Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


1 novembre - dicembre 2007, pp. 3-5; 9-17      Amore Tangibile
  Prima di essere buoni e di amare, noi vogliamo essere amati, e senza mezzi termini. È un luogo comune ritenere che noi siamo creature avide di amore. Anzi non c'è per noi al mondo che un solo problema: ricevere amore. Al confronto, tutti gli altri sono subordinati o derivati. Qualunque desiderio, progetto, occupazione si consideri, di qualsiasi persona, in qualsiasi punto della terra, in qualsiasi momento della vita e della giornata, non ve n'è alcuno che non sia ispirato dall'anelito, conscio o inconscio, di essere amati. La sete di amore, è dunque, un'aspirazione, un'esigenza, un fatto universale. Infatti non è necessario un lungo studio di se stessi e degli altri per constatare che il bene al quale tendiamo e il cui possesso ci rende felici non è altro che l'amore: essere amati per amare. Un bene così generale, che sovrasta ogni altro e che colma l'intelligenza e il cuore, trova spiegazione nella natura stessa dell'essere umano e in Colui che l'ha pensata, progettata e creata.
La mente e il cuore umano vogliono il bene e l'amore, ma sotto forma di una persona vivente, in carne e ossa, esperta di conoscenza e di amore, avente un cuore di carne simile al nostro, cosciente della propria identità, felice per il dono e la ricchezza personale, traboccante al punto di riversarsi in noi. L'amore della persona è la persona. La creatura umana è fatta a misura del nostro cuore. Che c'è, infatti, di più consolante dell'amore di un padre, di una madre, di un figlio, di una figlia, di un fratello, di una sorella, di uno sposo, di una sposa, di un amico, di un'amica riversato nel corpo, nel cuore, nella mente per la nostra felicità?
Ora, c'è chi vive questa esperienza, cioè si sente amato dal padre, dalla madre, dall'amico.
Ma chi dunque saprà risponderci, soddisfarci, colmarci di amore, quando non ne troviamo talvolta neppure in famiglia? Potrebbe succedere infatti che in questo mondo nessuno ci ami o che noi percepiamo come debole e precario l'amore ricevuto, anzi destinato a finire. Infatti in amore siamo insaziabili. Quando prendiamo coscienza di ciò, quando ci accorgiamo che nessuno più ci ami, potremmo avere la sensazione d'essere giunti a un bivio: o disperarci o assicurarci un amore mitico, proiettato in un eden del passato o in un futuro ideale, o lasciarci invadere e amare da un Dio astratto, immaginato e concepito nel pensiero, quale eterno Amante, eterno Amato, eterno Amore. È la stagione in cui ci si apre e si può approdare alla tenerezza di Dio, che prima di tutto completa l'innocenza, il sapore, l'ebbrezza dell'amore umano o supplisce al suo invasamento o colma la sua assenza e il suo vuoto.
L’Amore è dunque Dio, ma non un Dio Padrone, lontano, autoritario. La sua autorevolezza è stracolma di credibilità, certo, ma anche di tenerezza traboccante che egli riversa creando, amando, provvedendo. Ci ha inviato suo Figlio Gesù Cristo perché ci rivelasse l'amore smisurato del Padre. Egli è la Parola presso Dio, il Figlio nel seno del Padre. Gesù, come Figlio di Dio, è esperto del Padre, sa chi egli sia: il sommo Bene, l'Amore comunicativo e traboccante non per indigenza, come per avere qualcosa che ancora non possiede, ma unicamente per bontà infinita, per partecipare la sua felicità a delle creature. Per amore il Padre ha inviato il proprio Figlio, il quale si abbassò, si fece uomo, bambino, servo, lavoratore, debole, povero, sofferente. Questo Figlio è passato attraverso la croce e la morte perché si sentiva amato dal Padre. Mentre coloro che lo hanno ucciso non conoscevano né si sentivano amati da nessuno.
Nel rapporto di semplicità e di immediatezza con il Padre del tutto particolare, Gesù lo chiama Papà (Abbà). Con la stessa parola e abbandono, con la stessa semplicità e tenerezza, noi discepoli, figli nel Figlio, possiamo rivolgerci al Padre con la fiducia dei bambini. Permettendoci di pregare come prega lui, cioè chiamare Dio Padre nostro, Gesù ci introduce nella stessa comunione intima che egli vive con il Padre, unica sua vita, tutta la ragione delle sue ragioni, per cui è nato, morto e risorto. 
Anche noi e chiunque altro, amati come il Figlio amato dal Padre, diventiamo persone traboccanti: scegliamo il bene per noi e per gli altri perché il Bene ha scelto noi; non facciamo il male: proprio perché ci sentiamo amati concretamente. Possiamo comportarci bene, facciamo il bene, perché ci è stato assicurato il bene; amiamo, perché ci è stato assicurato l'amore. Ci riversiamo e ci espandiamo amando. Il posto dell'amore donato all'altro viene colmato dall'amore che l'Altro ci offre.


“GESÙ CRISTO VENUTO NELLA CARNE”
(1GV 4,2)

Nella cosiddetta “bibbia dei poveri”, quella cioè fatta con le antiche immagini affrescate sui muri delle chiese, l’angelo è opposto al serpente e Maria a Eva. Il serpente inganna Eva inducendola a diventare come Dio e sollecitandola a non accettare di rimanere creatura tratta dalla polvere del suolo, ma egli le dice: ”Diventerete come Dio, conoscitori del bene e del male” (cfr. Gen 3,4-5). L’angelo invece propone a Maria di far diventare creatura, cioè polvere del suolo il Figlio di Dio: “Concepirai nel grembo e darai alla luce un figlio” (Lc 1,31).
Già era sorprendente che Dio avesse potuto sporcarsi le mani modellando con la terra il primo essere umano (cfr. Gen 2,7). Fin dall’Annunciazione sia la Vergine sia l’evangelista Luca manifestano tutta la loro perplessità alla notizia che Dio stesso si faccia carne: “Come è possibile, anzitutto, che Dio diventi uomo?”. Tanto che l’angelo attenua il realismo dell’abbassamento del Figlio, ricuperandone immediatamente la grandezza e la divinità: “Egli sarà grande, Figlio dell’Altissimo, della stirpe di Davide”.
In realtà, se l’angelo fosse stato “onesto”, avrebbe dovuto continuare a dire, come scriverà Paolo ai Filippesi: “Abbasserà se stesso, prendendo natura di servo, diventando simile agli uomini; e, apparso in forma umana, si umilierà facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte in croce” (cfr. Fil 2,7-8). Allora l’angelo ha ingannato la Madonna, le ha detto una bugia come aveva già fatto il serpente? In realtà le ha detto solo quello che per il momento era necessario dire. La rivelazione si sarebbe completata col tempo, poiché Dio si comunica con gradualità, a mano a mano che diventiamo capaci di comprenderlo.
Questa riflessione fa, comunque, intendere quanto sia difficile per noi accettare che Dio si abbassi a diventare carne. Invece i padri della Chiesa capirono subito che a noi esseri umani, composti di spirito e carne, era necessario che la salvezza venisse da Dio per la l’incarnazione del Figlio.
Dio ha voluto tener conto della composizione corporeo-spirituale dell’uomo, il quale ascende alle “perfezioni invisibili” di Dio attraverso le “opere da lui compiute” (Rm 1,20), facendo della “carne il cardine della salvezza” (Tertulliano). Pertanto, incarnandosi, il Figlio di Dio nasce “da donna”, “sotto la legge” (cfr. Gal 4,4), assume la materia, la carne, l’umanità, la cultura ebraica, passa da una condizione ricca di valori divini a un abbassamento graduale fino alla morte di croce (cfr. 2Cor 8,9; Fil 2,6-7).
La polvere del suolo, la carne, il corpo divengono dunque condizione essenziale per la rivelazione della gloria di Dio (cfr. Gv 1,14) e per la redenzione dell’umanità. Per questo, Elisabetta benedice il grembo di Maria (cfr. Lc 1,42) e Gesù redime l’umanità mediante il suo sangue e il suo corpo (cfr. Rm 3,25; 8,3; Eb 1,4; 2,9.14). Di conseguenza, l’autentico credente è colui che crede in “Gesù Cristo venuto nella carne” (1Gv 4,2).
In questo senso il corpo costituisce il “sacramento” della presenza e del nascondimento di Dio, il quale non è una identità astratta caduta dal cielo per risalirvi subito senza mettere radici nella nostra tradizione passata, presente e futura, ma Uno che si coinvolge, facendosi uno di noi, amandoci per primo. Per questa ragione, Maria è salutata da Elisabetta come colei che porta in sé la presenza del Signore: “Benedetto il frutto del tuo seno” (Lc 1,42).

• Il Signore che io incontro è astratto, “spirituale” o incarnato? • La comprensione-esperienza del mio Dio è dinamica, graduale, progressiva o è rimane alla Prima Comunione? 



L’IDEA DI DIO E IL DIO FATTO UOMO

A parlare e disquisire di Dio tutti abbiamo accesso. Se si tratta di cose celesti e divine, ci è permesso di considerarle a nostro piacimento. Pertanto, il tentativo di “addomesticare” Dio nella storia passata e presente è perenne e si esprime in diverse forme. Una di queste è “disincarnarlo”, spogliarlo della visibilità e ritenerlo invisibile, soltanto spirituale.
L’idea di Dio! Ci facciamo una “nostra” idea di Dio, lo scambiamo con un idolo che abbiamo fabbricato da noi, anche se non più con pietra e oro, bensì con idee umane, speranze umane e anche troppo umane, con facili consolazioni e chiacchiere vuote. In altre parole, abbiamo tratto copie dalle copie di Dio e il volto che ne risulta è infinitamente lontano dal suo originale.
Il fondo, “idolo” e “idea” hanno la stessa radice etimologica. Pertanto esiste una forma di idolatria filosofico-religiosa che confonde la propria idea di Dio con il Dio vivo e vero: l’unico, mentre le idee di Dio sono tante.
Sorge così l’idea di Dio che hanno i filosofi, la mentalità corrente e l’opinione pubblica. Sicché si “pensa” un Dio a misura diversificata. Altro invece è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il quale è il Signore della storia, protagonista e soggetto che si rivela e opera.I padri e fautori dell’ateismo si riferiscono alle varie idee di Dio, ai concetti vaghi di divinità, essenza divina, deismo e non sono mai finiti nelle braccia del Padre, per viverne il senso della vivente e palpitante comunione. Orbene, le idee di Dio hanno fatto di tutto per farci perdere la fede, ma non ci sono riuscite. In realtà, non è l’uomo che si può inventare un Dio a suo uso e consumo, perché Dio è tutt’altra cosa, rispetto a quello che l’uomo, da solo, potrebbe pensare di Dio.
La differenza tra Dio e questo surrogato è infinita. “Per sapere chi è Dio – aveva scritto Tertulliano – noi non andiamo a scuola dai filosofi né da Epicuro, ma dai profeti e da Cristo”.
Frequentando persone religiose, abbiamo ereditato anche noi cognizioni ed esperienze religiose di Dio. Molte volte, nell’intenzione di raggiungerlo, come Mosè, Elia e altri profeti, abbiamo preparato di giorno il nostro bagaglio come il bagaglio di un esiliato (cfr. Ez 12,7.6). Abbiamo battuto salite e discese, attingendo a pozzi, spremendo filosofie e teologie. Ma “la teologia non ha conservato per Dio altro che il rispetto della maiuscola” (E.M. Cioran). “Ho interrogato la terra ed essa mi ha risposto: ‘Non sono io’” (sant’Agostino). Era tutto “un po’ di vino con molta acqua” (G. Alberione). Escludendo la relazione come incontro tra Dio e noi, ma unicamente illudendoci di considerarlo conquista della nostra razionalità e moralità, era fatale che si sviluppasse in noi il fatuo sentimento della vanità di possederlo. Però il cuore, nostra vera esigenza e urgenza, non era ancora appagato. Avremmo dovuto superare la conoscenza dell’Ente, non perché incapaci di pensare, ma per effetto di un’esperienza di accoglienza, di perdono, di tenerezza da parte Dio, che ci avrebbe evitato di chiedergli per l’ennesima volta: “Chi sei?”.
Molti si sono inoltrati in lunghe gallerie di estinti dove erano allineati i busti di Marx, Nietzsche, Freud, maestri del sospetto. Ora esprimiamo loro tutta la riconoscenza per aver demolito il Dio della religione: ci hanno sfiancato con i loro cavilli ma anche aperto gli occhi a sufficienza perché potessimo disporci ad accogliere Dio come Padre nella vita.
Il sentimento unico, del tutto nuovo, che Dio potesse “convertirsi” in Padre ha permesso alla libertà dello spirito di avanzare in noi come figli amati e benedetti. 
Ribelli a quanti ci avevano caricato sulle spalle un Dio Padrone, anche se tra i tanti egli era il migliore; diffidenti verso quanti ce lo avevano demolito, sebbene grati per la loro opera di “guastatori”, ci scrollammo dall’anima, con l’avvenuta esperienza del Padre e del Figlio fatto carne, anche l’astio verso i nostri pseudoeformatori.
Condannate a battere uno delle bolgie infernali più tenebrose, a motivo della intolleranza religiosa subita, molte persone hanno rigettato la presenza del Padre, si estenuano ancora nel cercarlo dove non è, rifiutano di arrendersi e di accoglierlo e finiscono nel tetro lamento dei lontani: “Nel momento stesso in cui mi hai creato, io ho cessato di appartenerti. Io non ritornerò più a te, perché io sono un uomo e ogni uomo deve inventare la sua strada. Tu sei Dio e io sono libero: noi siamo ugualmente soli, uguale è la nostra angoscia” (J.-P. Sartre).
Proprio in una società pluralistica come l’attuale noi credenti siamo annunciatori della Parola fatta carne in Gesù Cristo, il quale non è un’idea, ma la visibilità stessa di Dio: amore per tutti gli uomini, che non è facile sentimento; speranza incondizionata che, malgrado tutte le apparenze, questo amore rimarrà integro nel tempo e per l’eternità.
Il Dio vivente, che dà a tutto il resto la sua estrema profondità, può essere adorato nella preghiera, riconosciuto e incontrato nella Parola fatta carne, nel Figlio Gesù Cristo, in cui Dio per la prima volta è qui per noi, veramente vicino come grazia vittoriosa ed efficace nella meschinità della vita quotidiana, come fede speranza e carità, scandalo e stoltezza per i più.
Tuttavia colui che si manifesta nell’incarnazione del Figlio è Dio, il mistero assoluto, in cui l’esistenza umana si smarrisce come in colui che la supera, la giudica e con se stesso le dona la grazia. Ciò che viene detto è questo mistero assoluto per cui Dio diverrà realmente tutto in tutti nella storia della libertà umana. 



LA PAROLA PRIMA DELLE PAROLE

La “Parola presso Dio” entra nel mondo diventando “carne” per spiazzare le parole, quelle anzitutto espresse in esubero nella preghiera e nella liturgia. Il mistero pasquale dell’incarnazione, passione, risurrezione e glorificazione della Parola fatta carne ha il potere di oltrepassare le parole e le voci, interiorizzando la corporeità, i gesti e, globalmente, la stessa realtà in cui svolgiamo la nostra attività se non altro per guadagnarci il necessario per vivere. Pertanto, nella relazione con il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo la Parola fatta carne ci rende liberi, responsabili, adulti, privi di conflitti spazio-temporali ed evangelicamente oranti “in spirito e verità”.
Preghiera, dunque, non fatta di parole, ma vitale, onde tener fronte alle logiche di un ambiente e di una mentalità talvolta estremamente alienanti.
Ridurre il vocio per ripristinare il silenzio orante, ridare la precedenza alla Parola incarnata, riprenderci nella preghiera e nella liturgia il silenzio positivo, pieno, denso, come la condizione indispensabile, il punto di partenza della nostra orazione. Anteriori alle parole scroscianti, non significanti né significative, sono quindi l'attenzione, l'interiorità, il pensiero, l'anima, la verità, la concentrazione interiore. 
“Ero in preda a mille pensieri diversi e, da molti giorni, facevo grandi sforzi per ritrovare me stesso (me e il mio bene) e per conoscere il male da evitarsi. Ecco che, improvvisamente [...] mi fu detto ripetutamente: ‘Queste cose non si possono dettare; richiedono tutta la purezza della solitudine [...]. Non pensare alla folla’” (sant’Agostino, Soliloqui).
Di san Benedetto da Norcia scriveva papa Gregorio Magno che egli univa preghiera e lavoro senza mai smettere di abitare con se stesso in quanto si custodì nell'intimo della sua coscienza".
Pertanto nel silenzio orante noi prendiamo sufficiente energia per attestarci di fronte alla realtà, con la possibilità di mettere in salvo la pelle dalla corsa, dal balletto degli incontri, dalla scorribanda degli appuntamenti, dal concerto delle telefonate, dal fumo degli imprevisti che finiscono col ridurre il tempo in cenere. Allora è possibile cercare, desiderare, mutare senza distruggere, essere nei propri panni e sentire sete dell'infinito, sgobbare ma anche riposarsi, cantare e stringere i denti, accogliere la tristezza e la gioia, godere della radice di ieri e della chioma del domani, lasciarsi illuminare dalla luce del giorno e conservarne una fiammella per il buio della notte, per sé e per gli altri. Insomma, riuscire a vivere “incarnati”, con i piedi per terra, nelle situazioni ma senza restarci sotto.Appellarsi a Dio nella preghiera non vuol dire disincarnazione, evasione, spiritualismo facile che porge soluzioni astratte a richieste concrete, liquidando i problemi con il ricorso a formule di preghiere. Se preghiamo, è perché altrove non abbiamo trovato risposte. Se interpelliamo Dio, è perché ce lo troviamo “vicino”, fatto carne. Se congiungiamo le mani davanti a Dio, è perché talvolta l'uomo non vuole o non può venirci incontro. Quando preghiamo, non lo facciamo per liberarci dei nostri impegni. Se ciò avviene, Dio ci rimanda anzitutto alle nostre scelte e responsabilità.