Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


20 luglio - agosto 2007, pp. 20-27      La carità del gabrielino infermiere
 

Alcuni Gabrielini hanno esercitato o tuttora esercitano la professione di infermiere (Angelo Falchi, Angelo B., Francesco B., Domenico S., Paolo S., Giuseppe M., Andrea T.). Si tratta di un’occupazione che diventa grande opportunità per esercitare la carità, che in tal caso non è fatta a parole, ma con gesti e azioni concrete. Questa anche la ragione per cui molte istituzioni ecclesiali hanno come finalità l’assistenza ai malati (Cottolengo, Camilliani, Fatebefratelli e altri). Urgente, necessaria e impegnativa era e sarà sempre più in particolare l’assistenza ai malati di mente (ai quali ha dedicato un decennio della sua professione il nostro amico Francesco B.). Per questa particolare tipologia di malati non bastano presenze qualificate e interventi terapeutici, ma occorrono una vera e propria carità e rispetto, motivati ambedue anche dalla fede.

 

1. Tempo fa scriveva il gabrielino infermiere Paolo S. che “la professione sanitaria mette in contatto diretto (talvolta brutale) con la sofferenza di tante persone. L’accostamento agli ammalati, piano piano, ha risvegliato in me domande fondamentali sulla vita e sulla morte; direi domande “religiose” più che esistenziali, che giacevano sopite sotto la cenere di un cristianesimo vissuto molto tradizionalmente, basato sulla partecipazione alla messa domenicale e poco più”.

Si riscontra, anche nell’ambito ospedaliero, che sembra ormai finita l’epoca in cui credere in Dio costituiva una convinzione indiscutibile, una consuetudine acquisita, un comportamento scontato. Se qui si fa riferimento anche alla fede, è perché essa si identifica quale sostegno e talvolta carta vincente soprattutto nella malattia e nella sofferenza. Per ovvie ragioni, ci limitiamo a considerare qui la fede cristiana e cattolica, nel più convinto spirito di apertura ecumenica e di tolleranza religiosa. Infatti Dio si rivela e in un certo modo si “incarna” nell’anelito di tutte le persone che lo cercano e, sovente, negli appuntamenti del dolore, che è retaggio comune dell’intera umanità, evangelizzata o non. Pluralismo, tolleranza e rispetto sono valori insostituibili nel dare sollievo ai malati di qualsiasi estradizione religiosa.

Mesi fa il nostro amico gabrielino infermiere Domenico S. mi inoltrava la sua testimonianza scritta domandandosi come uomo e come professionista:

 

“Chi è l’infermiere per il malato? Possiamo rispondere che certamente il paziente lo considera una figura estranea, fuori della sua quotidianità, tanto più che non è l’infermiere ad essere il malato. Tuttavia, con l’andare del tempo, il paziente si apre, non tanto ai medici, dai quali tiene una riverente distanza, ma all’infermiere, in un dialogo confidente simile a quello tra il penitente e il confessore, l’amico e l’amico, il bambino e il genitore. L’infermiere diventa per il malato anche il tramite con il medico, per comprenderne in un linguaggio accessibile i referti, talvolta misteriosi. Il tutto misto al silenzio e al sorriso”.

 

 

Poi, in quanto credente e consacrato, egli mi comunicava di sostenere se stesso, i medici e i malati con l’orazione.

 

“Donaci, o Padre, l’umiltà del cuore per saper affidare a te con speranza le situazioni di fatica e di dolore che ci troviamo a vivere – egli prega sovente –. Dico ‘ci troviamo a vivere’, perché, se credo nel fratello, siamo in due a portare il fardello della sofferenza, che forse è meno pesante”.

 

 

Quindi continuava:

 

“Più delle volte, quando termino il mio turno di lavoro, passo in cappella davanti a Gesù e lo vedo con quelle braccia aperte come nel piccolo presepe e gli ripeto: ‘Fa’ che mi innamori sempre di te e, come te, sappia amare quel fratello che soffre’. Allora tutto cambia, senti che l’atmosfera si trasforma.

Non è vero che colui che ha bisogno – scrive ancora Domenico – non si accorga che tu sei un infermiere con qualcosa di diverso dagli altri anzi; se lasci agire il Signore, è l’ammalato stesso che ti cerca. Attenzione però a non farci prendere dall’orgoglio e dal superman che scatta dentro di noi, altrimenti non serve a nulla ciò che facciamo.

Quando si vive la propria preghiera? Qui rispondo: sempre. Come non pregare quando l’anestesista o il chirurgo o semplicemente io stesso troviamo qualche difficoltà? Tutte le mattine prego il Signore affinché la mia vita donata agli ammalati diventi adorazione del Crocifisso e del Risorto presente nel fratello e nella sorella doloranti.

Però non è sempre tutto rose e fiori; tante volte mi accorgo che come mi allontano da Dio così prendo le distanze dal fratello. Semplice: mi creo un vangelo su misura per comodità (poca preghiera, scarsa disponibilità verso gli altri, apatia spirituale: il resto lo affido alla vostra immaginazione). Tutto questo accade quando cala l’amore per me stesso e per Dio. Quanta strada dovrò ancora percorrere, non tanto per la pensione quanto piuttosto per scoprire il Vangelo vivo che è scritto e annunciato nelle ferite del mio prossimo!”.

 

 

2. Il gabrielino infermiere anzitutto aiuta l’infermo a cogliere il senso umano e cristiano della malattia, onde attraversarla adeguatamente. Ci sarà capitato certamente di essere rimasti imbottigliati in un auto nel traffico cittadino o sull’autostrada a motivo di un incidente o di lavori in corso e trovarci davanti la paletta rossa del vigile o il pannello di divieto che ci obbligavano a rallentare o a sostare. Saranno venute su la rabbia, qualche parola pesante, l’ansia, perché avevamo fretta, preoccupati di arrivare al più presto a destinazione. Forse neppure c’è venuto il pensiero che in quella sosta avremmo potuto leggere qualche interessante pagina di libro o sfogliare il giornale o, avendone l’opportunità, goderci il paesaggio.

Quando sopraggiunge la malattia non avviene la stessa cosa, ma molto di più. Ci troviamo a uno stop obbligatorio nella vita, molto più serio di quello provocato in una semplice contingenza di traffico. E, naturalmente, alla malattia si accompagnano disagio, paura, talvolta rabbia, ma soprattutto sofferenza, dolore interiore oltre che fisico.

E se lo stop da “obbligatorio” diventasse anche “provvidenziale”? Nel senso che ci permette di tirar fuori il meglio di noi stessi, da stupircene? Infatti corse insonni ci inducono sovente a star fuori di casa, in senso reale, ma anche in senso simbolico, cioè fuori dell’anima, senza custodia interiore. È la vera malattia. Noi facciamo troppo, non ci vogliamo bene. Talvolta ci piomba addosso il male proprio per questo motivo. Nella malattia, dunque, ci si ferma, si sosta, per ricuperare salute e forze fisiche, magari anche la quiete interiore. Entrai nell'intimo del mio cuore, confidava a se stesso sant’Agostino, che alle soste dello spirito ci aveva fatto la bocca. Avviene, quindi, che nella malattia ci sale un primo sentimento, che è quello di scusarci: con noi stessi e con gli altri, per i quali diventiamo un peso proprio a motivo della nostra infermità. Questi altri sono i familiari, ma anche il personale medico in genere, sui quali il malato riversa parte della propria sofferenza, ma scarica anche le proprie tensioni.

 

3. Il gabrielino infermiere sostiene se stesso e il malato equipaggiandosi di spiccata umanità, competente professionalità, fortezza e speranza cristiana. Nel campo della malattia sono rarissimi i miracoli. Prevalgono la concretezza e il realismo, il buon senso, la discrezione, una parola in meno piuttosto che una in più, quella strettamente necessaria, che non illuda, copra realtà e verità. Privilegiare sovente la pazienza e il silenzio, sempre la comprensione e l’ottimismo, talvolta anche qualche buon messaggio, senza ostentare atteggiamenti da saputello: il malato sa intuire se si tratta solo di parole o anche di voci di anime incandescenti. Se è fuoco, guarisce, ravviva, rinnova. Una scintilla può raggiungerlo e quindi abbraccia la vita, si rallegra della terra, aspetta avidamente il mattino e si congeda se e quando sarà necessario, nonostante il dolore, accogliendo la pioggia e il sole, il buio e la luce, il presente e il futuro.

Tutto allo scopo di favorire la quiete psicosomatica, ossia fisica e interiore, che è la condizione necessaria per guarire, riflettere, migliorare la qualità della vita per star bene. Si tratta di mutare senza distruggere; prevenire la malattia con sapiente equilibrio in modo da evitare di stringere i denti nel dolore e nel rammarico; lasciarsi illuminare dalla luce del giorno e conservarne una fiammella per il buio e il dolore della notte, che certamente verrà; saper godere della radice di ieri e della chioma del domani; vivere nei propri panni e sentire sete dell'Infinito.

 

4. Il gabrielino infermiere svolge un apostolato quanto mai utile per il prossimo: quello di educare a prevenire la malattia. Infatti, salute e malattia sono come i due versanti della nostra vita. Tuttavia guardare la malattia da sani o da malati ha le sue belle differenze. Dosando piacere e disciplina, resistenza e resa, riposo e fatica, si prevengono le malattie e si evita il dolore inutile. Troppi sono i colpi bassi che affibbiamo al nostro povero corpo, sottoponendolo a stress, esponendolo a inconsulti rischi, abusandolo con piaceri devastanti. La ricetta per ogni prevenzione della malattia la porgeva anche san Paolo al suo discepolo Tito: consiste nel vivere “con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo” (Tt 2,12). Un proposito che sembra così difficile da attuare:

 

Perché mai ho odiato la disciplina

e il mio cuore ha disprezzato la correzione?

Non ho ascoltato la voce dei miei maestri,

non ho prestato orecchio a chi mi istruiva.

Per poco non mi sono trovato colmo dei mali

in mezzo alla folla e all’assemblea (Pro 5,14).

 

 

Ha scritto il cardinal Carlo Maria Martini:

 

«Il problema è proprio come vivere il corpo, che si perde o si salva, che vive per la morte o per la vita. Vorrei sapere del corpo la parola non detta, che è iscritta in esso, che ne dice il significato e il destino. Perché, se non la comprendiamo, distruggiamo il corpo facendone un assoluto, un idolo, un vuoto a cui sacrificare la vita»[1].



[1] CARLO MARIA MARTINI, Sul corpo, Centro Ambrosiano, Milano 2000, pp. 44-45.