Avventimenti

Primo incontro internazionale 2009
 

DEGLI ISTITUTI PAOLINI DI V.S.C.

Ariccia, 12-18 settembre 2009

 

Istituto “San Gabriele Arcangelo”

“opera propria” della Società San Paolo

Fondazione: Albano Laziale (Roma) 12 settembre 1958

Approvazione pontificia: 8 aprile 1960

Riconoscimento civile con Decreto del Ministero dell’Interno: 29 aprile 1995

Sede legale: Via A. Severo, 58  -  00145  ROMA

e-mail: isga.alberione@libero.it 

sito: www.gabrielini.org 

 

AGGIORNAMENTO
DELLO STATO PERSONALE DEI GABRIELINI

Alla data del 31 agosto 2009 compongono l’ISGA 35 persone:


professi perpetui                    29
temporanei                             4
novizi                                     2

 

Età media:

perpetui                                  64 anni
temporanei                              45 anni
novizi                                      33 anni

 

Professioni:

autonomi                                  3
lavoratori dipendenti                 13
pensionati                                18
lavoro saltuario                          1

 

Provenienza:

dal Nord-Italia             18
dalla Toscana               7
dal Centro/Sud             8
dalle Isole                   2

 

Suddivisione generale per età anagrafica:

inferiori ai 35 anni                     2

dai 36 ai 45                               4

dai 46 ai 55                             10

dai 56 ai 65                               4

dai 66 ai 75                               6

oltre i 76                                   9

 

Gabrielini defunti

(alla data odierna)

 

Cognome e Nome Anno di entrata in noviziato Data della morte Anni di consacrazione

1) Zanini Mario

1962

25/12/1990

26

2) Squarati Bruno

1967

21/11/1995

26

3) Scotti Francesco

1966

13/8/1999

31

4) Toschi Lelio

1969

9/2/2001

30

5) Gazzola Egidio

1962

2/3/2002

38

6) Ferron Ugo

Novizio 30/9/2001

3/9/2002

=

7) Bonati Mario

1961

20/5/2003

40

8) Falchi Angelo

1967

8/1/2004

36

9) Giovanrosa Santino

1969

16/2/2004

34

10) Frumento Giuseppe

2000

2/10/2005

3

11) Pennati Daniele

1958

13/4/2007

47

12) Pischedda Pietrino

1967

12/4/2008

39

 

PROMOZIONE VOCAZIONALE:

Ogni anno, nel mese di settembre, pubblichiamo un’inserzione sul foglio liturgico settimanale La Domenica (1 milione e duecento mila copie), che ha un riscontro da parte di 10-15 interessati all’Istituto. Altre segnalazioni sono date dagli stessi Gabrielini o da altri della Famiglia Paolina. A queste persone è inoltrata ulteriore informazione e il sussidio: Una via credibile fra due amori. L’Istituto paolino di vita secolare «San Gabriele Arcangelo», onde avviare con loro un possibile dialogo per corrispondenza, cui fa seguito un primo incontro. Si comincia a inviare loro la Circolare. Nel frattempo inizia il discernimento vocazionale in conformità all’articolo 2 dello Statuto. Dopo un periodo di vicendevole conoscenza (aspirante - Istituto), l’aspirante fa domanda di poter far parte dell’Istituto e quindi entra nel postulantato.

 

METODOLOGIA FORMATIVA:

In conformità al Capitolo Settimo dello Statuto, che riguarda le Tappe della Formazione dei postulanti, dei novizi, dei professi temporanei (artt. 31-46), la metodologia formativa è finalizzata al:

 

– Discernimento per l’orientamento vocazionale dei postulanti, onde accertare, dopo «prova previa» per un periodo minimo di sei mesi (cfr. art. 31), la chiamata da parte di Dio, le condizioni e le disposizioni necessarie da parte dei postulanti perché possano assumersi gli obblighi a norma dello Statuto (cfr. artt. 32-33), in vista di «produrre con abbondanza gli ottimi frutti di santità […] nelle opere di apostolato» (cfr. Primo feliciter 3). I postulanti sono seguiti personalmente dal Delegato e dall’Assistente (incontri, corrispondenza); ricevono il sussidio Una via credibile fra due amori. L’Istituto paolino di vita secolare «San Gabriele Arcangelo» (agosto 2008, pp.83), e periodicamente la Circolare, per una prima conoscenza dell’Istituto, della Famiglia Paolina, del Fondatore. Sono invitati a partecipare ai Ritiri di gruppo e agli Esercizi spirituali annuali.

– Formazione biennale dei novizi, secondo lo Statuto (cfr. artt. 34-43), i quali all’inizio del noviziato ricevono lo Statuto e il sussidio: Nascosti in Dio e accanto all’uomo. Gli Istituti di vita secolare nell’insegnamento del Fondatore (giugno 2008, pp. 252), quindi vengono accompagnati personalmente dal Delegato e dall’Assistente (incontri, corrispondenza). Ricevono periodicamente e unitamente alla Circolare il Commento di un Capitolo dello Statuto, un sussidio mensile per il Ritiro e l’Adorazione Eucaristica e, agli Esercizi spirituali, un’apposita Istruzione sui Consigli evangelici. Due volte l’anno (fine anno e agli Esercizi) si richiede al singolo novizio una relazione personale su come vive questo biennio di formazione. I novizi partecipano ai Ritiri di gruppo e agli Esercizi spirituali annuali.

 

– Formazione dei professi temporanei (cfr. artt. 44-46), i quali vengono accompagnati personalmente dal Delegato e dall’Assistente (incontri e corrispondenza). Ricevono periodicamente e unitamente alla Circolare, un sussidio mensile per il Ritiro e l’Adorazione Eucaristica e, agli Esercizi spirituali, un’apposita Istruzione sui Consigli evangelici. Partecipano ai Ritiri di gruppo e agli Esercizi spirituali annuali.

 

– Formazione dei professi perpetui, i quali sono accompagnati personalmente dal Delegato e dall’Assistente (incontri e corrispondenza). Ricevono periodicamente e unitamente alla Circolare un sussidio mensile per il Ritiro e l’Adorazione Eucaristica. Partecipano ai Ritiri di gruppo e agli Esercizi spirituali annuali.

 

Apostolati concreti più significativi:

 

Il proprio compito di “farsi tutto a tutti” è anzitutto restare nell’ambiente dove uno è. Si tratta di una testimonianza silenziosa, di un apostolato dell’esistenza. Lo spirito missionario e l’azione apostolica sono presenti e attuati anzitutto nella professionalità, nella capacità e nel modo con cui uno lavora. Essere professionisti seri, che fanno bene il loro lavoro, è la prima azione evangelizzante dei Gabrielini. Essi non possono avere quasi uno scrupolo di tipo “religioso”: “Devo finire qui perché poi devo fare catechismo”. La loro è una testimonianza legata alla professione che essi svolgono, senza bisogno che essa diventi esplicitamente “religiosa”. Là dove è possibile svolgono un apostolato in diretta collaborazione con la Società San Paolo e le altre Istituzioni della Famiglia Paolina. Questo tipo di collaborazione richiede però apertura e preparazione.

 

 

Spiritualità genuinamente paolina:

La spiritualità del gabrielino è comunemente quella del cristiano che nella propria comunità parrocchiale ha seguito le varie tappe dell’iniziazione cristiana ai sacramenti e quindi maturata in successive esperienze, cammini, militanze, sotto la direzione di una guida spirituale che poi lo ha orientato alla vita secolare consacrata. A questo particolare patrimonio personale si unisce la spiritualità paolina, ovvero quella di san Paolo, la cui sostanza consiste in un processo di cristificazione, come il Fondatore la propone ai Gabrielini.

L’Assistente forma a questa spiritualità per via epistolare e quindi nei vari Ritiri periodici ai gruppi, negli Esercizi spirituali annuali, come pure con una catechesi pubblicata nella Circolare, uniti alla quale dei sussidi per il Ritiro e l’Adorazione Eucaristica per quanti non vi possono partecipare in gruppo. Propizi quanto mai per incrementare tale formazione sono stati l’Anno Paolino e il Cinquantesimo Anniversario della Fondazione dell’Istituto, che hanno avuto come epilogo la pubblicazione di preziosi sussidi in materia e un corso di Esercizi spirituali dettato dal Superiore generale don Silvio Sassi.

 

 

Coscienza dell’appartenenza alla Famiglia Paolina

e di aggregazione alla Società San Paolo:

 

Molti membri delle Istituzioni della Famiglia Paolina ignorano questo Istituto e qualche gabrielino ignora le Istituzioni. La mancanza di conoscenza da parte dei Gabrielini ha penalizzato, così, la coscienza di appartenenza e di aggregazione e ha portato all’assenza di collaborazione apostolica. A creare questa distanza concorre una ragione di fondo: lo smarrimento del senso sociale e quindi paolino della propria vocazione, consacrazione e santificazione, quando queste vengono finalizzate a un tipo di salvezza solitaria. Talvolta i Gabrielini sembrano anacoreti che vivono nella solitudine e non in una fraternità che li accomuni. La loro laicità, intesa nel senso di vivere ciascuno là dove il Signore lo ha chiamato, li espone a perdere la dimensione che ne specifica la socialità. La loro consacrazione può ridursi a un “Tu per tu” con Dio, che li priva dell’indole secolare, ovvero di apertura al mondo, alla società, alla Famiglia Paolina. Di conseguenza si attenuano le forze dell’affettività, l’interesse per i valori, per i progetti e per gli ideali che appassionano, come pure la capacità di decidere, creare, partecipare, condividere, collaborare. Con la coscienza dell’appartenenza e dell’aggregazione, invece, possono essere agevolmente attuate potenzialità personali di natura e di grazia che altrimenti rimarrebbero infeconde.

 

Prospettive:

L’Istituto «San Gabriele Arcangelo» rappresenta un futuro ricco di speranza nella Chiesa e nella Famiglia Paolina, per cui i Responsabili e i singoli Gabrielini s’impegnano a identificarlo, a viverlo e a promuoverlo sempre di più.

Dopo cinquant’anni di presenza, di esperienza e di storia, i Gabrielini hanno acquisito una propria identità, che li qualifica Paolini di Vita Secolare Consacrata e membri dell’Istituto «San Gabriele Arcangelo», «opera propria» della Società San Paolo.

Attualmente essi dispongono di molti strumenti idonei per prenderne coscienza personale e poter attivare il discernimento e la promozione vocazionale; la formazione dei postulanti, novizi, professi temporanei e perpetui; la vita spirituale e apostolica, che essi attuano in conformità allo Statuto dell’Istituto di cui sono membri.

Per l’immediato futuro i Gabrielini progettano:

– di utilizzare al meglio i seguenti strumenti: la Circolare, i vari sussidi disponibili fino a oggi[1] e quelli che verranno elaborati in futuro[2];

– di partecipare, con viva coscienza di appartenenza, ai Ritiri spirituali, agli Esercizi spirituali, alle varie iniziative d’indole formativa e apostolica dell’Istituto;

– d’incrementare il senso di solidarietà e di carità fraterna, dentro e fuori dell’Istituto, nel rispetto della giustizia e per rispondere alle necessità, alle urgenze e alle iniziative dell’Istituto;

– di ritornare al dinamismo, all’entusiasmo, alle motivazioni delle origini, onde vivere e testimoniare dentro e fuori dell’Istituto il Dono gratuitamente ricevuto;

– d’impegnarsi a una crescita complessiva sotto il profilo umano, culturale, spirituale, professionale, apostolico, paolino;

– di prendere coscienza dell’appartenenza all’Istituto e dell’aggregazione alla Società San Paolo con un dovuto approfondimento dello Statuto e dell’insegnamento del Fondatore sul carisma, la spiritualità e la missione. 

 

Roma, 10 settembre 2009



[1]  I sussidi disponibili: Una mano al mondo. Gli Istituti paolini di vita secolare; – Nascosti in Dio e accanto all’’uomo. Gli Istituti paolini di vita secolare nell’insegnamento del Fondatore; – Una via credibile fra due amori. L’Istituto paolino di vita secolare «San Gabriele Arcangelo»; – A. De Simone - O. Nicoletti, Nel cuore di Dio per il mondo. Il laicato cattolico in Italia e nel carisma del beato Giacomo Alberione; Don Silvio Sassi, «L’amore di Cristo ci spinge». Corso di Esercizi spirituali.

[2] Oltre ai suddetti, saranno a disposizione dei Gabrielini i sussidi per il Ritiro, gli Esercizi spirituali e l’Adorazione Eucaristica per quanti non vi possono partecipare in gruppo; il commento, articolo per articolo, dello Statuto.


Istituto «San Gabriele Arcangelo»

Sede legale: Via A. Severo, 58 – 00145  Roma

e-mail:  isga.alberione@libero.it 

sito: www.gabrielini.org

 

Relazione di don Angelo De Simone

I laici nella Chiesa e nella Famiglia Paolina

alle ore 09 del 14 settembre

 

 

Premessa antropologica

La Scrittura identifica l’essere umano quale “impronta” (sphraghís), “icona” (eikōn) e “benedizione” (euloghía) di Colui che lo ha creato «con sapienza e amore»[1], «a sua immagine e somiglianza» (Gen 1,27), «di poco inferiore agli angeli» (Sal 8,6) e lo ha «benedetto» (Gen 1,28) quale realtà «molto buona» (1,31), «santificata dalla parola di Dio e dalla preghiera» (1Tm 4,4). Il primo uomo, Adamo, è polvere e spirito (cfr. Gen 2,7), costituito armonicamente di anima e di corpo in tutta la sua sacralità e quasi divino.

L’essere umano è immagine di Dio perché non è riducibile al mondo visibile, non può essere né compreso né spiegato fino in fondo con le categorie desunte dal “mondo”, cioè dal complesso visibile dei corpi, quantunque il corpo e il mondo siano «cosa molto buona» (Gen 1,31).

È il sigillo divino a costituire la fondamentale dignità, sacralità e bellezza dell’essere umano: sigillo al sicuro persino dai delitti più efferati. Questa la ragione per cui l’impronta divina, resa visibile da Dio stesso in un segno difensivo sul corpo di Caino (cfr. 4,15), garantisce al fratricida, la cui colpa è così grande da non meritare perdono (cfr. Gen 4,13), il diritto a essere risparmiato e a vivere (cfr. 14-15) pur essendo l’assassino del proprio fratello. D’ora in poi nessun essere umano dovrà sopprimere gli altri né sopprimersi, fosse pure il peggiore degli individui.

La parola di Dio lumeggerà ulteriormente la persona con realismo e verità, presentandone l’alta qualità (cfr. Sal 8,6), anche quando, incalzata dalla sofferenza, l'assale il tormento (cfr. Gb 3,26) fino ad abbeverare ripetutamente la terra con il «fiotto di sangue del fratello» (Gen 4,10-11). Secondo la parola rivelata anche se nella mente e nel cuore dell’uomo e della donna può annidarsi e consumarsi il delitto, essi continuano ad essere segnati nel fondo dell’anima da una componente sacra, protetta come in uno scrigno prezioso, di cui è garante il loro Creatore. L’essere di polvere e spirito sono sacri, oltre e nonostante il proprio limite, errore, schiavitù, peccato e morte. Egli si accoglie e va accolto nella sua realtà caduca e sublime, fragile e forte, quale unità e intesa globale senza scissioni né rimozioni.

La portata rivoluzionaria del cristianesimo non sta soltanto nell’aver assunto sul piano dei valori il “trascendente” e il “sacro”, ma pure nell’aver restituito al “profano” dignità e autonomia. Grazie a una costante attenzione alla “creazione”, all’“incarnazione” e alla “redenzione”, l’esperienza e la cultura cristiana ampliarono immensamente l’area del sacro, sino a farlo coincidere con «ogni cosa creata da Dio» (1Tm 4,4; cfr. Gen 1,31) e, in particolare, con l’essere umano, che vale secondo il vangelo «ben più di molti passeri» e dei «gigli del campo» (Mt 6,28; 10,30; 6,26).

Gesù Cristo e il cristianesimo non sono una religione, nel senso delle religioni naturali; ma una persona e un evento, grazie ai quali si aprono prospettive inaudite sull’identità di Dio e, nel contempo, sul valore, la vocazione e il destino dell’essere umano. In Cristo crocifisso si rivela l’amore concreto di Dio per l’umanità. «Il Crocifisso non è un uomo che muore per Dio, ma è il Figlio di Dio che muore per l'uomo»[2].

Se dunque ogni cosa creata da Dio «è molto buona» (Gen 1,31) e quindi «non va rifiutata, ma accolta con animo grato, perché resa santa dalla parola di Dio» (1Tm 4,4) allora il laico è, di per sé, “già sacro”. Egli non necessita di un supplemento di sacro per essere riconosciuto tale, ma gli basta la specificità di essere creatura umana nel suo vissuto esistenziale, culturale, professionale, politico, sociale, etico, spirituale. Questa la ragione per cui nella comunità cristiana delle origini non si pensa a separare sacro e profano. Nella prima omelia tramandata dalla storia ed erroneamente attribuita a papa Clemente Romano (II sec.) si afferma che «nulla è profano per il cristiano, salvo quello che egli stesso profana col peccato»[3].

 

Il laico cattolico

In questa riflessione considero il laico quale inteso nell’ambito ecclesiale: il diritto canonico lo identifica, inequivocabilmente, come «non-chierico»; sulla base di tale distinzione si attua l’identificazione dei laici e si stabiliscono i loro ruoli all’interno della comunità ecclesiale, ferma restando l’unità della sua compagine: ciascuno con un proprio carisma, compito, posto nella vita di cittadino e di cristiano[4].

Per laico cattolico intendo colui che si sente partecipe «di una comune umanità prima ancora di aderire a un qualsiasi credo religioso», in modo da situarsi «di fronte alle cose e alle persone che lo circondano viste nella propria identità e non rispetto ad un obiettivo a loro esterno»[5].

Dio, del resto, non sta soltanto con i cattolici. Il cardinal Martini suole ribadire che il cuore di Dio è «sempre più vasto»: «Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo. Nella vita ne abbiamo bisogno, è ovvio, ma non dobbiamo confonderli con Dio, il cui cuore è sempre più vasto. Egli non si lascia dominare o addomesticare»[6]. Dio infatti è al di là delle frontiere che vengono erette.

 

Il “laico” nell’insegnamento di don Alberione e nella Famigli Paolina

Fin dagli anni dello studentato (1896-1907) il giovane Alberione si mostrava aperto agli eventi socio-religiosi del tempo. La sua attenzione si concentrava pure nell’approfondire il profilo squisitamente “laico” dello stesso Cristo meditando il gran mistero della vita laboriosa di Gesù di Nazaret.

Dall’analisi del discorso di don Alberione sui laici, possiamo precisare anzitutto il significato e l’uso ricorrente del termine laico (non chierico) nel pensiero alberioniano e nel contesto della Famiglia Paolina. Se ne distinguono le seguenti tipologie:

– laici destinatari della missione della Famiglia Paolina;

– laici benefattori che sostengono le opere di don Alberione;

– laici collaboratori esterni o stipendiati che operano nell’organico della Famiglia Paolina, alla quale dànno una mano nella costruzione del regno di Dio secondo una mentalità di corresponsabilità e di Chiesa-comunione;

– laici ex-allievi ed ex allieve delle varie istituzioni alberioniane;

– laici cooperatori, appartenenti all’Associazione Cooperatori Paolini, fondata da don Alberione nel 1917;

– laici e laiche che professano i consigli evangelici negli Istituti paolini di vita secolare consacrata, partecipando, in modi e maniere diverse, allo spirito, alla vita, alla missione della Famiglia Paolina con un loro Statuto e programma di vita nel secolo;

– laiche religiose che professano i consigli evangelici nelle varie comunità della Famiglia Paolina;

– laici religiosi Discepoli non presbiteri, che professano i consigli evangelici nelle varie comunità della Società San Paolo;

 

La visione “totale” che don Alberione ha della Chiesa universale si completa in ottica “unitaria” allorché si concentra sulle Istituzioni da lui fondate, che vuole e guida quale «mirabile Famiglia Paolina». Religiosi, cooperatori, collaboratori, laici si armonizzano dinamicamente perché coinvolti in un’unica missione: l’evangelizzazione multimediale. La riflessione sugli uni non prescinde da quella sugli altri, anche quando, nel nostro caso, il riferimento diretto è al laicato. Egli ha impegnato i laici in diversificate opere di evangelizzazione e di testimonianza cristiana ripristinandone la connotazione evangelica in quanto inseriti e operanti nel mistero dell’Incarnazione.

 Vi sono tuttora mille idee, non molto chiarite, sulla cosiddetta «ministerialità totale» e sulla «Chiesa totale», come si suole dire: nell’intento di superare il binomio chierici-laici; chiarire la collocazione della donna nella Chiesa; armonizzare in questa carismi e ministeri. Ebbene, riguardo a tali problematiche, don Alberione ha lucidità lungimirante e prospettive positive di soluzione.

 

Prospettive d’ordine generale

Gesù saliva sovente sul monte (cfr. Mc 3,13), appartandosi dall'ambiente cittadino e dalle sinagoghe, però non per separarsi dalla gente, ma per pregare il Padre nel silenzio (cfr. Mt 14,23); annunziare la buona notizia del regno di Dio a quanti intendessero davvero ascoltarlo (cfr. Mt 5,1-12); operare più liberamente all'aperto; tenersi lontano dagli avversari e testimoniare ai discepoli che sul monte sarebbe andato non solo per trasfigurarsi, ma per morirvi, coinvolto nelle vicende umane sino all’annientamento in croce (cfr. Mt 27,33; Fil 2,2-11).

Per Gesù l’appartarsi non è quindi separazione. Anzi, egli non perde di vista la folla, le cui afflizioni e croci non sempre sono considerate e sostenute. Si commuove spesso per la gente; e pure agli apostoli Gesù chiede che abbiano gli stessi sentimenti che egli ha per tutti.

Figlio nell’intensa intimità con il Padre (cfr. Gv 1,18; 17) e, nello stesso tempo, infaticabile Profeta immerso nel mondo e nella storia per annunciare la Buona Notizia alle folle (cfr. Mt 5-7), Gesù Cristo è il Dio fatto Uomo, orante e itinerante, venuto a salvare il mondo unificando in sé orazione e missione, le due anime del credente, che vengono indotte sovente al disaccordo, come si riscontra talvolta nella stessa prassi cristiana.

Come per Gesù, anche per i discepoli è questa esperienza d’intimità con il Padre a renderli aperti e amorevoli verso la gente, a traboccare, testimoniare e raccontare le meraviglie di Dio. Egli li chiama a stare con lui perché possano accogliere la sua parola e la sua testimonianza per condividerle agli altri, poiché a tutti è possibile vivere l’incontro con Dio nel Signore Gesù Cristo, quale esperienza vitale del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Gesù sceglie dunque dodici persone, avviando una piccola comunità cui affiderà la continuità della sua missione una volta asceso al cielo.

Come Gesù e gli apostoli, il laico cattolico è chi vive l’esperienza di fede prima di tutto come dono ricevuto gratuitamente a livello personale e interiore, in modo da poter contribuire a dare anima anche alla dimensione istituzionale della laicità, del cristianesimo e del cattolicesimo; tuttavia non consuma la propria esperienza di fede per se stesso, ma ne trabocca fecondando l’ambiente, la famiglia, la professione, la politica, l’opinione pubblica, la comunità ecclesiale e, dunque la storia, con lo spiccato senso della soggettività, dell’interiorità, ma pure della comunità, per cui non “crede” e “testimonia” da solo, ma unicamente e sempre in una comunità credente, orante, aperta e solidale; ancora, è colui che, nella partecipazione alla corrente viva della comunità cristiana quale lievito della storia, non si sottopone ad alcuna sudditanza passiva; in tal modo l’appartenenza alla stessa comunità e l’adesione in piedi all’autorità che la presiede lo sollecitano a una permanente posizione attiva; infine è chi, oggi in particolare, difende ed è fedele al Concilio, «perché nella Chiesa riemergono spontaneamente tendenze, idee, modi di pensare che sono contro, che sono fuori, che sono prima del Concilio»[7].

In un futuro immediato, compito del laico paolino è quello di contribuire a liberare il sacerdozio battesimale e il sacerdozio ministeriale e il dal fondamentalismo religioso promovendo in alternativa la tolleranza e il rispetto.

Già Leone XIII nella Immortale Dei (1885) sosteneva «che nessuno sia indotto con la forza ad abbracciare la fede cattolica, poiché, come saggiamente afferma Agostino, “l’uomo non può credere se non volendolo”[8]».

Nella Dignitatis humanae (1965) il Concilio afferma che «l’esercizio della religione, per sua natura, consiste anzitutto in atti interni volontari e liberi, con i quali l’uomo si mette in relazione direttamente con Dio: atti di tal genere non possono essere né comandati né proibiti da un’autorità meramente umana».

Dalla Gaudium et spes (1965) in poi, il magistero ecclesiale ribadisce in molteplici forme la tolleranza religiosa e «il rispettoso riconoscimento dei valori spirituali e morali delle varie confessioni religiose» nell’intento di «promuovere e difendere gli ideali, che possono essere comuni nel campo della libertà religiosa, della fratellanza umana, della buona cultura, della beneficenza sociale e dell’ordine civile» (Paolo VI, Ecclesiam suam, 1964).

In un discorso tenuto a Bombay nel 1964, papa Montini esortava a «unirci più strettamente non soltanto attraverso i moderni mezzi di comunicazione, attraverso la stampa e la radio, le navi e gli aerei: dobbiamo unirci con i cuori, in mutua comprensione, con stima e amore. Non dobbiamo incontrarci solo come turisti, ma come pellegrini che si mettono in cammino alla ricerca di Dio, non negli edifici di pietra, ma nei cuori umani».

L’11 ottobre 1959 don Alberione dettava una meditazione alla comunità delle Pie Discepole del Divin Maestro in Roma, Via A. Severo 56, presentando loro «i nemici della Chiesa», quali destinatari secolari dell’apostolato. «Vi sono i nemici della Chiesa, i nemici, voglio dire, quelli che [ci] odiano […] perché siamo persone consacrate al servizio di Dio. Oh, anche per quelli bisogna pregare, Gesù ha pregato per i crocifissori, eh! Pregare per loro, che il Signore li illumini e li attiri a sé con la sua grazia. Trattarli sempre bene, sì, trattarli con riguardo, ma non con condiscendenza ai loro errori […]. Però, mentre che si vuol bene e si prega, si desidera per loro la salute eterna, non accondiscendere ai loro errori, non accompagnarli nella loro vita che non è buona, forse. Compatirli e pregar di più perché si vede che non hanno ancora la luce interna, non hanno ancora la grazia» (APD 1959, 160).

Il laico paolino non scende a compromessi né sconfessa il proprio credo ma, senza rimanere un credente di parte, coltiva e fa valere la propria identità, come pure garantisce quella altrui. In forza del dono della fede ricevuta, delle proprie scelte e di una formazione e crescita della propria coscienza ad accogliere le scelte altrui, il laico paolino supera il preconcetto e il contrasto, a favore della tolleranza, dell’intesa, della pacifica convivenza di pensiero e di vita in ciò che è essenziale, secondo l’antica massima: nelle cose dubbie, la libertà; in quelle necessarie, l’unità; in tutte, il rispetto, la tolleranza, la carità.

Nel dialogo è sempre possibile porre delle questioni, in uno spirito pacifico, sul contenuto delle proprie e altrui idee e posizioni. Senza il dialogo permane l’atteggiamento (infantile ma sovente violento) del controllo esclusivo per proteggersi e, più spesso, per non porsi o essere messi in discussione. Il laico paolino non sceglie di far violenza ad alcuno né di farsi uccidere, ovviamente; tuttavia è consapevole di situarsi nel mondo come agnello in mezzo ai lupi, sicuro delle proprie posizioni di fede, senza imporle; anzi permettendo anche ai lupi di proporre le loro.


Istituto «San Gabriele Arcangelo»

Sede legale: Via A. Severo, 58 – 00145  Roma

e-mail:  isga.alberione@libero.it 

sito: www.gabrielini.org

 

Relazione di Odo Nicoletti

testimone della prima ora al Primo Incontro dei Delegati

degli Istituti Paolini di Vita Secolare Consacrata

Ariccia, 12-18 settembre 2009

 

L’impegno di don Galaviz nel curare l’organizzazione di questo Primo Incontro dei Delegati degli Istituti Paolini di Vita Secolare Consacrata, voluto dai Superiori Maggiori per approfondire il pensiero del nostro Beato Fondatore circa tali Istituti, merita un plauso. Pertanto esprimiamo al nostro Delegato Generale i più sinceri ringraziamenti.

Sono stato invitato come gabrielino coinvolto con altri sei amici nel momento fondativo dell’ISGA del 12 settembre 1958[9] ad Albano da parte di don Giacomo Alberione, nostro “Primo Maestro”.

Sono qui non per una relazione su quell’evento, bensì per portarvi la mia testimonianza in termini essenziali.

 

1. Don Alberione e il progetto ISGA. Nella costituzione Provida mater Ecclesia (2 febbraio 1947) di papa Pio XII è sancita la possibilità di vivere nel mondo una forma di autentica vita consacrata, permettendo a laici di essere nel contempo impiegati, insegnanti, operai, negozianti, professionisti, eccetera.

Molto probabilmente il nostro Beato Fondatore considerò il documento pontificio essere una provvidenziale occasione per offrire a una parte del laicato cattolico un sistema di vita basato su vita interiore e apostolato che lo status celibatario poteva permettere di attuare alla più alta tensione spirituale, conforme alla generosità e all’impegno di persone appartenenti a un apposito Istituto, con precise regole.

Il Primo Maestro intendeva inserire all’interno della Famiglia Paolina laici, sacerdoti e coniugi consacrati mediante la professione dei Consigli evangelici, pur rimanendo nel mondo; pertanto operò con lungimiranza e decisione per armonizzare le esigenze canoniche dei documenti ecclesiali con tale obiettivo.

L’approvazione pontificia dell’8 aprile 1960 (dei primi tre Istituti) e quella del 19 giugno 1982 (della “Santa Famiglia”) suggellano il progetto alberioniano di “completamento” della Famiglia Paolina.

 

2. Un dono provvidenziale, gratuito e immeritato. Entrando nel merito della mia testimonianza debbo collocarmi nel tempo (5 settembre 1955) e nel luogo (Roma, Via Alessandro Severo, denominata allora Via di Grotta Perfetta, 56), quando io ventisettenne ebbi il colloquio risolutivo circa la mia definitiva vocazione con il teologo don Giacomo Alberione, allora pure Superiore Generale della Pia Società San Paolo.

In tale circostanza ebbi il privilegio, certissimamente per una disposizione provvidenziale, gratuita e immeritata, di conoscere in anteprima dalla viva voce del Primo Maestro, allora settantunenne, l’identikit di coloro che in futuro sarebbero stati i Gabrielini.

Disse in quell’incontro: “Sarete laici, senza alcun segno distintivo, sarete dei consacrati nel mondo, dove con la vostra testimonianza nelle scuole, negli uffici, dappertutto, avvicinerete gli uomini a Dio”[10].

Compresi solo in seguito che don Alberione mi aveva sintetizzato le parole della Provida mater che trovai poi riportate nel volume Istituti Secolari di padre Escudero, pubblicato dall’Editrice Àncora, che il Fondatore medesimo mi consigliò di leggere al termine di quel nostro colloquio.

Mi dedicai poi ad altre letture sul tema, in particolare su alcune pubblicazioni del gesuita Jean Beyer e del francescano Agostino Gemelli, e consolidai la convinzione che i tre capisaldi degli Istituti Secolari sono:

– piena consacrazione

– secolarità

 –apostolato.

 

Avendo sempre presente che sono qui per testimoniare sui miei rapporti con il Primo Maestro nei tre anni (1955-1958) che precedettero la fondazione dell’ISGA, comunico anche che, dopo il colloquio del settembre 1955, questi rapporti ebbero degli sviluppi, che qui elenco in sintesi.

Ho accettato l’invito di recarmi ad Alba, per un periodo definito dal Primo Maestro di “acclimatamento”, con mansioni varie svolte per 21 mesi tra il 1956 e il 1957. Ebbi il privilegio di avere alcuni colloqui con il Fondatore, il quale si spostava quasi ogni mese da Roma per il ritiro spirituale ai paolini albesi. Fui esortato da lui a leggere la Bibbia, iniziando, ad esempio, dagli Atti degli Apostoli, poi i Vangeli, eccetera. Mi disse ancora che era indispensabile che mi cercassi un Direttore spirituale ed avere con lui regolari colloqui formativi. Circa la meditazione quotidiana mi orientò alla tematica essenziale dei Novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso) e mi indicò pure due libretti da lui redatti: Brevi meditazioni per ogni giorno dell’anno.

A fine agosto 1957 don Alberione mi invitò a partecipare a un corso di specializzazione per Agenti SAIE, durato dieci giorni a cominciare dal 1 settembre presso la “Villa San Luigi” dei padri Gesuiti in Chieri (Torino). Dopo di che, inseritomi nell’organizzazione SAIE, svolsi per otto mesi attività di vendita rateale nel Lazio.

Nella primavera del 1958, sempre il Fondatore mi invitò a lasciare la SAIE per dedicarmi alla promozione delle Edizioni Paoline presso le Librerie di Roma e poi di Napoli.

Alcuni mesi dopo, come ho già detto, don Alberione fonda ufficialmente l’Istituto “San Gabriele Arcangelo” di cui faccio parte fin da quel momento.

3. I primi cinquant’anni dell’ISGA. All’inizio il Primo Maestro presenziava agli Esercizi in Ariccia e don Gabriele Amorth, nostro primo Assistente spirituale, rimarcava con energia quali fossero gli impegni spirituali di ogni giorno, mese ed anno. Assieme al fervore degli inizi, l’Istituto ha conosciuto purtroppo anche momenti grigi d’inadempienza e provocato colpevoli ritardi a motivo del poco spirito di fede nell’edificazione della nostra fraternità. A mio parere vi è stato anche scarso dialogo con la Società San Paolo, per ragioni varie, soprattutto circa il possibile ambito di apostolato dei Gabrielini medesimi.

Il pensiero e l’insegnamento del Fondatore circa l’ISGA avevano e hanno ancora bisogno di essere approfonditi, perché i Gabrielini, nei loro ambienti di lavoro e di relazione sociale, debbono resistere e contrastare l’ostilità verso il cristianesimo che permea larghi strati della nostra società, entro la quale, per espressa volontà del Fondatore, dobbiamo svolgere un’azione anti-ateistica.

L’ateismo teorico e pratico, figlio dell’illuminismo, razionalismo, massoneria dei secoli passati e che innerva oggi gran parte della cultura a livello mondiale è sempre stato causa di particolare sofferenza pastorale per don Alberione.

Un compito primario assegnato dal Fondatore alle Annunziatine e ai Gabrielini dei primi anni era “la preghiera di riparazione” per l’ateismo dilagante (Roma, 18 marzo 1962). Egli rilevava che “sono tanti coloro che non credono in Dio […]. Alle Annunziatine e ai Gabrielini il pensiero della riparazione è per gli atei” (Manila, 22 marzo 1963). E aggiungeva: “Il peccato di ateismo è il peccato fondamentale perché nega tutto il soprannaturale […]. Le Annunziatine e i Gabrielini hanno da compiere ciascheduno un ufficio di riparazione” (Roma, 24 aprile 1962).

4. Don Alberione, maestro di vita spirituale. Il fatto che con tenace e silenziosa operosità don Alberione nei suoi ottantasette anni di vita abbia fatto dono alla Chiesa di dieci Istituzioni, da essa approvate con decreto pontificio, lascia intuire che alla base di questo straordinario dinamismo apostolico fermenti una solidissima vita interiore, sostanziata di ascesi, preghiera, contatto continuo con la parola di Dio, adorazione eucaristica, accettazione generosa di fatiche, sofferenze e rischi di ogni tipo.

La beatificazione del 27 aprile 2003 è l’ufficiale dichiarazione della Chiesa che il nostro fondatore abbia raggiunto il traguardo della santità personale consolidata e che possa essere qualificato come modello e maestro di vita spirituale.

Ai primi Gabrielini, presenti agli incontri negli anni sessanta ad Ariccia, diceva: “Voi siete inseriti nel Mistero dell’Incarnazione”, espressione che il sottoscritto ha sempre tenuto viva nella memoria, senza approfondirla tuttavia in modo sistematico. Ora, riflettendoci sopra, l’essere “inseriti nel mistero dell’Incarnazione” è prerogativa certa di ogni battezzato, ma forse ai Gabrielini, che per vocazione e situazione esistenziale vedeva immersi a tempo pieno nelle attività del mondo (o secolo), il Primo Maestro chiedeva un “supplemento” di attenzione su questo Mistero. Attenzione cioè a tutto quell’ “umano” (laboriosità, sobrietà di vita, accoglienza) che formano la base del cristiano e dell’apostolo[11].

La direttiva del Fondatore ai Gabrielini mi pare possa significare anche; “Siate persone che operano per estendere il Regno di Dio attraverso l’impegno di esercitare al meglio il vostro mestiere o professione e la vostra vita relazionale. Sarete così promotori efficaci di un nuovo ‘Umanesimo’ cristiano, attraverso il quale potrà crescere quella ‘civiltà dell’amore’ da più parti invocata, ma, in gran parte, ancora tutta da attuare”.

Rinnoviamo la richiesta d’intercessione al nostro Fondatore, immerso nella perenne luce di Dio, per le necessità della Famiglia Paolina tutta e, in particolare, per i Gabrielini del secondo cinquantennio del 



[1] Messale Romano, Preghiera Eucaristica IV.

[2] B. MAGGIONI, Il Padre nostro, Vita e Pensiero, Milano 1995, p. 25.

[3] In Aa. Vv., Laici e laicità nei primi secoli della Chiesa, cit, p. 88.

[4] «L’idea di laicità […] non nasce fuori, o contro, ma dentro il mondo cristiano. Mentre è quasi ignorata nell’Islam» (P. SCOPPOLA, «Io cattolico a modo mio», in La Repubblica, 4 marzo 2008).

[5]  Ivi.

[6] C. M. MARTINI - G. SPORSCHILL, Conversazioni notturne a Gerusalemme sul rischio della fede, Mondadori, Milano 2008, pp. 20-21.

[7] P. SCOPPOLA, «Io cattolico a modo mio», cit.

[8] AGOSTINO, in Jo, 26,2, PL 35, 1607.

[9] L’8 settembre 1958 il Fondatore detta la meditazione introduttiva a un gruppo di giovani, che iniziano gli Esercizi spirituali nella Casa degli Scrittori della PSSP ad Albano (Roma), in preparazione al noviziato. Il giorno 12 settembre di quest’anno chiude gli Esercizi spirituali con il rito dell’entrata in noviziato di questi sette giovani: Antonio C., Francesco L., Ezio M., Odo Nicoletti, Luigi P., Daniele Pennati, Walter T. In questa data, 12 settembre 1958, si ritiene fondato l’Istituto”San Gabriele Arcangelo”.

Questo primo gruppo è da considerare quale iniziatore di quel nucleo di Gabrielini disponibili a spostarsi, permettendolo le loro condizioni, per una forma di collaborazione, diretta e regolamentata con gli apostolati della Società San Paolo o di altre istituzioni della Famiglia Paolina. Nel progetto del Fondatore ciò avrebbe dovuto svilupparsi sempre di più e la Famiglia Paolina ricevere la collaborazione a “tempo pieno” di laici preparati ad affrontare responsabilità tecnico-organizzative crescenti, ferma restando la continuità della formazione che l’Istituto avrebbe dovuto loro garantire. Sorsero così i primi gruppi di Gabrielini rispettivamente a Torino, Milano, Crema, Firenze, nei quali ci si radunava per i ritiri mensili. Durante gli Esercizi spirituali annuali in Ariccia nella Casa “Divin Maestro” spesso don Alberione andava a incontrarli e dettava loro le sue meditazioni e istruzioni. Continuamente si teneva informato sull’Istituto.

[10] Cfr. I laici nella e con la Famiglia Paolina. Atti del VI e del VII Incontro dei Governi generali della Famiglia Paolina, Ariccia, 2-6 luglio 1988 e 5-11 febbraio 1989, a cura di Luigi Giovannini SSP, Casa Generalizia SSP, Roma 1989, pp. 208 (uso manoscritto), pp. 91-94.

[11] Scrive don Alberione nel 1953: “Occorre che vi sia una base, un punto di partenza: l’uomo retto; su di esso si può costruire il buon cristiano, il figlio di Dio; su questo si può elevare il religioso santo, che potrà essere laico o sacerdote” (in San Paolo, Settembre Ottobre 1953; FP, p. 5; CISP, p. 755; P, p. 26). Nello stesso anno integrava il proprio pensiero in prospettiva apostolica sulla necessità di “sviluppare tutta la personalità umana per la propria salvezza e per un apostolato più fecondo, mente, cuore, volontà” (AD 22). Il 19 marzo del 1954 egli faceva pervenire alle sue comunità il libretto da lui scritto Alle famiglie paoline, “tra i più curati, ordinati e validi usciti dalla penna di Don Alberione; ed è utilissimo per chi voglia rendersi conto degli elementi nuovi che l’esperienza ha introdotti nel suo pensiero e nel suo modo di governare. Le stesse parole del sottotitolo Formazione umana, formazione sociale, il lavoro e la Provvidenza, ‘portate Dio nel vostro corpo’, sono rivelatrici. Egli aveva fatto suo l’errore diffusissimo ai suoi tempi nei seminari e nei noviziati, che induceva a considerare come uniche doti essenziali dei candidati al sacerdozio o alla vita religiosa la pietà e la docilità, trascurando eccessivamente il fondamento umano su cui la vita sacerdotale e religiosa dev’essere costruita. Ma gli anni, la sua naturale tendenza a scoprire in tutto l’essenziale e le delusioni che non gli mancarono, gli fecero comprendere che le doti umane e cristiane tanto trascurate sono il primo elemento da prendere in considerazione come insostituibile fondamento da quanti mirano a formare religiosi e sacerdoti” (Rolfo, pp. 333; 334-337. Stampato nella tipografia delle Figlie di San Paolo di Roma, il volumetto, di 144 pagine, porta la dedica “Primo Maestro alle Famiglie Paoline – San Giuseppe 1954” (p. 4) e raccoglie in parte articoli del Fondatore apparsi nella circolare interna San Paolo del 1953 (cfr. CISP, 1061).