Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


11 maggio giugno 2009, pp. 25-28      Il gabrielino impegnato nel volontariato
 

La dolorosa realtà del sisma nella regione abruzzese ci ha obbligati almeno a riflettere su un fenomeno che ordinariamente negli accadimenti quotidiani non si manifesta. Noi consacrati, che abbiamo visto lo spettacolo con gli occhi dell’anima, oltre a pensarci abbiamo pianto per l’infelicità di quelle persone, “come per l’amico, per il fratello, come in un lutto per la madre” (Sal 35,14), e ci siamo messi subito in ginocchio a pregare, consapevoli di poter fare ben poco per loro.

È abituale per noi pregare: “Signore, aiuta gli uomini”; lo facciamo in particolare chiudendo la giornata con le preghiere della sera prima di ogni notte. Abbiamo provveduto a farlo anche prima di quella notte nella quale, precisamente alle ore 3,33 di lunedì 6 aprile 2009, il buon Dio si è distratto per trenta secondi ed ecco che la terra d’Abruzzo s’è impazzita, provocando il disastro che è ancora in atto.

Abbiamo imparato a fare questo tutte le sere, prima di dormire, affidando a Dio la nostra sorte e quella dei nostri simili con la classica “Preghiera della buona morte”, onde essere pronti, quando sarà l’ora, per poter nascere al Cielo. In quel silenzio e riposo ci sembra che sia tutto il creato a gemere e a pregare così.

Nello sfascio innominabile di un terremoto, è meglio non aggiungere altro di nostro; semmai continuare a parlarne con Dio, nel segreto del cuore. Dopo di che, non ci resta che muovere mani e piedi, per imprimere al terribile evento il solo corso salvatore. Molti infatti ci hanno dato l’esempio, coinvolgendosi con somme di denaro, sostenendo iniziative, andando sul posto per dare una mano. Tutto il resto persuade di meno.

Occorre dunque varcare i confini delle comodità, muovere il corpo, incontrare altri corpi di polvere e spirito, quelli feriti o senza più vita, risalendo così al primo evento della storia e all’atto originale della nostra umanità. La partecipazione è “incarnata” dunque, nel senso che si rende visibile e si concretizza in gesti diretti anzitutto alle persone. Senza visibilità e distanti dalla corporeità, le nostre buone e belle intenzioni vanno in fumo. I terremotati hanno bisogno di doni sensibili.

Dopo il disastro abruzzese, la solidarietà fattiva è il fiume che riesce a placare quella terra, a unire le persone, poiché uno è il corpo, una l’anima, uno il dolore, una l’umanità, una la speranza. Noi credenti aggiungiamo che uno è lo Spirito, uno il Signore, uno il Padre di tutti.

Il dono della fede sollecita il cristiano e, ancor più, il consacrato a non appartenere solo a se stesso. Essi sanno con chi stare. Il cuore di carne del gabrielino troverà sempre una valida ragione onde sparpagliarsi per le strade: è la solidarietà, la carità cristiana, soprattutto il dolore della gente a indurcelo. “Sono io che devo farmi prossimo a colui che è in disgrazia, a quanti sono nell’abbandono. Sono io che devo scendere da cavallo, farmi vicino, curvarmi. Sono io, tu, la Chiesa, chiunque […]. Siamo noi che dobbiamo andare verso l’uomo che è nel bisogno e fermarci”[1]. Questa scelta di fondo non è dunque un fatto solo di coscienza individuale, ma un banco di prova delle comunità cristiane.

Ecco le ragioni per cui il gabrielino impegnato nel volontariato s’è organizzato a rendersi presente e utile al Centro Operativo installato a L’Aquila. Quale ruolo potrà coprire? Che servizio compiere? Che tipo di competenza prestare? Non si tratta di trasportare le montagne, ma semplicemente di sostenere la gente, fosse pure col tappare buchi.

Egli può sempre tentare una prece su ogni casa diroccata, portando a Dio chi l’abitava, scendendo nelle profondità dell’anima senza la vertigine dei pensieri.

La gente che passa una disgrazia intuisce, scorge, individua facilmente la persona che si dedica a Dio e pone a essa l’antico quesito. “La mia tenda è stata divelta e gettata lontano come una tenda di pastori: dov’è il tuo Dio?”. Il Signore manda indubbiamente la sua verità e la sua luce, tuttavia è meglio che il gabielino rimanga nel consueto riserbo, cioè non si nasconda né fugga, ma sia discreto nel dire e continui piuttosto  a porre gesti di attenzione, di servizio, di carità.

Egli si limita dunque a fare opere di solidarietà, che in termini cristiani si qualifica come misericordia, sentimento del cuore che prova dolore per chi soffre. “Se offri un pane, da’ prima il cuore all’affamato – esorta sant’Agostino nel Sermone sulla misericordia –; se dài da bere, da’ prima il cuore all’assetato; se offri un abito, da’ prima il cuore a colui che è nudo; se accogli un ospite in casa, ricevilo prima nel cuore; se visiti un infermo, guariscilo con la dolcezza del tuo cuore; quando seppellisci un defunto, coprilo con la preghiera del cuore; se rappacifichi i litiganti, avvertili che non sentiranno più la pena nel cuore”.

Sarà ancora una volta il rombo dello Spirito, come di vento che si abbatte gagliardo (cfr. At 2,2), a rendere saldi i monti, a placare i sussulti della terra, a dare speranza anche a quanti pensano che Dio non esista o a coloro che nel tempo dell’angoscia si ricordano di Dio e lo cercano, perché di nuovo il sole sorga su tutto l’Abruzzo.



[1][1] D. M. Turoldo, Amare, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Mi) 1986 9, pp. 124s.