Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


22 luglio - agosto 2004, pp. 15-19      “La pianta e i frutti”
 

La professione dei Consigli evangelici

 

Gesù Cristo chiama i discepoli e, quindi, anche noi, a stare con lui (cfr. Mc 3,13) perché possiamo ricevere "uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui e così, radicati e fondati nella carità, siamo in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siamo ricolmi di tutta la pienezza di Dio" (Ef 3,17-19).

Don Alberione, uomo di profonda e intensa preghiera, che egli ritiene “come il sangue, che parte dal cuore, attraversa tutte le membra, nutrendo e vivificando l’intero organismo”[1], ha piena coscienza di realizzarsi perché per la vocazione e la consacrazione è condotto dallo Spirito a diventare, come Paolo, un “altro Cristo”, attraverso un processo di totale cristificazione: “a) Non sono più i pensieri e giudizi nostri, ma i pensieri e i giudizi di Gesù, divenuto nostro cervello; b) non più la sentimentalità umana, ma quella del Cuore di Gesù, con la sostituzione del cuore nostro... ; c) non più la nostra volontà, ma la volontà del Figlio sostituitasi all’umana; Gesù che vuole in noi e muove in noi mani, piedi, lingua... Si arriva alla realizzazione felice, ultraterrena di san Paolo: Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me (Gal 2,20)”(CISP 1370).

La nostra chiamata sottolinea sempre la libera iniziativa del Maestro, che non è legata a condizioni di merito o di qualifica dei chiamati. Infatti tra di essi c’è Simone che lo rinnegherà e Giuda Iscariota che lo tradirà. "Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è nulla perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio" (1Cor 1,27ss). Questa la ragione per cui colui che è scelto è inviato a testimoniare e annunziare quanto ha ricevuto e vissuto, cioè la buona notizia del Maestro. Nell’elenco degli apostoli risulta al primo posto Pietro, non si tratta di un primato per dominare sugli altri, ma di un servizio di carità. Per questo gli verrà cambiato il nome proprio in funzione di questo servizio affidatogli da Cristo nella Chiesa.

L’iniziativa è di Dio, che offre il dono, il carisma, la vocazione. Ma allo scopo primario di costituire un gruppo, una chiesa, una comunità. Gesù sa che una volta che non ci sarà più lui il mondo farà riferimento a questa comunità come luce, sale, lievito, tavola e sacramento di salvezza. Come Gesù, che è venuto ad annunziare la buona novella della salvezza, anche gli apostoli andranno a predicare. La vita consacrata non è quindi un mestiere, ma uno stato di vita accolto e donato con libera scelta.

La libertà interiore, nel senso più totale ed evangelico, porta allo stato adulto e quindi permette la consacrazione. Se uno non si libera interiormente da “suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita” (Lc 14,26), non potrà mai disporre di “tutto il cuore, tutta l’anima, tutte le forze” (Dt 6,5). Il distacco dai propri cari diventa benedizione.

Anche la stessa solitudine potenzia ed estende i sentimenti di paternità e di maternità. “Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo – confida san Paolo ai cristiani di Corinto – ma non certo molti padri; io invece vi ho generato in Cristo mediante il vangelo” (1Cor 4,14-15).

Poiché sono amati da Dio come adulti e autonomi, coloro che si consacrano per il regno dei cieli “abbandonano il loro padre e la loro madre” (Gen 2,24) come fanno gli sposi. Per la consacrazione, come per il matrimonio, è necessaria questa separazione, che è anzitutto “interiore”, talvolta dolorosa, estremamente dolorosa. Ai genitori non resta che lasciare la porta aperta, perché i figli, anche se adulti e autonomi, non scordino di onorare coloro che li hanno messi al mondo.

Nella sacra scrittura si legge che i genitori danno una particolare benedizione al figlio che va via da casa, per un lungo viaggio o definitivamente, per la sua scelta di vita: lo abbracciano e lo baciano perché egli sappia affrontare e sostenere la lontananza: “Ecco l’odore di mio figlio, come l’odore di un campo che il Signore ha benedetto” (Gen 27,27; cfr. Tb 5,17-18). La stessa benedizione è data alla figlia, “colonna della casa»" (Sal 144), che viene lasciata andare: “Va’ in pace, o figlia, e possiamo sentire buone notizie a tuo riguardo, finché saremo in vita” (cfr. Tb 10,13). È anche in forza di questa benedizione che il consacrato e la consacrata riescono a stabilire un rapporto intimo con Dio Padre e Figlio e Spirito Santo, “una sola carne” con lui.

A coloro che lo seguirono don Alberione prospettava un tesoro per il quale vale la pena vendere tutto il resto e, per questo motivo, essi abbracciarono una vita di assoluta povertà, castità, obbedienza. Egli voleva che non fossero dei semplici impiegati nella realizzazione del progetto divino, ma operai a tempo pieno nella vigna del Signore, donando, secondo una sua felice espressione, “sia la pianta che i frutti”, cioè tutte le forze per l’intera vita. “Sacrificare la propria vita per salvarla – assicura loro – perdere tutto per salvare tutto. E questo è il culmine del paradosso: la povertà diventa ricchezza; l’abiezione, esaltazione; la verginità, maternità; la servitù, libertà; il sacrificio, beatitudine; il servizio, apostolato; la morte, vita”[2].

Don Alberione mette bene in luce le fatiche, gli sforzi, i rischi di una vita che impegna “tutto l’uomo in Gesù Cristo, per un totale amore a Dio: intelligenza, volontà, cuore, forze fisiche. Tutto: natura e grazia” (AD 100).

La formazione personale di coloro che lo seguono esige ai primi posti il senso di responsabilità e lo spirito di laboriosità che impegna anzitutto le forze fisiche. “Queste forze -  egli dice - o si consumano nobilmente da veri uomini, o si consumeranno non nel servizio di Dio, ma nella schiavitù dell’egoismo e del soldo; non nell’amore di Dio, ma nella servitù della carne; non nella conoscenza di Dio e delle cose che sono di sua volontà, ma nella vanità, e in quello che finisce... mentre l’anima è spirituale e immortale”(CISP 1080).

 



[1] DON ALBERIONE, Pensieri, Edizioni Paoline, Roma 1972, p. 99.

[2] Ivi, p. 83.