “una particolare luce” ed egli comprende meglio quanto si porta nel cuore. “Una particolare luce  venne dall’Ostia”, che ebbe come effetto sull’orante una “maggiore comprensione dell’invito di Gesù: ‘venite ad me omnes’” ; del “cuore del grande papa”, degli “inviti della Chiesa”, della “missione vera del sacerdote”, di quanto affermava “Toniolo sul dovere di essere apostoli di oggi, adoperando i mezzi sfruttati dagli avversari”. 
Come egli reagì alla luce dell’Ostia? L’illuminazione fu talmente viva da essere percepita anche esigente, al punto che egli “si sentì obbligato a prepararsi a far qualcosa per il Signore e gli uomini del nuovo secolo con cui sarebbe vissuto” (AD 15). Dirà più avanti che la preparazione sarebbe consistita nello “sviluppare tutta la personalità umana per la propria salvezza e per un apostolato più fecondo” (AD 22). Anticipava per intuizione il primo e il secondo fine espressi nei primi due articoli delle Costituzioni della futura Società San Paolo. In pari tempo “si sentì obbligato a servire la Chiesa, gli uomini del nuovo secolo e operare con altri” (AD 20). Dal sentimento d’“obbligo” scaturiva in lui il “senso abbastanza chiaro della propria nullità” (AD 16), di cui egli avrebbe avuto piena coscienza nell’intero arco della sua vita e in forma talvolta drammatica , anche se sicuro della permanente presenza del Signore: “Vobiscum sum, usque ad consummationem saeculi”  (cfr. AD 152ss), dal momento che “nell’Eucaristia e in Gesù-Ostia” si riceve “luce, alimento, conforto, vittoria sul male” (AD 16).
Nella veglia orante, “decisiva per la specifica missione e spirito particolare in cui sarebbe nata e vissuta la Famiglia Paolina” (AD 13), il giovane Alberione comincia a progettare il futuro delle sue fondazioni proprio sotto quella “particolare luce”. Fa sue alcune intenzioni espresse nella veglia che per volontà di Dio dovrebbero diventare realtà (cfr. AD 19); quindi fissa in forma generalizzata alcuni punti del progetto che si definirà sempre meglio. Al primo posto quello che in termini moderni chiamiamo “l’organico”: “anime generose” che “avrebbero sentito quanto egli sentiva e […] associate in organizzazione” per “realizzare ciò che Toniolo tanto ripeteva: ‘Untevi; il nemico, se ci trova soli, ci vincerà uno per volta’” (AD 17). Per raggiungere lo scopo, fa riferimento ai compagni di studio: “egli con loro, loro con lui, tutti attingendo dal Tabernacolo” (AD 18); la qualcosa fa trapelare il mattino dopo la preghiera a qualcuno di loro (cfr. AD 21). Assieme avrebbero realizzato obiettivi che “si fissarono nella mente e nel cuore, che poi ne domineranno i pensieri”; pensieri che a loro volta “dominarono lo studio, la preghiera, tutta la formazione”. Tali obiettivi erano i seguenti: “L’Eucaristia, il Vangelo, il Papa, il nuovo secolo, la necessità di una nuova schiera d’apostoli [...], la preghiera, il lavoro interiore, le aspirazioni” (AD 20). “L’idea, prima molto confusa – conclude l’Alberione –, si chiariva e col passar degli anni divenne anche concreta” (AD 21).
I conflitti interiori, la salute precaria, le frequenti indisposizioni, le malattie, le contrarietà d’ogni tipo, l’esigenza di Dio sottoporranno l’Alberione a “un tormento spirituale di alcuni anni” che lo inducono al dubbio e a confessare: “Illusione per tutto ciò?” (AD 113). Il 22 agosto 1924, in una lettera scritta da Susa ai suoi giovani che si trovavano in Alba scriveva: «Ancora molto lontani siamo dall’umiltà, abnegazione, carità, povertà, fede, che il Signore vuole» [15].

Don Angelo DE SIMONE, ssp
Assistente spirituale 


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[10] G. C. ROCCA, “Elementi per la fisionomia di un fondatore. Don Alberione e i suoi istituti”, in Aa. Vv., L'eredità cristocentrica di don Alberione. Atti del Seminario internazionale sulla Spiritualità della Famiglia Paolina. Ariccia, 16-27 settembre 1984, a cura di A. Da Silva, Edizioni Paoline, Roma 1989, pp. 129s.
[11] Circa il riferimento frequente che don Alberione fa alla luce cfr. AD 9, 23, 82, 113, 136, 153s, 157, 200s.
[12] Venite a me tutti.
[13] In questo periodo il senso della sua nullità spirituale sarà molto accentuato per la coscienza realistica della propria situazione, l’impegno di purificazione, l’incanalamento dell’affettività, l’ambizione che lo spinge al protagonismo. Si tratta anche di nullità fisica, a motivo della salute precaria, condizione che sarà permanente per l’intero arco della sua esistenza.
[14] Sono con voi fino alla fine del mondo.
[15] In BARBERO, p. 466.