Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


16 gennaio - febbraio 2006, pp. 10-14      Gesł si presenta al mondo
 

Al Giordano Gesù viene battezzato, cioè unto e profumato di Spirito Santo, come figlio prediletto, re e profeta. Successivamente, nel gesto di Maria, sorella di Lazzaro, egli sarà cosparso di olio come l'atleta che rende dura la sua faccia, pronto alla lotta contro gli avversari che lo avrebbero percosso e spogliato fino a spartirsi le sue vesti tirandole a sorte.

 

Gesù Cristo entra dunque ben equipaggiato nella scena di questo mondo poiché amato dal Padre. Nel nascondimento della casa di Nazaret san Giuseppe ha avuto la grande vocazione e ruolo di rappresentare Dio Padre. Lo sposo di Maria non era il padre naturale di Gesù, anche se la gente pensava che lo fosse. Eppure la sua paternità è stata vera, egli non era un padre in prestito. Ha custodito con lei il Figlio dell'Altissimo. Giuseppe lo ha introdotto nella storia d'Israele, nella pratica della Legge, nella vita del popolo di Dio. Ben viva era in lui questa sua responsabilità paterna. Egli ha educato Gesù come "padre terreno", senza sostituire Dio, orientandolo a considerare persone ed eventi in stretta relazione alla volontà e al progetto del Padre celeste. La parola di Giuseppe come padre terreno è stata sempre seconda alla parola divina, senza essere presuntuosa, assoluta e autoritaria. Giuseppe ha rappresentato il volto paterno di Dio con grande sapienza.

Grazie dunque alla pedagogia del Padre celeste e del padre terreno, Gesù Cristo si presenta quale figlio, provato, decantato, adulto, robusto, vittorioso prima ancora di cominciare la battaglia col male. Questa la ragione per cui vince il diavolo nel deserto

 

Nel vangelo di Matteo (4,1-11) Gesù, per il quale lo Spirito ha fissato l'appuntamento col tentatore (cfr. 4,1), è presentato come colui che indurisce la propria faccia contro il maligno allontanandolo da se stesso (cfr. 4,13). Nell'episodio delle tentazioni di Gesù si evidenziano l'opposizione del tentatore, ma soprattutto la vittoria di Gesù sul male. Nella lotta, avvenuta nel deserto, dopo quaranta giorni e quaranta notti di digiuno, egli è sostenuto dallo Spirito e duella col tentatore a suon di parola di Dio.

 

La prima tentazione si consuma nella solitudine ed è contro la propria realtà personale, fisica, corporea: Gesù ha fame. È la tentazione del pane, quella garantirsi il cibo, anche con un miracolo[1]. Così pensa la gente. Così forse pensiamo anche noi battezzati. Assicurarsi le cose e la salute. Mentre non chiediamo "altre" ricchezze. Alla prospettiva esclusiva della facile prosperità materiale che si incarna anzitutto nel provvedere al cibo, Gesù risponde decisamente di no perché egli cerca "prima il regno di Dio e la sua giustizia" (Mt 6,33).

 

La seconda tentazione si consuma nella società, nell'ambiente. Gesù viene trasportato in città. È sollecitato a compiere un miracolo spettacolare per accaparrarsi la popolarità: buttarsi giù dal tempio e lasciarsi salvare da Dio. Indubbiamente ciò che distrugge l'uomo e la donna è l'assenza di novità, la polvere del quotidiano, l'aria anonima dell'ambiente, la noia delle azioni ripetute, la fluidità delle ore senza miracoli. Privi degli altri ci sentiamo niente. E dunque siamo tentati a farci notare ad ogni costo. In modo che tutti s'accorgano di noi. È la tentazione della non accettazione della propria storia, di chi pone la sua vita come su una ribalta, facendo del teatro, appoggiandosi a una gloria effimera. Senza gli applausi, certi riconoscimenti e gratificazione, non ci sentiamo niente. Il Figlio di Dio sa Chi gli rende gloria, quindi non ha bisogno di esibirsi. Questa tentazione fu molto violenta per Gesù nell'ora della passione (cf Lc 4,13), quando sarà assalito dall'angoscia dell'uomo debole e solo di fronte alla morte (cfr. Mc 14,32-39; Lc 22,40-46), e sarà provocato a scendere dalla croce per esibire la propria potenza (cfr. Mc 15,29-32)

 

La terza tentazione si consuma sul monte, simbolo del luogo delle grandi rivelazioni di Dio (Sinai, Nebo, Oreb, Tabor, Calvario), sul quale si opera una radicale scelta tra Dio e le cose effimere, tra il bene e il male (cfr. Dt 34,1-4). È una tentazione che noi subiamo nel tempio, nel santuario, in chiesa, e investe il nostro rapporto con Dio, la nostra religiosità o la nostra autentica esperienza di fede. È quest'ultima che ci fa vivere l'esperienza della paternità e maternità di Dio (cfr. Rm 8,14-17), completamente nuova rispetto alla posizione che il primo uomo e la prima donna assunsero di fronte a Dio (cfr. Gen 3,10; Mt 25,24; Lc 12,45; 15,25ss). Gesù pronunzia il suo amen al Padre, poiché egli si sente Figlio, forte perché ancorato al suo amore. Per questa ragione egli supera la tentazione "dei regni di questo mondo" e sceglie il Padre.

Tentato ad allontanarsi dal piano del Padre per un messianismo terreno e politico e per un bene effimero, Gesù rifiuta il tentatore e risponde confessando l'unico vero Dio fino ed accetterà la croce: "In cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia" (Eb 12,2).

 

Superata la lotta col diavolo, Gesù di Nazaret annuncia ai suoi concittadini il piano salvifico che lo Spirito ha progettato su di lui, richiamandosi a un’antica rivelazione del profeta Isaia  (cfr. Lc 4,14-30; Is 61,1-4).

Gesù parla con autorità. Per questo Gesù aprirà autorevolmente i suoi discorsi: "In verità in verità vi dico" (Gv 1,51); "Avete udito che fu detto, ma io vi dico" (Mt 5,21). Di qui la coscienza della propria missione che "scandalizza" i gruppi religiosi e la religiosità naturale diffusa nell'ambiente. La sua parola detta nella trasparenza, autorevolezza e decisione, provocherà stupore, entusiasmo, adesione ma anche diffidenza, delusione, rifiuto, ostilità. Il suo annuncio "incontra difficoltà, perché sconvolge il comune modo di pensare e di agire; nello stesso tempo riempie di gioia, perché risponde all'attesa fondamentale di essere amati e di amare. A quanti però vi aderiscono con decisione ferma e generosa viene concesso il dono dell'autentica libertà nella comunione, un rapporto nuovo con le cose, con gli altri e soprattutto con Dio, sperimentato come Padre" (CdA 104).

"Evidentemente il Maestro Via Verità e Vita – scrive don Alberione – non è un semplice insegnante che espone una dottrina con la quale assimila a sé la mente del discepolo mediante la sua scienza nozionistica, che gli manifesta; ma è il Pedagogo, l'Educatore, il Maestro di tutto l'uomo, dell'uomo integrale"[2]. 



[1] "Gesù di Nazaret mostra il suo stile inconfondibile anche nel fare miracoli. Coerente con la sua missione di Messia-servo, fermo nel respingere le tentazioni della ricchezza, del successo e del dominio, non si serve mai del miracolo per il proprio interesse personale, ad esempio per alleviare la propria fame, sete, stanchezza. Rifiuta le richieste di miracoli spettacolari, che costringano a credere (cfr. Mc 8,11-13; Gv 6,30). Proibisce ai malati, che ha risanati, di fare pubblicità (cfr. Mc 1,44; 5,43; 7,36)" (CdA 190). "Non bastano certo i miracoli a produrre la fede: è l'attrazione interiore del Padre che la suscita (cfr.Gv 6,44). Né sono i miracoli gli eventi salvifici principali: il vero pane non è quello moltiplicato, ma quello eucaristico (cfr. 6,26-58); la vera luce non è quella restituita al cieco nato, ma quella della fede battesimale (cfr. 9,1-41)" (CdA 194).

[2] G. ALBERIONE, "Presentazione", in  C.T. Dragone, Maestro Via Verità e Vita, Edizioni Paoline, Roma 1961 , vol. I, p. 5.