Avventimenti

Esercizi spirituali 2009
  PREGARE E PERCHÉ
Esercizi spirituali 2009

Gli Esercizi spirituali di Ariccia, tenutisi nell’agosto u.s. e guidati con sapienza dal sacerdote paolino don Vito Salanitri sulla Preghiera, ci hanno stimolato a riflettere in maniera più profonda e concreta sulla nostra vita spirituale e sui nostri impegni concreti nella pratica della preghiera personale e collettiva.
Ci auguriamo che ciascuno possa far “scendere” nella vita concreta le esortazioni e la testimonianza ricevute in quei giorni di sovrabbondante grazia divina. Ci impegneremo singolarmente e durante i nostri ritiri a riprendere le sapienti indicazioni di don Vito per poter vivere con le dovute motivazioni ed entusiasmo la nostra relazione con Dio che si attua anzitutto nella preghiera.
Il testo integrale delle meditazioni verrà inoltrato a parte e a ognuno di noi quanto prima. Non possiamo che essere grati al Signore, il quale ancora una volta concede i doni e gli strumenti necessari a ognuno per vivere la sua vocazione di vita paolina secolare consacrata.
Come negli anni passati, il nostro amico Gian Carlo I. ha sintetizzato i contenuti e lo svolgimento degli Esercizi spirituali con la generosità e lo stile puntuale che gli è consueto (Gian Franco B. Delegato).

La settimana del ritiro annuale dell’ISGA rappresenta l’unica occasione d’incontro e di vita fraterna per i Gabrielini. Questa scadenza annuale è dunque occasione e fonte non solo di raccoglimento nel Signore e di bilancio personale, ma anche espressione di uno speciale tempo di condivisione fraterna, aperta al confronto, forse vivace, di idee ed esperienze, solitamente reso discontinuo per il loro specifico stato di consacrazione nel mondo.
Molti Gabrielini infatti svolgono la propria testimonianza di vita cristiana in una situazione quasi di tipo “eremitica”, spesso in un ambiente (anche familiare) per lo più estraneo, se non proprio avverso, alla dimensione religiosa. È durante la settimana degli Esercizi quindi che ogni partecipante si fortifica nel raccoglimento intensificando il suo rapporto sacramentale e liturgico con il Signore, come pure nella vita fraterna, con lo scambio di esperienze di vita vissuta di chi attua interamente la propria consacrazione nel mondo.
Utile dunque adesso lasciar risuonare in ognuno di noi, di nuovo inserito nella vita consueta, le meditazioni proposte con grande cura da don Vito Salanitri intorno al grande tema della Preghiera. I Gabrielini gli esprimono unanimemente la loro gratitudine per l’impegno e la competenza nell’assolvere il suo compito. Egli è riuscito a offrire riflessioni sintetiche ed essenziali, ma al tempo stesso ricchissime di sapienti citazioni, tratte direttamente dal cuore della nostra tradizione. Tutti noi presenti abbiamo potuto gustare le interessanti meditazioni, mai finite in dissertazioni puramente teologiche pur essendo puntuali nei riferimenti patristici.
Già dal primo incontro, avvenuto nella mattina del 4 agosto, don Vito ha iniziato a sviluppare il tema della Preghiera, secondo due linee interpretative. La prima, relativa al perché pregare e al Chi pregare. La seconda, riferita alle modalità dell’orazione. La preghiera consiste infatti in una relazione personale con il Dio Trinitario, il quale suscita nel cuore dell’uomo un desiderio di risposta. La preghiera diviene quindi il luogo di un dialogo filiale, che si comunica formalmente attraverso le linee della lode, supplica, intercessione e adorazione.
Egli non ha tralasciato di sottolineare nelle sue istruzioni un certo richiamo alla Tradizione, da intendersi nel pieno significato di memoria vivente, nella quale si incontrano, inspirandosi vicendevolmente, le generazioni che si susseguono nel corso del tempo. In questo senso di stabilità e continuità con il passato è possibile che si determini l’apertura alla creatività dello Spirito Santo necessaria per trarre, senza forzature, cose nuove dalle cose vecchie. Dunque, il “centesimo” nome che manca agli altri 99 attribuiti a Dio dobbiamo scoprirlo noi, traendolo dal segreto del nostro cuore.
Don Vito sottolineava che s’impara a pregare all’interno della Tradizione, la quale costituisce una comunione di uomini oranti. Solo in un secondo momento si è in grado di raggiungere la propria originale forma di dialogo con il Signore. La preghiera infatti è da intendersi come una vera e propria arte. Come tutte le arti, però, deve contare su buoni maestri più che sul proprio ingegno. Sono appunto i buoni maestri quelli che ci fornisce la Tradizione cristiana.
D’altra parte è anche vero che le realtà spirituali, per nulla astratte, si apprendono solo nella misura in cui s’inizia a praticarle. Importante pertanto mettere in risalto che, al di là dell’aspetto formale, per non dire del formalismo e del pericolo insito nel fermarsi all’aspetto esteriore della preghiera, il Signore è sempre presente nel nostro cuore, specialmente durante il tempo dell’orazione. E questo, di certo, non costituisce solo un modo di dire.
Spesso, infatti, il Signore manifesta la sua presenza e le sue risposte nell’incontro orante, al di là delle tecniche, delle forme usuali con cui questo incontro si realizza: presenza che si mantiene e prolunga al di là del momento vero e proprio della preghiera. In questo senso, san Paolo afferma: “Pregate incessantemente” (Ef 6,18), come per indicare che il significato profondo della preghiera, che si esprime e si nasconde dietro le liturgie e le forme rituali, è il desiderio di Dio, insito nel cuore dell’uomo. Pregare incessantemente significa allora desiderare continuamente Dio, tenendone viva la memoria e l’ascolto. 
La preghiera incessante sembra essere impedita ai laici consacrati nel mondo, maggiormente esposti alle distrazioni, agli affanni, alle spine che abbondano lungo le loro strade. La giornata di chi si guadagna “il lavoro con le proprie mani” infatti è spesso scandita da occupazioni che non si conciliano, almeno formalmente, con la dimensione spirituale. Eppure, anche stirando le camicie o pulendo la verdura o quando i televisori dei vicini rimbombano nel nostro appartamento, è sempre possibile mantenere il cuore aperto al contatto con Dio, desiderandone e richiamandone nella coscienza la Presenza.
D’altra parte, non dimentichiamo che siamo parte integrante della Famiglia Paolina. E questo significa che costituiamo una unione, un corpo unico, del quale noi in un certo senso costituiamo la cinghia motrice inserita specificamente nell’ambito mondano. La nostra sola presenza nel mondo è dunque portatrice, a seconda della nostra consapevolezza, dell’azione di bonifica divina, che misteriosamente si diffonde e opera, spesso in modo inconsapevole, attraverso le nostre modeste persone.
Continuiamo quindi a volerci bene, a sentirci uniti, nonostante le distanze, nonostante le difficoltà, nonostante le possibili incomprensioni che nascono ovunque, tanto più in noi, esposti a molti pericoli esterni e interni. Facciamo tesoro della settimana degli Esercizi, delle opportunità che ci ha offerto il Signore anche quest’anno, per farci comprendere le dimensioni insondabili del suo amore, del suo desiderio di renderci forti e stabili in lui. Perché soltanto nel Signore è possibile trovare soddisfazione totale e duratura.
La consacrazione significa infatti portare nella propria vita le stigmate del Signore, tuttavia segni interiori lievi e dolci che “ci riannodano al cielo”. Ben diversamente dalle ferite che generosamente offre il mondo a chi non si mantiene a una certa distanza da esso: ferite dalle quali siamo stati tuttavia liberati dal dono della vita consacrata, che ci ravviva in ogni momento. Per questo, ogni consacrato, perpetuo e temporaneo, novizio o ancora in fase di discernimento, deve essere particolarmente grato al Signore per la preziosità di questo dono, che segna un evento unico, per lo più irreversibile, nella vita di ognuno.
Come di consueto, gli Esercizi spirituali sono stati chiusi con l’ammissione al noviziato, quest’anno, di Nicola B.; con il rinnovo della professione di Luca A. e Giovanni T.; con la prima professione dei Consigli evangelici di Pino C. e Gavino P.; con la professione perpetua dei voti di castità, povertà e obbedienza di Gian Carlo I. e Serafino P. A questi nostri carissimi amici e Gabrielini l’augurio della perseveranza nella fedeltà a Dio e allo Statuto, assicurando loro la nostra fraterna preghiera e testimonianza di fede, speranza e carità nel Signore