Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


21 luglio-agosto 2010, pp. 10-16      La "nostra" pentecoste
 

Dire in mezzo alla gente che Gesù Cristo è risorto non è cosa semplice (cfr. At 17,32). Tuttavia Pietro, lo abbiamo letto giorni fa negli Atti, levatosi in piedi dopo la Pentecoste, parla "a voce alta" (At 2,14) perché su di lui è stato effuso lo Spirito Santo. Senza la luce del Consolatore l’apostolo non avrebbe potuto comprendere, vivere e testimoniare l'evento Gesù. Lo Spirito Santo lo illumina in modo particolare sulla sua morte e risurrezione. Questo Gesù non se lo sono inventato i discepoli. È il Gesù Cristo vissuto che è passato in mezzo a degli uomini con segni e miracoli. La vittoria di Gesù sulla morte si attua storicamente e Pietro ne è testimone.

Lo Spirito illumina Pietro anche su ciò che è avvenuto nella sua realtà personale. L'apostolo ha visto risorgere il Signore non soltanto perché non più nel sepolcro, ma perché elevato sul potere della sua paura, uscito dalla tomba del suo cuore. Infatti Pietro, una volta pauroso rinnegatore, ora parla con ferma convinzione. Tutti i martiri e testimoni della Chiesa come Pietro "racconteranno" anche questa risurrezione, come cambiamento di vita per la liberante esperienza dell'amore di Dio riversato su di loro.

Solo a questo punto si possono capire la ragione e la forza convincente della testimonianza, sia per chi la offre sia per chi l’accoglie. Non basta aver incontrato il Signore come avviene nell'annunzio della donna samaritana (cfr. Gv 4,28), di Marta (cfr. 11,27), dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,32-35), ma occorre avere ricevuto la luce dello Spirito Santo, che non solo rispetta la libertà, non solo rinnova dall'esterno, come se si fosse degli oggetti, ma rigenera interiormente, e poi attraverso di noi si rivela agli altri.

Scrive Marcello Milani che "nella Chiesa primitiva si fa menzione della festa cristiana della Pentecoste, celebrata regolarmente di domenica, verso la fine del II secolo. Essa intese per Pentecoste tutto il periodo di cinquanta giorni che segue alla Pasqua. Era come una celebrazione continua, quasi un unico lungo giorno di festa e gioia, che iniziava con la solenne Eucaristia della notte di Pasqua. In tale periodo i cristiani esprimevano la gioia per la Risurrezione e il dono dello Spirito. In seguito, il giorno conclusivo della pentecoste assunse importanza fino a divenire il giorno di Pentecoste, distinto dalla Pasqua, per celebrare il memoriale dell'effusione dello Spirito"[1].

 

"Quando Gesù venne battezzato, si aprirono i cieli sopra di lui, 'ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui' (Mt  3,16; Mc 1,10). La colomba è il Verbo d'amore del Padre, divenuto visibile nel suo Figlio incarnato: 'Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo'(Gv 1,32)"[2]. La "voce" dello Spirito Santo aveva rivelato Gesù Cristo come Figlio del Padre: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto" (Mt 3,17). Alla cacciata dei mercanti dal tempio, si nota una differenza fra il modo con cui Gesù ha trattato i mercanti di bestiame e quello con il quale si è rivoolto ai venditori di colombe: i primi sono stati cacciati con una sferza di cordicelle, i secondi invece sono stati allontanati soltanto con le parole (cfr. Gv 2,14ss).

Giustino martire ha interpretato il battesimo come una ripetizione del diluvio, e Cristo come il nuovo Noè; in questo modo la colomba di Noè è una prefigurazione dello Spirito Santo.

L'apparizione dello Spirito sotto forma di colomba, testimoniata dal vangelo, è stata motivo d’ispirazione dell'arte cristiana. Perciò si vede questo volatile anche in raffigurazioni dell'annuncio a Maria e dell'evento di Pentecoste, anzi molte volte anche nelle illustrazioni della creazione, perché si legge nella Scrittura che lo “Spirito di Dio aleggiava sulle acque” (cfr. Gen 1,2). La colomba si libra sopra il pulpito, perché attraverso lo Spirito Santo Dio insegna verità e sapienza. Il disegno della colomba orna il recipiente con gli oli santi, perché questi trasmettono la forza della grazia dello Spirito.

Percorrendo i lunghi corridoi sotterranei delle catacombe, si notano in diversi punti belle figure di colombe, dipinte in azzurro e in ocra. In Origene i credenti sono definiti colombe perché già in Matteo si legge: “Siate semplici come le colombe" (10,16). Mentre le pecore simboleggiano il popolo di Cristo su questa terra, la colomba rappresenta lo spirito sciolto dai lacci del corpo, l'anima già premiata. La sua leggerezza, nitore, volo indicano molto bene la beatitudine di colui che ha già raggiunto la dimora eterna. Talvolta è raffigurata mentre beve a una ciotola o sta beccando degli acini d'uva, a indicare il godimento dell'anima che già gusta i frutti della vita. Talvolta la colomba porta nel becco un ramoscello d'ulivo. In questo caso essa è simbolo della pace e significa, evidentemente, che l'anima di colui che dorme in quel loculo è partita da questo mondo ed ora vive nell'eternità di pace con se stessa, con i beati e con il Signore Dio.

Noi battezzati, rinati dall'acqua e dallo Spirito Santo (cfr. At 1,5), riceviamo l'effusione dello stesso Spirito nel sacramento della confermazione, denominata così perché suggerisce la "conferma" del battesimo. La confermazione è per ogni battezzato ciò che per gli Apostoli è stata la Pentecoste, ciò che per Gesù è stata la discesa dello Spirito Santo su di lui al fiume Giordano (cfr. Mt 3,16). "Questa pienezza dello Spirito non doveva rimanere soltanto del Messia, ma doveva essere comunicata a tutto il popolo messianico (cfr. Ez 36,25-27; Gl 3,1-2)" (CCC 1287). L'imposizione delle mani (cfr. Eb 6,2), considerata dalla tradizione cattolica la prima origine del sacramento della confermazione e cui verrà aggiunta una unzione di olio profumato (crisma), rende "perenne nella Chiesa la grazia della Pentecoste" (CCC 1288).

Dio Padre e Figlio e Spirito Santo è Signore, però non per il semplice fatto che la sacra Scrittura e la teologia gli attribuiscano anche questo titolo. Ma soprattutto perché Dio in Cristo Gesù si è manifestato, si è lasciato incontrare e conoscere in quanto vittorioso sul male e sulla morte. L'evangelista Giovanni presenta la signoria di Gesù proprio quando è appeso alla croce, nel modo di affrontare la morte.

Pietro nel suo discorso sperimenta e dice che la risurrezione di Gesù come signoria sulla morte è evento di salvezza. È un'esperienza e un'affermazione entusiasmante[3], perché dice che un uomo ha già vinto la morte, il nemico più grande dell'essere umano; ma è anche un'affermazione deludente, nel senso che ordinariamente non si vede risorgere un morto. Tuttavia la forza di questa affermazione sta nel fatto che tale "notizia" non è stata inventata da Paolo né da Pietro né dalla Chiesa, perché essi stessi l'hanno ricevuta: "Vi ho trasmesso anzitutto quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture (1Cor 15,3-4). E qui per "ricevuta" non s'intende soltanto una documentazione storica da memorizzare e tramandare, ma si tratta di esperienza vissuta, di risurrezione "passata", cioè avvenuta nella propria persona e vita. In tal senso l'annunzio trasmesso con le labbra è inscindibilmente confessione e testimonianza di vita, e pertanto attraente, autorevole e credibile.

Le persone in genere e il credente in specie hanno, in sostanza, un problema solo: da sempre siamo tenuti schiavi dalla morte, psicologica sovente, fisica sempre. La paura della morte dura per tutta la vita. Siamo accerchiati, tenuti schiavi da essa, e questa è la radice di ogni nostra infelicità. La sofferenza che deriva dal sentimento di morte che è fuori e dentro di noi nasce nel fatto che noi non conosciamo il Signore risorto, cioè Colui che veramente possa liberarci dal male e dalla morte. Di conseguenza ci sentiamo separati dalla vita eterna, soli e impotenti nel morire.

Per superare l'angoscia esistenziale derivante, abbiamo la grande possibilità di accogliere questa buona notizia: Gesù Cristo "morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita"[4]. Una volta avuta tale certezza, il male di qualsiasi tipo, quello ricevuto come calunnia, violenza e quello operato da noi stessi non riesce a distruggerci. Poiché in Gesù Cristo la morte è stata vinta, anche in noi essa è annientata. Questa è l'esperienza che vissero e confessarono gli Apostoli e le prime comunità cristiane in un mondo avverso.

Mentre nella Chiesa lo Spirito Santo rivela l'identità del Signore crocifisso e risorto, nello stesso tempo conduce con energia e amore i credenti ad autenticarsi non come sapienti e intelligenti secondo il mondo, ma piccoli e semplici, come "vasi di creta", in cui è contenuto e nascosto il "tesoro" ricevuto dall'alto. Gesù risorto infatti appare a Pietro, cioè a un discepolo che lo ha rinnegato, e lo invia a testimoniare l’esperienza pasquale. Proprio per questa ragione nella sua ultima cena con i discepoli Gesù gli aveva confidato: "Io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli" (Lc 22,32).

In Luca 8,2-3 si legge che Maria di Magdala era stata liberata da sette demoni e faceva parte di un gruppo di donne che seguivano Gesù da vicino. Per la sua esperienza di soggezione al maligno, ella era ritenuta "prostituta". Tuttavia ha il privilegio di essere la prima testimone della risurrezione di Gesù, anzitutto perché donna, cioè non considerata soggetto giuridico dalla tradizione ebraica e quindi non in grado di testimoniare, ma anche per la sua qualifica di prostituta-indemoniata e quindi ritenuta "maledetta" dalla mentalità del tempo.

Considerando gli appartenenti alle comunità da lui evangelizzate, l'apostolo Paolo riconosce che "Dio ha scelto ciò che è stoltezza del mondo per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che è debolezza del mondo per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che è ignobile nel mondo e ciò che è disprezzato e ciò che è nulla per annientare le cose che sono, affinché nessuno possa gloriarsi davanti a Dio" (1Cor 1,27-29). Aveva  confessato di essere egli stesso "come un aborto, l'infimo degli apostoli, degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono" (1Cor 15,8-10). Lo Spirito sceglie e chiama così non perché le persone e le realtà terrene più umili e disprezzate restino quel che sono, ma per additarle come le più bisognose della gratuità del dono divino, destinato anzitutto agli "ultimi", anche perché sono i più solerti ad accoglierlo e farne frutto.

Gesù è la vite, noi i tralci (cfr. Gv 15,1). Uniti a lui, portiamo molto frutto come parte di lui, viventi e fecondi. Siamo immersi in lui non per fuggire dalla realtà con paura o disprezzo, ma per essere totalmente noi stessi, secondo il progetto del Signore, e renderci partecipi costruttivamente della vicenda umana, con rendimento di grazie: infatti "ogni cosa creata da Dio è buona e niente è da disprezzare, qualora venga accolta con rendimento di grazie" (1Tm 4,4). Pertanto viviamo la purezza dei costumi per contestare l'idolatria del sesso, assumiamo uno stile di sobrietà e di essenzialità per contestare l'idolatria del denaro, diventiamo responsabili e solidali per contestare l'idolatria del potere.




[1]MARCELLO MILANI, "Pentecoste giudaica e cristiana", in La storia di Gesù,  pubblicazione in fascicoli settimanali, Rizzoli, Milano 1983, n. 80, p. 1903.

[2]MANFRED LURKER, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 1990, alla voce "Colomba".

[3] Entusiasmante-entusiasmo-entusiasmare, dal greco en to autò asma = dentro di sé il respiro [la vita, l’energia, la gioia, il canto].

[4] Messale Romano, dal Prefazio Pasquale I.