Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


2 maggio - giugno 2007. pp.3-17      “Anno della carità”
  in preparazione del cinquantenario di fondazione dell’Istituto


Circolare, maggio - giugno 2007. pp.3-17
Circolare, settembre - ottobre 2007, pp. 3-6; 10-13
Circolare, novembre - dicembre 2007, pp. 3-5; 10-13

Nei prossimi numeri della Circolare, dal 12 settembre 2007 al 12 settembre 2008, ci occuperemo a prepararci in forma ancora più immediata al cinquantenario di fondazione dell’Istituto. Come si era annunciato nel numero di novembre-dicembre 2006, ci proporremo di considerare e di vivere più intensamente la carità, in tutte le sue espressioni, come già allora si scriveva, ricordando che non siamo noi ad esserne i “facitori”.
Chi produce e fa la carità è anzitutto Dio, il quale ci ama per primo, ha dato se stesso per noi e quindi ci “genera” all’amore. Perciò noi lo comunichiamo in forma “incarnata” come rigagnoli che lo fanno gustare agli altri. L’amore di Dio infatti ricorre a messaggeri, profeti, chiamati e disponibili a compiere questa mediazione. Essi pertanto, più che dare il proprio amore, testimoniano, annunciano, riversano l’amore di Dio che si è fatto carne in loro. Del resto che ne farebbe la gente “soltanto” della “nostra” carità? Il prossimo anela alla carità gratuita e senza termine di Dio Padre e Figlio e Spirito Santo.
Intendiamo bene però la carità, che anzitutto è amore concreto, umano, corporeo, psichico, spirituale.
Noi Gabrielini abbiamo seguito il Signore Gesù Cristo non perché misogeni, sprezzanti del matrimonio, dell’amore coniugale, dei figli, della famiglia. Non per questo. Siamo stati attratti anzitutto dall’amore gratuito di Dio Padre e Figlio e Spirito Santo e abbiamo risposto alla vocazione per testimoniarlo nella vita con una paternità e fraternità che vanno oltre la carne e il sangue, perché anche altri ne facciano esperienza: cosa forse quasi impossibile dal punto di vista umano, ma fattibile in Dio, il quale accompagna e sostiene i suoi chiamati.
La fede e la chiamata ricevute per grazia non hanno ridotto le nostre energie e potenzialità umane col somministrarci sedativi spirituali in pozioni miracolose. La Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non interdice l’esperienza più bella della vita, “là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino”, come scrive giustamente papa Benedetto XVI nella sua prima enciclica Deus charitas (DC 3). Per questo, continua il Papa, “l’amore tra uomo e donna […] emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono” (DC 2). Tuttavia, egli sostiene, gli scritti neotestamentari, che sono stati redatti in greco, quando si riferiscono all’amore non usano mai la parola eros, che è il sentimento amoroso tra uomo e donna, ma preferiscono utilizzare la parola filìa (amore di amicizia, come quella dei discepoli per Gesù) e agape, ossia l’espressione dell’amore gratuito di Dio.
La parola agape è in assonanza con quella ebraica di ahabà, “che diventò l’espressione caratteristica per la concezione biblica dell’amore […]. Questo vocabolo esprime l’esperienza dell’amore che diventa […] veramente scoperta dell’altro […], cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso, l’immersione nell’ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell’amato” (DC 6).
Chi ha amato così è Gesù Cristo, il quale non ha cercato di salvare la propria vita, ma per amore oblativo l’ha perduta per poi ritrovarla (cfr. Lc 17, 33), al pari del chicco di grano che cade nella terra e muore e così porta molto frutto. Egli ha potuto amare fino a questo punto perché si sentiva amato e stracolmo di amore del Padre, sicché il dono che aveva ricevuto traboccava e si espandeva naturalmente su chi lo avesse avvicinato.
La tradizione cristiana d’origine controllata non squalifica però l’amore erotico, come qualcuno sospetta, ma dichiara “guerra al suo stravolgimento distruttore, poiché la falsa divinizzazione dell’eros”, che avveniva nei culti pagani e tuttora nella prassi di ispirazione materialistica, “lo priva della sua dignità, lo disumanizza”, dal momento che “l’eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, ‘estasi’ verso il Divino, ma caduta, degradazione dell’uomo” (DC 4).
Il pensiero e la prassi cristiana continuano a liberare l’eros dal suo avvilimento riconducendolo alla sua unità somato-psico-spirituale, ossia al livello di esperienza integralmente umana, poiché “non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l’uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima. Solo quando ambedue si fondono veramente in unità, l’uomo diventa pienamente se stesso. Solo in questo modo l’amore – l’eros – può maturare fino alla sua vera grandezza” (DC 5).
Il cristianesimo pertanto dilata la dimensione dell’amore, ponendo in risalto l’amore fraterno e al primo posto l’amore divino. Non si tratta dunque di mettere in parallelo o contrapporre l’eros e l’agape, quanto piuttosto di riconoscere e accogliere tutte le dimensioni dell’amore siano esso umane che divine.
In questo numero della Circolare rifletteremo su Colui che ci ha amati per primo e chiamati fin dalla nostra nascita (Lettera del Delegato) senza oscurarci la sacralità, la benedizione, il valore, tutta la bellezza e positività dell’amore umano sotto ogni profilo: sponsale, coniugale, paterno, filiale, fraterno (Catechesi dell’Assistente spirituale).••

“Risposta al dono dell’amore”
“Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1Gv 4,10),l’amore adesso non è più solo un ‘comandamento’,ma è la risposta al dono dell’amore,col quale Dio ci viene incontro […].Di qui un “rinnovato dinamismo di impegnonella risposta umana all’amore divino […]:amore, del quale Dio ci ricolmae che da noi deve essere comunicato agli altri”(DC, 1).


GRAZIE A DIO!

Carissimi, in quest’anno dedicato alla carità rifletteremo sull’amore gratuito che vive la Trinità nell’Unità di Dio Padre e di Dio Figlio e di Dio Spirito Santo. “Dio è amore” (1Gv 4, 16), è Agape: carità che per sua natura si espande senza mai esaurirsi, che non chiede prezzo nel donarsi, che si è espressa in sommo grado nell’incarnazione, morte e risurrezione del Figlio: infatti “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16).

È dunque la Carità di Dio che, come scrive san Paolo, “è magnanima, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità; tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta; non avrà mai fine” (cfr. 1Cor 13,4-8).

Quindi da essa deriva anche la carità che testimoniamo noi esseri umani, esperti dell’amore gratuito di Dio al punto da amare con amore oblativo, ma a condizione di averlo sperimentato appunto. Non si ama per obbligo, per dovere, ma per sazietà, sovrabbondanza di bene. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Non siamo la sorgente, ma solo il pozzo, il deposito in cui si riversa l’acqua zampillante. Per diventarlo, noi stessi beviamo, sempre di nuovo, alla sorgente, in modo che chi vuole attinga il dono di Dio depositato anche in noi.

Esperienza della carità infinita di Dio è indubbiamente il dono della vocazione alla quale abbiamo dato la nostra risposta. Anche quest’anno c’è grande motivo per ringraziarlo: due novizi, due nuovi Gabrielini professi, un nuovo professo perpetuo, due che rinnovano per un biennio, uno che rinnova per il secondo anno, una quindicina di giovani provenienti da diverse regioni in discernimento per orientarsi circa il loro stato di vita. A questi ultimi possiamo testimoniare, tutti quanti, Gabrielini nuovi e meno nuovi, l’inesprimibile tenerezza del nostro Dio, punto di riferimento unico della nostra esistenza umana, cristiana, consacrata.

Alcuni di questi giovani vivono esperienze diversificate, ma nutrono un unico desiderio: trovare luce, definire la propria vita, semmai guarire antiche ferite scendendo anche nell’inferno del proprio dolore per uscirne. E se la via stessa è dolorosa, diversa è la qualità di questo dolore: non è più quello della paralisi e del giudizio, ma è il dolore della nascita, della vita e della risurrezione nell’autenticità, nella verità e nell’amore.

I Responsabili dell’Istituto, in collaborazione con tutti i Gabrielini “che Dio ama”, scendono “in Egitto”, per accompagnare queste persone. Solo l’amore del Crocifisso, il quale “discese agli inferi”, e la forza del Risorto, il quale “è asceso al cielo”, permetteranno agli smarriti di non rimanere prigionieri. Il destino del sacerdote, del cristiano, del Gabrielino è andare lungo le strade e le siepi per incontrare poveri, ciechi, storpi, zoppi e quanti altri e condurli al banchetto con Dio (cfr. Lc 14,15-24; Mt 2,8-10). Il mondo è quello che è, tutti lo sappiamo; una cosa è certa: esso è gregge senza pastore, dolorosamente smarrito.

Riprendo lo straordinario racconto dell’incarico che Dio dà a Mosè: “Il Signore disse a Mosé: ‘Ho visto l’oppressione del mio popolo che è in Egitto, ho udito il suo grido di fronte ai suoi oppressori, poiché conosco le sue angosce. Voglio scendere a liberarlo […]. E ora va’: ti invio dal faraone per fare uscire il mio popolo, i figli d’Israele dall’Egitto’. Mosè disse a Dio: ‘Chi sono io, perché vada dal faraone e faccia uscire i figli d’Israele dall’Egitto?’. Rispose: ‘Io sarò con te’” (Es 3,7.10-11).

Qui l’Israele oppresso siamo tutti, il mondo e noi; in parti tempo tutti e ciascuno di noi siamo nel cuore di Dio, proprio perché eravamo o siamo ancora smarriti

Certo, quale inviato è all’altezza del compito? Anche a me tremano i polsi in certe iniziative di bene.

Il discernimento con i giovani che ci incontrano punta sulla interiorizzazione personale della propria identità umana, per imparare ad accogliere se stessi, gli altri, il mondo e Dio come realtà sacre a diversi livelli e valori. In tale percorso, perfino la stessa ferita originaria subita per la prima volta nella vita e il dolore da essa scaturito diventano dono, che rafforza e trasforma l’individuo, accompagnandolo a diventare adulto, mansueto, lungimirante, benevolo con chi ancora è lontano.

Lo stupore di chi intraprende questa via sorge quando egli si rende conto che il sacro, cioè il sigillo divino in ciascuno di noi, non è esclusivo né deturpabile, ma esteso a tutti perché Dio stesso ne è l’origine e il garante, avendoci creati tutti a sua “immagine e somiglianza” (Gen 1,26). Nell’interiorizzare questa straordinaria realtà e verità affiorano il rimpianto e la nostalgia per non averne avuto in passato la consapevolezza e, di conseguenza, il dolore per aver vissuto un’esistenza priva di motivazioni esaustive, ragioni determinanti, convinzioni profonde, gratificazioni e felicità nel credere e nel vivere la propria esistenza. 

In questo itinerario, risposta alla vocazione non vuol dire sovrastrutturale aggiunta religiosa, bensì riappropriazione della propria identità, se fosse ancora necessario, in tutta la sua sacralità, intelligenza, volontà, cuore, corporeità, energia, apertura e appartenenza a Dio. E qui ritorna il concetto e la realtà della conversione per chi è smarrito.

La parola rivelata più idonea al caso delle anime smarrite è quella che fa riferimento all’immagine della “terra deserta, arida, senz’acqua” (cfr. Sal 63/62) e al lamento della cerva che “anela ai corsi d’acqua” (cfr. Sal 42/41), come pure al rigagnolo che sgorga dai ruderi del tempio di Gerusalemme per trasformarsi in un imponente fiume (cfr. Ez 47,1-10). “Perché questa sete che nessuna conquista riesce ad estinguere?” è la domanda che ci viene posta nel Catechismo degli Adulti (n. 8); alla quale si dà la risposta: “Chi ha sete venga; chi vuole attinga l’acqua della vita” (Ap 22,17).

Nel proporre dunque la divina parola significativamente condensata nella parabola del buon samaritano (cfr. Lc 10,25-37), del padre amorevole (cfr. Lc 15,11-32) e della pecora perduta e ritrovata (cfr. Lc 15,1-7), occorre evitare di dare adito a sterili sensi di colpa – come fanno appunto il samaritano, il padre e il pastore delle relative parabole evangeliche – accogliendo senza moralismi, rimproveri e punizioni, che riaprirebbero ferite antiche, provocherebbero reiterati rifiuti e dilaterebbero distanze.

Nell’accogliere e nell’orientare chi ci incontra, cogliamo frutti sempre benedetti e abbondanti, se non altro perché molti ritrovano il profondo senso di sé, della propria storia e fede. Questo risultato rafforza il convincimento che, dopo la chiamata di Dio e la nostra risposta, noi Gabrielini siamo inviati come i discepoli di Gesù a incontrare quanti il Signore ci manda per liberare ferite che hanno provocato passate trasgressioni e l’allontanamento dal padre, dalla madre, da Dio, dalla Chiesa, dalla vita cristiana, dunque dalla fede in Dio.

Noi custodiamo lo spazio dell’incontro con amorevole rispetto e riserbo – come se fosse lo spazio della confessione –, perché non sono nostre queste anime ma di se stesse e del Signore. A noi consacrati spetta accoglierle, segnate talvolta da antiche cicatrici, dolore, lacrime, rabbia, e aiutarle a scoprire tutta la loro sacralità finalmente ricomposta, sicché ritornano poi “naturalmente”, consapevolmente e gioiosamente a vivere la vita cristiana e rispondere alla propria vocazione.

Nel constatare la carità di tanti “risorti”, capaci di essere l’uno per l’altro condivisione di bene quando in passato forse erano separazione, rimango stupefatto di fronte all’umanità e alla fede di queste identità ormai sacre, pudiche, integre e belle, con le cicatrici ancora evidenti, ultime labbra di questi spiriti passati al crogiuolo delle proprie ferite e del loro superamento per dire a tutti: “Ecco il nostro amore provato al fuoco!”.


AUTOSTIMA, AMICIZIA, AMORE

Conoscersi ancor prima di essere conosciuti. Comprendersi, nonostante la necessità di chiedere perdono. Accogliersi con benevolenza, come la madre il figlio, la sposa lo sposo, la terra il cielo, la gemma il sole. Apprezzarsi, anche se balbuzienti nell'affrontare la realtà, la vita, le avversità. Autostimarsi per non estinguere in noi la voglia di vivere e la gentilezza verso tutto ciò che esiste. Amarsi per il proprio valore, ereditato o acquisito: c'è chi attingerà al nostro rigagnolo.

"Amicizia è affidare all'altro il compito di vegliare sulla propria solitudine" (Rabindranath Tagore). L'amicizia prima è parola e carta; poi si fa corpo e sangue; col tempo diventa anima. Essa è persona, uomo e donna: dono, carisma, vocazione, alleanza, scambio, condivisione, festa, sfogo. Non è né obbligo né contratto né conquista. È stupenda, vitale, limpida, leale, aperta, povera, ricca, senza prezzo, umile, gloriosa, dolce, paziente, amorevole, lungimirante, nuda, vera, concreta, attenta, inventiva, originale.

L'amico non sempre è il migliore degli uomini. L'amica non sempre è la migliore delle donne. È accoglienza delle nostre voci, parola che ci dice il vero, tepore che scalda, costola a difesa del cuore, morbida fetta di pane, cintura ai fianchi, bastone di sostegno, salvagente in mare, pietruzza limata dalle prove, mucchietto di terra dove germogliano i fiori. L'amico e l'amica fanno con noi ciò che la primavera fa con i ciliegi.

Tutti, piccoli e grandi, andiamo in giro a raggranellare amore. La mente e il cuore umano lo vogliono sotto la forma di una persona vivente. Che c'è, infatti, di più consolante dell'amore di un padre, di una madre, di un figlio, di una figlia, di un fratello, di una sorella, di uno sposo, di una sposa, di un amico, di una amica?

Fin dalla nascita gridiamo la nostra innocente richiesta d'amore cercando il seno materno: mangiare, bere, dormire, scaldarsi, ridere, piangere, sentirci accolti ed amati... Sta qui prima di tutto il bene, l'eden personale, il paradiso, l'innocenza, lo stato inerme. Se siamo felici, buoni e innocui, è perché sin dai primi istanti di vita siamo stati amati, accolti, accarezzati, abbracciati, baciati da nostra madre e da nostro padre.

L’amore è sempre serio. Esige rispetto. Ha la sua ora. Non va inventato, rubato, costruito, comprato, affogato, ignorato, cancellato, travisato, banalizzato, frainteso, esaltato, enfatizzato, strillato, concorrenziato, spettacolarizzato, imposto. L’amore c’è o non c’é. “Tu devi amare […]: quale paradosso contiene questa espressione! – scrive F. Rosenzweig – Si può comandare l’amore? […]. Sì, certo, l’amore non può essere prescritto, nessuna terza persona può ordinarlo né ottenerlo con la forza […]. La dichiarazione d’amore è assai povera”, se prima non si è amati: la dichiarazione d’amore viene sempre dopo aver ricevuto il dono d’amore gratuito. Essendo di qualità, l’amore s’impone dunque da solo. Ne ha la forza. A motivare l’amore: ci vuole la sazietà dello spirito, la sovrabbondanza del bene ricevuto. Il cuore sprigiona altruismo, partecipazione, condivisione se prima “ha mangiato e bevuto” amore. L'amore ricevuto fiorisce in noi, ci induce a condividerlo, come dono che si fa vicino e liberante, che porta il nostro sigillo, i nostri occhi, il nostro cuore, i nostri pensieri, la nostra anima. Se siamo amati, possiamo seminare amore nella terra degli altri, anche quando non ci appartengono.

S’impara, si vive, si assaggia l’amore come goccia su labbra assetate, si ritorna all’amore accarezzati dalla sua brezza. Nessuno sa meglio parlarci dell’amore di quanti ne abbiano vissuto, nell’adulta stagione, l’attrazione, l’attesa, la soggezione, la violenza, il potere, l’estasi come pure l’assenza e la delusione.

L'amore è l'attimo incandescente del cuore che gode, dell'anima che si scioglie, del labbro che canta. È sole che scalda la mano, terra che genera l'erba, rosa di primavera, ombra sulla pelle nei giorni infuocati di agosto, pioggia autunnale che irriga la semina, luce che squarcia le notti invernali.

Il nostro amore adolescente era il meglio del giardino, davanzale fiorito, prato con occhi infiniti, papavero in campo di grano, brezza innocente, attrazione, estasi, sessualità a luce bianca, nudità che non rubava drappi al cielo, pentagramma di note dolcissime, filigrana sotto la pelle di due fogli bianchi. Talvolta trastullone, spesso nuvolesco e in subbuglio, è poi maturato col tempo. Si è fatto vento e fuoco, difficile talvolta da vivere, imbrigliare, condurre, contenerne l'irruenza. L’amore ci guida più che lasciarsi dirigere.

L'amore è lui e lei, gesto più che parola, storia di anime e di corpi saldati in un solo spirito, in una sola carne, e non più umiliati da inaridite presenze o solitudini tristi. Sui monti e per i campi, nel vento e nella pioggia, scuotendo cespugli e fogliame il maggiolino rincorre la libellula in fughe e attese, subbugli e rossori, tepori e brividi, sguardi e serenate, lirica e danza, gorgheggi e lamenti. Sì, l'uomo vola correndo dietro la voce, il profumo, la grazia di una donna.

La donna slega i lacci dell'anima e dona ali alle stelle, ai cieli e alle nuvole grigie, ai lampi infuocati di luce, ai venti e alle onde, alle foreste, alle cascate e ai rigagnoli infiniti, che si celano nel cuore dell'uomo. Permette che in lui la primavera sciolga la neve e il prato fiorisca e i gabbiani s'alzino in volo. Tutto il coraggio e la prorompente innocenza maschile si destano al bacio senza fine della tenerezza femminile, e il cuore e il sangue e la pelle e le mani dell'uomo si levano festanti e gioiscono ed esultano come bambini nel gioco.

L'uomo coglie la spiga di grano nel campo, dove mille sono gli steli, e il grappolo d'uva nella vigna, dove mille sono i tralci. Alle nozze, sempre, di giorno e di notte egli celebra gli occhi, i capelli, il viso, il profumo, il respiro, il calore, il sorriso, la giovinezza, la vita, l'anima di colei che al suo cuore rimane immagine fiorita, tessuta nelle fibre dell’anima, pane di grano, vino di vite, mensa imbandita dopo giorni di corsa e di fatica.

Mentre il resto è un rigagnolo, un affluente, un assaggio, la moglie, i figli, la famiglia sono per l'uomo la sorgente, il fiume, il compimento. Si lega a loro come l'albero ai frutti, la luce ai raggi, la mano alle dita, il ponte alle sponde, l'iride ai colori. Nell'assenza li desidera come la pupilla cerca i colori. Ci si ama e ci si accoglie sotto il medesimo tetto perché si sente veramente bisogno gli uni degli altri, così come si è: straordinarie e ordinarie presenze nella vita di ogni giorno, con luci e ombre.

Mentre in un primo momento sembra un assoluto, l'amore può diventare mezzo fragile, gesto di passione, invasamento, ebbrezza, soggezione, funzione fisiologica, rito sessuale, onda del mare e fiore di roccia sbattuti dal vento. Indubbiamente le cause che rallentano l’intesa possono essere tante: la frequente assenza di novità, la polvere del quotidiano, l’aria anonima dell’ambiente, la noia di abitudini e di gesti ripetuti, la fluidità delle ore senza miracoli; più spesso, la mancanza di tempo per stare insieme. Allora la pazienza di ricominciare sempre da capo permette di accogliersi gli uni gli altri non più come soggetti campati in aria, ma come esseri umani, persone concrete, anche da trasfigurare, e che sono non solo quello che sono ma anche ciò che saranno.

È allora che l’amore, dopo essere stato onorato del tutto, trasborda dallo spasimo della carne all'estasi dello spirito, alla fonte cristallina dell'amore divino e si fa preghiera: "Padre nostro…”. Per lungo tempo, pensando a Dio, abbiamo teso lo sguardo in alto, disincarnandolo, tenendolo lontano, disancorandolo da noi, riservandogli come un “sacro recinto”. Invece egli è anche “carne”, della nostra carne, pur distinguendosene come puro Spirito: è “dentro” l’amore sacro tra l’uomo e la donna. Infatti, quando nostro Signore vuole manifestare in modo concreto il proprio amore all’uomo, egli progetta e presenta a lui una donna come “sua” moglie, attraverso la cui tenerezza Dio lo attira a sé. Allo stesso modo nostro Signore si regola con la donna: egli le esprime il proprio amore baciandola con le labbra di “suo” marito. Quando poi si ha il dono dei figli, Dio guarda negli occhi dei genitori con lo sguardo innocente dei loro bambini: la bevanda passa all’assetato attraverso la coppa.

– Mi è restato sul vassoio un solo acino d’uva – confidava un bambino a una bambina –: è grande, lucido, turgido, ma è l’ultimo. E noi siamo in due: tu e io. Ne sarebbero dovuti restare due. Questo, dunque, è per te!

– No prendilo tu! – rispose lei.
– Possiamo dividerlo: due metà uguali, una per te e una per me – incalza lui.
– No, gli acini d’uva non si dividono.
– Come si fa?
– C’è sempre una terza via.
– E quale?
– Diamolo a un altro bambino.
– Sembrava difficile, invece è stato così facile.

 

LA CARITÀ DELLA VERITÀ

In una società come la nostra, gli occhi di tutti, privati ormai delle palpebre, puntano insonni per guardare non cose ma fantasmi, col rischio di non chiudersi mai. La comunicazione multimediale travisa la realtà e ci ha stretti in una bolla di virtualità, in una permanente finzione, che riduce gli oggetti in simboli, le persone in simulacri, le catastrofi in serials, attenuando la realtà nel suo spettro, gli individui nel loro calco, gli eventi in una marmellata spalmata per tutti. Sparisce così il soggetto e nessuno più vede, sente, pensa.

In tal modo non è garantito neppure il principio etico della comunicazione, che è appunto “la sua capacità di creare comunione” [1]. Sembra invece che essa amplifichi piuttosto la paura dell’isolamento che il singolo avverte nei confronti di altri.

Ciò avviene perché dietro le quinte operano per lo più individui senza identificazione di genere, riversi sugli interessi, l’effimero, la moda, l’apparenza, la vacua leggerezza degli spettacoli, il consumo di immagini e suoni: defraudati come sono di valori umani vissuti e condivisi. In altre parole la “loro” comunicazione da stato di essere si adultera in fiction manipolante e si inalbera a diritto. Non si ritrovano più felici di appartenersi, ma in perenne conflitto con se stessi, al punto che allo specchio si vedono giganti quando in realtà restano nani senza più attendersi alcuna metamorfosi. Si nutrono perennemente di non realtà e di non-verità.

Al contrario, le forze sane e costruttive della società progredita e democratica, quale è la nostra, diventano esse stesse comunicazione, appropriandosi anzitutto del diritto della controinformazione, allo scopo di ricomporre in continuità, a misura umana e sociale, la identità della comunicazione stessa, liberandola da poteri e da controlli monopolizzati e ridandole comunicabilità e credibilità in senso proprio.

Il Gabrielino entra all’interno delle cose, degli eventi, delle azioni umane vivendo, favorendo e assicurando lo spirito, la mentalità, l’atteggiamento, l’ambiente relazionale e comunicativo. Per raggiungere tale scopo ed evitare di subire passivamente iniziative massificanti o imporle, egli passa attraverso una formazione positiva che garantisca dialogo e rispetto reciproco.

Oltre che intuire le attese degli altri, egli ne conosce il linguaggio, la cultura, la mentalità, le istanze; sa cogliere anche l’innata indolenza, la tendenza alla passività, la scarsa capacità critica della gente: il popolo, si sa, è incline a sorbire in modo acritico quanto è di suo gradimento.

Il Gabrielino non è, dunque, un semplice turista che passeggia per strada, in maniera distratta, ma il sapiente che sa cogliere in profondità e con realismo persone e fatti. Egli, prima di comunicare, si lascia invadere in profondità e significativamente. Punta sulla persona, la propria e l’altrui, e quindi si fa anzitutto “umano tra umani”, moltitudine nelle moltitudini senza farsi strumentalizzare né massificare; dialoga con tutti accogliendo e comunicando. Egli non è semplice mercante di prodotti: in tal caso batterebbe l’aria, parlerebbe al vento, produrrebbe parole.

Il Gabrielino quando comunica è dunque in comunione, fa un resoconto dell’anima. Non si consegna ai grandi numeri, cioè al massimo dei consensi. Egli fa la carità della verità, poiché è connesso con la realtà, con se stesso, con gli altri, con il Signore Gesù Cristo, divino Maestro e Pastore.

Continuiamo, nella nostra Circolare, a riflettere sulla carità e, nel presente fascicolo, sul progetto carismatico del nostro fondatore che è quello di “fare la carità della verità”, cioè vivere Gesù Cristo Via e Verità e Vita Maestro e Pastore e darlo al mondo.

Don Alberione qui non intende anzitutto per “verità” il risultato dello studio, della conoscenza, della cultura cristologica acquisita, ma lo stato di essere in Cristo, riverberato nell’agire, nel pensare, nel comunicare.

Ordinariamente, per “documentarsi” sul divino Maestro, si ricorre a informazioni “prefabbricate”, a notizie, ai luoghi comuni, alle colonne dei dizionari di teologia. Oggi una certa cultura cristologica e non rischiano di frantumarsi e non andare a segno perché non “vere”, ossia lontane dalla realtà e dalla verità oggettiva, quindi non credibili né autorevoli né significative.

Alcuni eventi disastrosi provocati da noi esseri umani ci inducono alla convinzione che Dio, Gesù Cristo, lo Spirito Santo li conosciamo pochissimo. Tutti, cristiani e non, dovremmo unirci per inforcare il sentiero che ci porti al vero e unico Dio. La stessa verità del divino Maestro e Pastore sta soprattutto davanti a noi, nel senso che tutti umilmente stiamo ancora cercandola con onestà, senza pretendere con arroganza di possederla in assoluto, facendo guerra a chi riteniamo esserne privo.

Gesù Cristo non è, assolutamente, soltanto dietro le nostre spalle, nella scansia di una biblioteca domestica, né lo incontriamo seduti alla scrivania. Egli è anche occhi, orecchie, mani, sensibilità, icona, suono, pane e vino: è vita e sta dentro di noi e negli altri. Egli è quotidianità aggiornata, notizia ordinaria; è di certo presente nelle nostre relazioni, nei nostri incontri fraterni e aperti, talvolta dinamici oltre ogni dire.

Vivere il Cristo non squalifica quindi l’informazione, l’apprendimento teorico, la comprensione del mistero cristiano, la teologia e quant’altro ci conduce alla verità del Figlio di Dio fatto uomo, quanto piuttosto stabilisce la priorità della realtà, della vita, della verità oggettiva su tutto il resto,

Colui che il Gabrielino vive e comunica è serio e d’imponderabile spessore. È il Signore. È Gesù Cristo Via e Verità e Vita. Lo si conosce già e non ancora. Lo si vive già e non ancora. Pertanto il Gabrielino non usa semplicemente il cervello, la mente, la conoscenza come deposito di verità e fonte da cui attingere per scoprire la Verità che è Cristo. Non si limita all’informazione prendendo dei libri da uno scaffale.

Proviamo dunque a cambiare rotta, a convincerci che la carità, l’amore, il dono, la verità di Dio e del Cristo non li trasmettiamo con “belle parole”, ma li testimoniamo nella concretezza della nostra vita umana, cristiana, consacrata, costituita di accoglienza, dialogo, scambio, perdono vicendevole, amore fraterno.



[1] G. GATTI, Etica delle professioni formative, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1992, p. 123.

 

LA CARITÀ DELLA VERITÀ

È vivere Gesù Cristo

Via e Verità e Vita, Maestro e Pastore

e darlo al mondo

 

Per riuscire ad essere critico e quindi autonomo rispetto alle tecniche psicologiche usate da certi operatori della comunicazione sociale che fanno leva sul sentimento e sulla mentalità massificata della gente, il Gabrielino si evolve da ricettore passivo a destinatario partecipe e coinvolto nel ricercare, accogliere e comunicare la carità della verità sotto ogni aspetto. Non condanna i media, come spesso si fa, facendo passare per una loro intrinseca negatività quella che è invece, più semplicemente, una loro utilizzazione sbagliata. Non fa alcuna guerra santa contro tv, giornali, riviste, ma contribuisce con una sana controinformazione a far crescere in umanità quanti in essi operano, condividendo loro la fruizione dell’immane prodigalità del bene e del bello, della cultura e della fede.

Dalla separazione si giunge quindi alla comunione. La comunione si presenta molto duttile, variegata, dettagliata, profonda, completa, integrata specialmente quando è sostenuta dalla consapevolezza del reale umano individuale e collettivo, dall’ecologia interiore di coloro che la attuano. La comunione infatti è elaborata, costruita, attuata da chi la offre e da chi la riceve, come il risultato di due termini inscindibili, due poli convergenti verso il medesimo obiettivo. Si tratta di un circuito di “andata” e “ritorno”, di flusso e riflusso, i cui echi di rimando la completano.

La relazione all’interno di una fraternità è influenzata dallo stato interiore dei componenti, da cui scaturiscono accoglienza, tolleranza, lungimiranza, benevolenza, rispetto, perdono reciproco. Questo permette di assumere le persone non più campate in aria, ma come individui reali da trasfigurare. Si scopre così, senza mezzi termini, che ciascuno non è solo quello che è ma ciò che sarà. Sicché la comunione si trasforma gradualmente in philadelphìa (amore per i vicini), in philoxenìa (amore per gli stranieri) e in agàpe (amore gratuito).

Il Gabrielino non squalifica mai la relazione con interventi moralistici (imporre doveri) o mimetici (scendere a compromessi) o redentivi (salvare a ogni costo), ma riverbera e narra all’esterno gli eventi che lo hanno reso armonico dentro e fuori. Egli ricorre a uno stile di qualità, appetibile, interessante, trasparente, autentico, senza mai tradire il rispetto per la realtà e la verità delle persone che popolano relazioni e incontri. Conforme al suo stile personale, sa cogliere sempre e ovunque il bene, silente ma diffuso.

Questo stile si avvicina a quello di Gesù Cristo, Via e Verità e Vita, Maestro e Pastore che lava i piedi ai discepoli. Poter tracciare l'icona dell'autorivelazione di Gesù Cristo Maestro (Gv 13,13), Via e Verità e Vita (14,6) significa aver raggiunto un alto grado di comunione con Dio e con l'uomo. L'evangelista Giovanni ci riesce egregiamente.

Sappiamo che anche don Giacomo Alberione coglie l’intensità profonda della proposta giovannea. La ricerca storica sulla vita e la fede del nostro fondatore ci rivela che egli ha vissuto la sua esperienza di Gesù Cristo soprattutto come divino Maestro e Pastore Via e Verità e Vita, ma tale identità cristologica egli la scopriva non soltanto all’epilogo dell’esistenza terrena del Figlio di Dio fatto uomo, ma fin dalla sua nascita: “Questa è la scuola dei cristiani: la grotta – egli sosteneva –. Ma chi c'è maestro? C'è Gesù Cristo, la Sapienza eterna. E quale cattedra ha Egli? Ecco: la mangiatoia”[1].

L’attributo cristologico Maestro e Pastore Via e Verità e Vita è stato il respiro stesso della vita, della spiritualità e della missione apostolica di don Alberione e tale è stato ribadito e riproposto alla Famiglia Paolina nella sostanza e nella forma[2]. Questa formulazione assorbe ambedue i poli di una stessa cristologia: il versante teologico e l’apertura pastorale nella dimensione profetica, sacerdotale e regale derivanti dall’unica fonte biblica. Sta qui riposta la novità e accentuata la completezza di questa formulazione.

Pertanto nel vivere e comunicare Gesù Cristo Maestro e Pastore Via e Verità e Vita si condensa lo straordinario e imponderabile contenuto di una unica “professione cristologica” e unico “mandato apostolico” che è stato affidato dallo Spirito Santo e dalla Chiesa a don Giacomo Alberione e alla Famiglia Paolina.



[1] G. ALBERIONE, Quaderno 043 (1910), p. 157.

[2]Cfr Convegno Internazionale di Spiritualità della Famiglia Paolina tenutosi ad Ariccisa nel settembre 1984.

 

LA CARITÀ DI DIO PREVEDE IL DOLORE E LA MORTE

La robusta spiritualità cristologica di don Giacomo Alberione incentrata su Gesù Cristo, Maestro e Pastore, Via e Verità e Vita, casto, povero e obbediente, crocifisso e risorto, si propone come progetto integrale in quanto annuncio di tutto il Cristo a tutto l'uomo: “Dio è il Sommo bene, è l'Amore – afferma il Fondatore –. L'amore è comunicativo. Dio volle comunicare qualcosa delle Sue perfezioni alle creature [...]. Dio non ha operato per indigenza, come per avere qualche cosa che ancora non possiede; ma unicamente per bontà, per partecipare la propria felicità a degli esseri che volle creare. L'ideale sublime e perfettissimo della vita divina eccedeva la capacità dell'umana ragione; era troppo alto, anche per la fede. Per questo Cristo si abbassò. Si fece uomo, bambino, servo, lavoratore, volle conoscere le debolezze dei nostri primi anni, le nostre fatiche, povertà, oscurità, il silenzio, la fame, la sete, il dolore, la morte. Tutte le assaggiò le nostre miserie, eccetto il peccato e i disordini che derivano dal peccato” (CISP 1381).

Don Alberione annuncia e testimonia non solo un amore teologico, ma la tenerezza risorta e vittoriosa che Cristo Gesù riversa sulla sua persona, in tutta la sua vita e, in particolare, durante una sua grave malattia del 1923.

Il nostro fondatore dirà delle sue prove, in diverse circostanze e scritti e in maniera essenziale e riservata: “Per diversi giorni – egli confessa – si sentì come Pietro che volendo camminare sulle acque scese dalla barca mentre Gesù lo chiamava: ‘Vieni!’. E Pietro s'incamminò, posò i suoi piedi sull'acqua, ma poi gli venne un po' di dubbio: ‘Come potrò camminare io sull'acqua?’. E cominciò ad affondare [...]. Se non affondiamo, non riusciamo a chiedere aiuto [...]. Tu, Signore, sei la Via, la Verità e la Vita, la Risurrezione, il nostro unico e sommo Bene [...]. Il Signore ha voluto e ha fatto fare lui; così come l'artista prende qualsiasi pennello, da pochi soldi e cieco circa l'opera da eseguirsi [...]. Se avesse trovato persona più indegna e più incapace l'avrebbe preferita [...]. Dissipavi omnia bona [ho dissipato ogni cosa], la mente, il cuore, il tempo, le forze, le relazioni, gli aiuti, salute e buoni meriti. Vi è tutto da ricostruire; poiché io non ho virtù, non ho la fede che vorreste, non ho pietà sufficiente, non ho lo zelo di Dio e delle anime. Ricostruite in me voi stesso [...]. Vi voglio lasciare libero di fare quello che volete [...]. Lavoratemi [...]. Scomparire dalla scena e dalla memoria come il sacerdote che, finita la messa, depone la pianeta e rimane quello che è dinanzi a Dio [...]. Il Signore effuse con sapienza uguale all'amore”.

 

È a questo punto che don Alberione, ormai decantato dal mistero di nascita, morte e risurrezione vissuto e celebrato in prima persona, ha tutte le carte in regola e le credenziali per annunciare e testimoniare il Cristo: “Sono un miracolo di Dio! – confiderà a se stesso in un corso di Esercizi spirituali nell’aprile del 1947 – [...]. Io sono immedesimato a Cristo: i suoi interessi sono i miei; le sue intenzioni, le mie; io parlo le sue parole; la mia dottrina è la sua; la mia vita è quella di Cristo; io compio le opere di Cristo: o meglio, è Cristo che le compie in me [...]. Collocato tra i principi del popolo cristiano; fatto ministro di Cristo e predicatore, sale luce, anch'io appartengo a questo sacerdozio: Voi siete il mio capo, la mia gloria, il mio gaudio. Quale grandezza! [...]. Io, sacerdote, collaboro con Lui, e da Lui sono adoperato come strumento”.

Saziato di Dio, don Alberione non è più bisognoso, indigente. Il dono da lui ricevuto gratuitamente è partecipazione della sovrabbondante ricchezza della grazia del Maestro, il quale dirà a Pietro: “Mi ami tu?” (Gv 21,15), non perché personalmente carente d’affetto e bisognoso di ricambio, ma come Corpo mistico ecclesiale: Chiesa alla quale in futuro sarebbe passato tramite l’Apostolo l’amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

 

Interessante notare come nella redazione greca del vangelo di Giovanni Gesù usa nelle prime due domande a Pietro il verbo agapéo (che significa amare gratuitamente) e Pietro il verbo filéo (che significa scegliere, prediligere, legarsi). Si tratta sempre di amore, ma quale differenza tra quello di Gesù, divino e senza limite, e quello di Pietro, umano e titubante!

Nella terza richiesta fatta a Pietro è Gesù a scendere a livello dell’Apostolo usando lo stesso verbo filéo, per fargli intendere che, proprio per la differente natura dell’amore divino e dell’amore umano, è sempre il Cristo per primo ad amare gratuitamente, incarnarsi, compromettersi, umiliarsi, morire per amore dell’Apostolo e di tutti noi.

Pietro tuttavia riuscirà ad amare di amore gratuito (agapéo) il Cristo e la Chiesa, patendo il martirio, perché ha seguito il Maestro che gli ha dato la forza e l’esempio.

 

LA CARITÀ DI DIO AL PRIMO POSTO  

È Dio a muovere i primi passi verso di noi e non viceversa: “Non siamo stati noi ad amare Dio – scrive san Giovanni – ma è lui che ha amato noi e noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi. Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo” (1Gv 4,10.16-19).

Scriveva il dotto teologo paolino don Carlo Dragone: “Il Padre, per via di generazione intellettuale, concepisce di Sé un'idea perfettissima: è il suo Verbo nel quale si riflettono la Sua vita, la Sua bellezza, tutte le Sue infinite perfezioni. Dalla mutua contemplazione tra il Padre e il Figlio si stabilisce una corrente di indicibile amore, per via di processione: è lo Spirito Santo. Tale conoscenza e tale amore, tale lode eterna ed incessante che Dio prodiga a Se stesso, nel mistero incomparabile della Sua vita, costituisce la gloria intrinseca di Dio: gloria infinita e perfetta, cui nulla può essere aggiunto dalle creature”[1].

“Dio è unico ma non solitario”[2]. A coloro che si preparavano al battesimo San Gregorio Nazianzeno consegnava la fede trinitaria in questo modo: “Ho appena cominciato a pensare all'Unità ed eccomi immerso nello splendore della Trinità. Ho appena incominciato a pensare alla Trinità ed ecco che l'Unità mi sazia”[3]. San Gregorio fa intendere qui che immergersi nelle acque battesimali equivale a immergersi nella fede trinitaria, nel Dio Padre e Figlo e Spirito Santo, il quale non vive per sé e non può fare a meno di traboccare, espandersi, amare di amore gratuito e senza richiesta di ricambio.

 

Un monaco consacrto a Dio per tutta la vita concludeva: “I monaci entrano in monastero per trovare Dio. Ma i monaci, che vivono in monastero come se lo avessero trovato, non sono monaci veri. Sono venuto qui per ‘avvicinarmi’ a Dio, ma se cercassi di essergli più vicino di qualcun altro, ingannerei me stesso. Dio deve essere cercato, ma noi non possiamo trovarlo. Possiamo unicamente essere trovati da lui”[4].

 

Gesù, come Dio e come uomo, non è dunque indigente, bisognoso di amore. Egli è la “Parola presso Dio [...], l’Unigenito nel seno del Padre” (Gv 1,1.18) e pertanto è “il Diletto” (Ef 1,6), amato dal Padre e benedetto al punto che potrà passare la crocifissione, il dolore e la morte perché il Padre non lo ha lasciato solo. Grazie a lui noi abbiamo “accesso al Padre [...], resi partecipi della divina natura” (DV 2).

 

Gesù ci donò l’amore del Padre facendocelo conoscere come egli è . Il Figlio fatto uomo accorciò la distanza tra cielo e terra, permettendoci una esperienza di grazia riversata su di noi per gratuito amore divino.

 

Cristo Gesù si introduce fra gli uomini anzitutto per ricomporre l'immagine del Padre nei lontani, cioè in quelli che non si sentono giustificati, amati da lui: “Chi vede me vede colui che mi ha mandato” (Gv 12,45). E, naturalmente, chi non vive l’esperienza dell’amore del Padre si sente una persona frantumata, nella necessità di essere ricostruito, di nuovo identificato, amato e benedetto. Per questa ragione, in ogni essere umano, anche nel perverso, rimane la nostalgia di Dio e della sua immagine: “Anche dopo aver perduto la somiglianza con Dio a causa del peccato, l'uomo rimane a immagine del suo creatore” (CCC 2566).

 

Gesù Cristo esce dalla Trinità e assume la carne per demolire l'immagine mitica della donna, dell'uomo e di Dio, ricostruendone le rispettive icone nel proporsi egli stesso come “Figlio dell'uomo” (Mt 9,6) e volto del Padre (cfr. Gv 14,7-11).

 

Nelle scelte e nel comportamento di Gesù verso la donna in particolare non v'è alcuna amarezza né condanna né invettiva. Ne assume la condizione emergente. Si lascia toccare e coinvolgere da lei, anche quando la donna osa appena lambirne il mantello (cfr. Mt 9,20). Egli non denomina con l'appellativo di adultera o di prostituta né la sua gente né la città di Gerusalemme, anzi piange su di essa (cfr. Lc 19,41-44).

 

Per ripristinare l'immagine della donna, dell'uomo e di Dio, Gesù si è fatto uomo, sottoposto alla crocifissione e si rivela anche oggi “ordinariamente” crocifisso, nascondendosi nelle nostre ferite per frenare o incoraggiare, guarire o scongiurare, soprattutto per risorgere con noi vivo e vittorioso sul male.

 

Nel natale del Cristo è avvenuto il passaggio dall'antica alla nuova alleanza, dall'arca al grembo: mentre nell'arca era riposto il freddo rotolo della Legge (cfr. Es 25,16), nel grembo di Maria si incarna il Figlio di Dio (cfr. Lc 1,31) e nel grembo della Chiesa è presente lo Spirito (cfr. Mt 25,6; Ap 19,7; 22,17) che trasforma la legge in grazia e i servi in figli (cfr. Rm 8,14-17). Ambedue, Maria e la Chiesa, rappresentano “la mensa che contiene l'oblazione, la sposa che genera il dono, il campo che produce il frumento, il ramo della vite che sostiene il grappolo d'uva, il canestro di pane, il calice del vino” (Liturgia etiopica).

 

In Gesù si è passati, dunque, dalla legge alla grazia: “Giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio” (Rm 5,1-2; cfr. Gv 2,1-10).



[1] C. DRAGONE, in CISP 1378.

[2] Fides Damasi, Denz., 71.

[3] Orationes, 40,41.

[4] Ho ascoltato il silenzio. Diario di un monastero trappista.