Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


12 novembre - dicembre 2007, pp. 21-28      Il domestico di Dio
 

Il gabrielino addetto al culto

 
Alcuni Gabrielini (Antonio M., Mario B., Serafino P., Luca A.) hanno svolto o svolgono tuttora nella rispettiva chiesa parrocchiale la mansione di sacrestano o sacrista; almeno, così veniva indicato in passato questo personaggio, che opera e lavora nel tempio, nel luogo di culto, nella chiesa, e che oggi lo si chiama addetto al culto, per meglio qualificarne la mansione ma anche perché quei termini e attributi risultano sorpassati. Va detto, nello stesso tempo, che anche la denominazione “addetto al culto” dice e non dice di questo ruolo, servizio e figura che a mio parere è davvero quella di un domestico di Dio.

Consacrato che vive nel mondo, il Gabrielino addetto al culto potrebbe sentirsi “piombato”: stretto, legato all’ambito del “religioso” e del “comunitario” che lo riduce nella sua “secolarità” e lo induce alla dimestichezza e, ancor più, all’abitudine con il culto, la liturgia, le cerimonie, trovandosi per molte ore nella navata della chiesa a smanettare su particole, cibori, calici, suppellettili in uso nella celebrazione. Anche una tanto onorata occupazione può finire dunque in attività ripetitiva e senz’anima, quando invece dovrebbe distinguersi per la partecipazione puntuale e il fervore interiore, dato che la si esegue all’ombra delle ali e della tenda di Dio.

Talvolta, visto all’esterno, l’addetto al culto è considerato dalla gente come un credente bigotto e un occupato per beneficenza: un povero diavolo, insomma, che non avendo troppe carte da giocarsi nella vita ha dovuto ripiegare su un lavoro insolito, sovente poco tutelato e neppure equamente rimunerato, proprio perché “ricevuto” per carità. Provate voi a immaginare allora per un lavoro del genere il tenore, lo spirito, la concentrazione, la passione, l’interesse, la gratificazione di quest’operaio di Dio, il quale lucidando candelieri, aprendo tovaglie sulla sacra mensa, passando dalla sacrestia all’ambone dovrebbe far salire sentimenti di gratitudine, accenti di preghiera, espressioni di gioia verso Dio e verso il suo datore di lavoro: invece rischia, per il disagio, di tirar giù un moccolo proprio quando egli l’accende sull’altare.

Ripercorrendo la sua giornata di lavoro, fin dal mattino può sentirsi solo come l’unico pesciolino nell’oceano, allorché la grande aula della chiesa si svuota ed egli non può fare a meno di stringersi a Colui che nessun tempio può contenere e che se ne sta per amore, pure lui solo, in una chiesa e in un tabernacolo ancora più angusto, avendo in tutta la giornata per compagno l’addetto al culto e dialogando, lui il Padrone di casa, almeno con il sacrestano, il quale fa altrettanto con Dio per non perdersi nei chiaroscuri del sacro edificio.

“Dialogare con Dio per non sentirsi solo”, voi gli suggerite dunque. Ma basta stare tutto un giorno in chiesa per poterlo fare? “Eh, no!”, risponde l’addetto, “Io lavoro, altro che pregare comodo in un banco!”. Sicché, il diligente sacrestano, spenta l’ultima candela dopo i Vespri, chiude il portale del tempio, se ne torna a casa, consuma la cena, vede il Tg, si mette a letto, senza farsi probabilmente neppure il segno della croce, giusto per non aggiungere altri segni ai tanti gesti e inchini ripetuti per tante ore in chiesa.

Conosco un paio di sacrestani che s’impegnano con tutta la loro “cultura” a far sovente da supplenti al parroco, propinando toutcourt pastigliette di natura teologica, etica, comportamentale, liturgica, familiare, professionale, politica, religiosa insomma, per tranquillizzare fedeli impazienti nell’attendere e poter accedere dal prete. In verità, si tratta quasi sempre di rispostine ad hoc, vere chicche di buon senso, farcite di apposito lessico, con straordinaria tempestività, soddisfacente risultato, al punto che per qualche giorno l’interlocutore, tranquillizzato, non si fa più vedere in chiesa.

Talvolta l’addetto al culto si vive, così, il complesso più o meno manifesto per non essere prete, diacono, celebrante, liturgista, teologo, maestro spirituale; ancor più, per non essere confessore. Ed è un guaio quando la sua anima si agita per quel che non è. È come se al suo motorino gli si sputasse in faccia da una Ferrari.

Questo complesso glielo fa venire la gente, la quale gli fa domande che dovrebbe rivolgere ai sacerdoti, o glielo accentua quando essa viene in chiesa e chiede del parroco al sacrestano senza prima salutarlo né scambiare con lui una parola, un sorriso, una cortesia. Insomma, pure lui è un essere umano, se non altro uno che sta lì a custodire la chiesa, a invitarti a sedere quando accedi agli uffici parrocchiali, ad attendere con pazienza condividendoti le prime informazioni sull’iscrizione di tuo figlio al catechismo. Nello stesso tempo è una fortuna se non si curano di lui. che ha tanto da fare.

Forse sto operando un’analisi parziale, ingiusta, del pover’uomo perché ne considero gli aspetti penalizzanti, offendendo un soggetto che ha, di certo, almeno il merito di sopportare tanti e tanti pettegolezzi, erogati nella e intorno alla casa di Dio da puntuali animatrici, collaboratrici sensibili, caritatevoli, attente nel controllare, prevenire, proteggere, difendere, correre ai ripari a vantaggio della Chiesa, del Papa, del Parroco, del Vice-Parroco, della fede, dei costumi, del buon nome della Parrocchia e di quant’altro.

Tutta una variegata schermaglia di pie donne piegate quotidianamente nelle devozioni a difesa del sacro romano impero parrocchiale; buoni pensieri e ottime intenzioni per sfogare, chiarire, condividere, aiutare, riprendere con carità, tenerezza, gentilezza, preoccupata apprensione chi non sa, non comprende, non s’accorge e potrebbe fare e farsi del male fino a perdersi.

Vediamo, però, anche l’altra parte della medaglia, nella quale sta inciso un volto umano, disteso, simpatico, affidabile di buon sacrestano, dal quale riverbera la consapevolezza della propria identità personale, servizio, ruolo e, diciamo pure, vocazione. Il suo è chiaramente un lavoro nascosto, silenzioso, ripetitivo, un concentrato di attenzione e di controllo particolare, di cesello e di rifiniture meticolose, perché egli sta operando per Dio e per il decoro della sua dimora in terra. Nessuno potrà comprenderlo, saprà valutarlo, apprezzarlo, ricompensarlo dovutamente, se non lo stesso Padrone di casa, che è Padre anche dell’addetto al culto.

Va detto che il sacrestano sa tenere la distanza dal Dio che ha come tempio il firmamento stellato; ma, in pari tempo, egli si avvicina a toccare, riordinare, ripristinare vasellame, paramenti, tessuti adibiti al suo culto divino. Sta con Lui tutto il giorno e, se lo dimentica, lo fa perché preso con la mente e con le mani dai divini oggetti, poggiati là sull’altare. Egli sosta poche volte in verità, perché quasi sempre a lavorare in chiesa è solo lui, addetto al culto. Altri: chi prega, celebra, adora, legge, sonnecchia; lui, no; sta lì invece a darsi da fare.

Ebbene, in quelle rare soste il sacrestano alza gli occhi in alto, non per scorgervi se c’è polvere, ma questa volta per pregare: lui che al sorgere, al crescere, alla metà, al declino del sacro giorno e talvolta della notte non canta godendosi la liturgia, ma ancora si affanna perché nel prepararla gli è sfuggito un dettaglio.

Oltre che operare prima di tutto per Dio, l’addetto al culto è stretto collaboratore del parroco, al quale spetta proclamare ambedue i Testamenti e celebrare nella Liturgia della Chiesa l'azione amorevole di Dio nella storia della salvezza e nella vita di ciascuno di noi. I due “ministeri”, quello del sacrestano e quello del parroco, non sono poi tanto ma tanto diversi, dal momento che l’addetto al culto scuote tappeti, spolvera banchi, strizza strofinacci, porta all’altare pane e vino, al pari del parroco che scuote anime, spolvera coscienze, strizza penitenti, conduce credenti alla mensa del Corpo e del Sangue di Cristo.

Pertanto in chiesa la liturgia dell’ultimo (addetto al culto) e del primo (parroco) è motivata dalla medesima esperienza di essere amati e benedetti da Dio Padre e Figlio e Spirito Santo, nonché dalla più viva coscienza “della straordinaria ricchezza della sua grazia” (Ef 2,7), “che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale in Cristo” (Ef 1,3), sia che rivestiamo il ruolo di addetti al culto sia che altri assumano il ministero proprio del sacerdote.

Ritengo che, per questo, si possa pensare pure una spiritualità del sacrista, mediatore laico che opera tra Dio e la gente non in forza del sacramento dell’Ordine, come il presbitero, ma quale essere umano, soggetto comune, occupato per Dio, factotum in chiesa e, proprio perché così identificato, il referente più vicino e alla portata, tramite sempre presente e piattaforma quotidiana perché la gente possa accedere ai “santi misteri” dell’ambito religioso, del culto, della gerarchia ecclesiastica, del reverendo parroco o arciprete.

Egli è là in veste dimessa, alle prese col secchio e con la scopa, quando non sale i gradini dell’ambone per adagiarvi le Sacre Scritture o dell’altare per deporvi gli oggetti per il culto: il pane e il vino, che è poi, simbolicamente, lui stesso, comune, semplice, di poco valore appunto perché un poco di pane e qualche goccia di vino, che però si trasformano poi in Corpo e Sangue del Signore; il calice, dorato o argentato, ma comunque prezioso, che egli terge quasi con timore perché contenitore riservato alla divina Bevanda.

Tuttavia, ferme restando la preziosità e priorità delle Sacre Specie in chiesa, la figura del sacrestano sta a testimoniarci che il luogo sacro del culto è sempre e prima di tutto la persona, immagine e somiglianza del Creatore. In Cristo, infatti, il culto dovuto al Padre si fa persona in tutta la sua purezza del cuore, essendo terminato così, grazie a lui, il culto legato a luoghi e tempi particolari ed essendo inaugurato quello “in spirito e verità” (Gv 4,24).

Quale formazione e spiritualità, percorso e titolo, riconoscimento e diploma per l’idoneità del Gabrielino addetto al culto? Nulla di tutto questo, poiché egli si sente in continuità con il discepolo che segue Gesù, il quale lo ha chiamato personalmente perché viva in comunione con lui senza farne l’abitudine. Tale esperienza permette che il suo servizio non diventi freddo né privo di entusiasmo. Esposto a testimoniare per il ruolo che svolge e il posto che occupa nel luogo sacro del tempio, egli riverbera il fulgore del volto divino contemplato come in uno specchio quando suda tra i banchi a riordinare.

Egli si apre e si rende disponibile per l'attività in chiesa, esprimendo la propria identità umana e cristiana nell’umile servizio al culto. Se non ha la consapevolezza di essere la persona giusta per occuparsi del tempio del Signore, l’assuma al più presto, perché ha su di sé gli occhi di gente “esigente” che prega nella casa di Dio.

 

La sua pace dipende però esclusivamente dall'innesto in Cristo, grazie al quale l’azione ininterrotta del sacrestano diventa orante, anche quando egli si trova costretto a usare la scopa per un’intera giornata. L’unione con il Signore gli permette di lasciare spazio alla lezione interiore dello Spirito, in modo che lui, semplice sacrista, venga trasformato in maestro di vita umana, professionale e cristiana per una comunità che vede, controlla, misura, pesa, valuta, giudica, stronca; qualche volta incoraggia, sostiene, apprezza, ama, ma che però rare volte si lascia scaldare il cuore da un addetto al culto, nascosto e silenzioso tutto il giorno nell’arca santa di Dio semplicemente a pulire per terra.

 

Ecco, mi sono sbizzarrito e mi sento onorato nell’avervi presentato, come ho potuto, non l’imponente figura di uno che scende dal Sinai col volto splendente come Mosé, ma semplicemente vi ho proposto la figura del Gabrielino sacrestano, sacristia, addetto al culto, presente in qualche nostra chiesa parrocchiale.