Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


23 marzo - aprile 2006, pp. 3-5; 8-14      “Padre, l’ora č venuta”
 

Il digiuno quaresimale di parole e di televisione favorisce il nostro silenzio interiore, la nostra  preghiera vitale e verbale.

Il colloquio con il Padre si impone nella vita di Gesù specialmente alla vigilia delle sue grandi scelte, tempi forti della sua esistenza: quando inizia la sua missione dopo il battesimo al Giordano (cfr. Lc 3,21); al momento di incamminarsi decisamente verso Gerusalemme per la sua ultima Pasqua (cfr. 9,8ss); nell'orto degli ulivi prima dell'arresto che lo porterà alla morte (cfr. 22,39ss).

Cosa esprimeva Gesù nella preghiera? Ce lo documenta la Scrittura: "Padre, non sia fatta la mia, ma la tua volontà" (Lc 22,39ss), perché questo è il suo cibo (cfr. Gv 4,34) e per questo egli è venuto (cfr. Gv 6,38): "Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà" (Eb 10,5ss).

Nell’approssimarsi della sua passione e morte, che avrebbero causato tristezza e smarrimento nei discepoli, Gesù si rivolge nella preghiera al Padre: “Glorifica il Figlio tuo affinché il Figlio glorifichi te” (Gv 17,1). “Glorifica” significa qui: “Manifestati”, perché anche il Figlio ti “manifesti”; si tratta di una rivelazione che ci dice chi è davvero Dio per l’umanità: amore senza fine. È soprattutto nel “dolore” che si rivela dunque l’intima comunione tra il Padre e il Figlio, tra Dio e l’umanità.

Il dolore dell’umanità!

Ecco perché il Dio fatto uomo si lascia crocifiggere da noi uomini: Abbiamo ucciso il Figlio, certo, ma lo abbiamo fatto perché noi stessi siamo stati uccisi: inchiodati a una croce di pali dal male assassino.

Ecco allora la ragione della morte di Cristo: non "per condannare il mondo ma perché il mondo fosse salvo per mezzo di lui" (Gv 3,17), il Figlio di Dio uscì dal seno della Trinità, divenne uomo nel grembo della vergine Maria, visse "in mezzo a noi come uno che serve" (Lc 22,27), ebbe compassione di noi "pecore senza pastore" (Mc  6,34), "spogliò se stesso", si fece "obbediente fino alla morte di croce" e venne "esaltato al di sopra di ogni altro nome" (Fil 2,3.6). Egli fece tutto questo perché ancorato all'amore eterno del Padre: "Colui che mi ha mandato è con me; non mi ha lasciato solo" (Gv 8,29); e perché disponibile alla sua volontà (cfr. Eb 10,7).

Tutte le passioni e le morti le possiamo attraversare anche noi, ma a una sola condizione: perché amati dal Padre. Tuttavia la percezione della presenza del Padre non può essere per noi un fatto improvviso né un'esperienza inattesa.

Questo non avviene dall’oggi al domani. È possibile se abbiamo una esperienza unica del Padre; lo conosciamo perché da lui conosciuti, amati e benedetti in una intimità reciproca assoluta; a lui ci rivolgiamo con commossa gratitudine e totale sottomissione: umili, poveri, ultimi, che sanno ricevere tutto in dono.

Occorre aver “prima” riconosciuto il Padre, nella sperimentata convinzione che saremo poi ascoltati e mai più abbandonati da lui, soprattutto nella sofferenza, nella calunnia e nel giudizio subiti, nell’approssimarsi della morte. Del resto come potremmo sentircelo vicino in certi dolorosi frangenti se non ne avessimo anteriormente percepito la tenerezza paterna, noi che siamo, appunto, amati come figli da lui?

Dio Padre è vicinissimo a noi figli, vivente e presente nella storia, pur essendo trascendente, perfettissimo ed eterno. Egli si avvicina all'umanità con amore fedele e misericordioso. La sua tenerezza inaudita si manifesta attraverso l'amore senza limiti del Figlio, che si offre per noi. Proprio perché consapevoli di riceve la pienezza della vita di Dio, riusciamo a dialogare con lui con tono familiare e filiale.

Dunque, noi “conosciamo” il Padre, perché egli è “di casa”. Perciò ci affidiamo a lui perché sappiamo chi egli sia, ne facciamo esperienza. Ciascuno di noi è assicurato alla tenerezza del Padre. Egli ci assicura: "Io ti ho preso per mano" (Is 42,6); "Non temere, tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno, la fiamma non ti potrà bruciare, perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e ti amo" (Is 43,1ss); "Non ti lascerò e non ti abbandonerò" (Eb 13,5).

Questa la ragione per cui attraversiamo, come ha fatto il Figlio, tutta la realtà quotidiana, personale e collettiva, ivi compresa quella dolorosa, confidando appunto nel Padre: "Un corpo mi hai preparato", cioè la mia storia, inclusa la croce. "Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà" (Eb 10,5.7). E poi quando arriverà la croce, potremo affidarci come il Cristo s’è affidato: "Padre, nelle tue mani, consegno il mio spirito" (Lc 23,45).

Ecco dunque la nostra Pasqua: per amore verso tutti Gesù Cristo si lascia annientare da noi umanità nell’ora “scelta” dal Padre.



“FARÒ LA PASQUA DA TE”

“Avvicinandosi la Pasqua, Gesù disse ai discepoli: ‘Andate in città da un tale e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli" (Mt 26,18).

Secondo il vangelo di Marco questi discepoli sono due, incaricati di andare in città: essi incontrano un uomo con una brocca d’acqua, il quale ha già pronta una grande sala con tappeti.

Nel vangelo di Luca si aggiunge che i due discepoli designati sono Pietro e Giovanni; il resto del racconto è quasi del tutto simile a quello di Marco.

Questo sconosciuto porta una brocca d’acqua: l’acqua è l’antica legge. Mentre il servo di Abramo chiese acqua da bere a Rebecca perché Isacco, il figlio della promessa, trovasse la possibilità di continuare la propria discendenza dall'anfora della legge (cfr. Gen 24,17); mentre Gesù aveva chiesto alla donna samaritana, che era pagana: “Dammi da bere" offrendole poi egli stesso l’acqua di vita eterna (cfr. Gv 4,7.13), qui il Maestro non chiede più acqua a questo tale che porta una brocca d'acqua, ma una stanza, cioè la possibilità di poter entrare in un luogo dove poter celebrare la Pasqua, cioè la nuova alleanza: passaggio da quest’acqua (legge), diventata vino (Gesù) alle nozze di Cana, che a sua volta si muterà in sangue, offerto non soltanto al popolo eletto ma a tutti i popoli.

Infatti sia Rebecca sia la samaritana sia questo sconosciuto si trovano "fuori" anche se in diversi contesti. Rebecca è fuori del territorio in cui si trova Isacco. La samaritana è fuori della religiosità d’Israele. Questo tale è fuori del gruppo degli apostoli.

Già nel Deuteroisaia si prospettava la possibilità di salvezza per tutti i popoli, stranieri e pagani. Però là sono i popoli che si dirigono verso "il monte santo", mossi dall’iniziativa di Dio (Is 56,7), qui invece è Gesù che va nella casa di questo sconosciuto: è dunque Dio a fare esodo, liberamente, verso l’uomo, di qualsiasi estrazione sociale e condizione personale.

“Il Maestro ti manda a dire”, aveva detto Gesù. Anticamente erano i discepoli che cercavano e si sceglievano un maestro. I ragazzi erano accompagnati presso il proprio didascalon, da un pedagogo, che non era sempre molto affettuoso, essendo un impiegato. Qui, invece, è il Maestro che chiede, si abbassa, entra in casa come uno che serve e dona la vita: "Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi" (Gv 13,12ss). La Pasqua è Eucaristia, carità, agape.

Gesù, pur essendo Figlio, non aveva trovato alloggio (cfr. Lc 2,7). Gesù infatti è stato decisamente rifiutato dalla religiosità degli ebrei: "Le tenebre non l'hanno accolto" (Gv 1,5); dai pagani: "Il mondo non lo riconobbe" (Gv 1,10), e persino dai discepoli: "I suoi non lo hanno accolto" (Gv 1,11): "Colui che mi tradisce si avvicina" (Mt 26,46). Proprio per questo, non può che offrire fuori la salvezza: infatti sarà un centurione pagano che sotto la croce riconoscerà: "Veramente quest'uomo era Figlio di Dio" (Mc 15,39). Ora trova alloggio

Dio viene nella nostra esistenza alienata e a lui avversa, in questo dialogo rotto: egli ci raggiunge e ci trova, solitamente, a cuocere mattoni, per costruirci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo (cfr. Gen 11,3ss), se non altro per farci un nome, un’appartenenza, una religione onde consumare invocazioni e preghiere.

Oggi le religioni, incapaci di raggiungere Colui che ha plasmato l’essere umano, ripiegano su un “dio” al minuscolo, piccolo piccolo, “una divinità vana” (Sap 15,8) che induce alla violenza, fa la guerra santa, scatena una “tempesta nel deserto” insanguinando il mondo.

Sull'inerzia di questa perenne conflittualità che si fa disperazione si affaccia ancora una volta il Crocifisso, la cui presenza e azione sembrano del tutto smarrite, il suo evento completamente esaurito, la sua profezia assopita, il suo influsso ormai azzerato, la sua figura impoverita, il suo messaggio estremamente diluito.

Egli però ha la forza di demolire e sostituire “la torre che sale al cielo”, attuando il passaggio interiore da una osservanza fatta di “lettera” dei comandamenti allo “spirito” di una consapevolezza che accoglie come verità e grazia il dono divino ricevuto sotto forma di puro amore gratuito.

 


“LA CONDURRÒ NEL DESERTO”

 1. L’antico Israele fa memoria di una duplice esperienza di deserto: da una parte come terra arida senz’acqua della tentazione demoniaca, della trasgressione e del castigo; dall’altra il deserto è ricordato come luogo di attrazione, di fascino, di nascita e di ritorno a Dio.

Nell’ebraismo biblico il deserto è considerato una terra inagibile agli uomini, abitata da demoni e da altre bestie malefiche. A conferma di ciò, nel giorno del Kippur o di espiazione, il sommo sacerdote “gettava” i peccati del popolo su un capro nero che poi veniva lasciato andare nel deserto per essere fagocitato da Azazel, il diavolo (cfr. Lv 16,1ss).

 

2. Dio ha voluto far passare il suo popolo per questa “terra spaventosa” (Dt 1,19), come esodo, passaggio, prova, nascita. Il deserto è una via scelta da Dio perché si sappia che la guida, la direzione e la legge è lui, il quale va adorato, mette alla prova, punisce la trasgressione, chiede la fede pura. Al popolo che si identifica quale sposa infedele Dio fa rispondere: “Lei non sa che sono io a donarle frumento, mosto e olio nuovo” (Os 2,10).

 

3. Al Dio esigente non si obbedisce, dunque, perché siamo incapaci di fidarci ciecamente di lui. Ecco allora che alla trasgressione Dio risponde con il castigo, ma i castighi non riusciranno a far tornare la sposa infedele. Dio stesso dovrà privilegiare, al contrario, la misericordia, la sollecitudine paterna, la tenerezza più che la durezza. Sicché egli conduce il popolo nel deserto, gli parla al cuore come a una sposa e sarà un nuovo fidanzamento: “Immetterò fiumi nella steppa” (Is 43,19); “La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,16). Il deserto si trasformerà in un’oasi.

 

4. Dio non si rivela solo nel suo nome misterioso “Io sono Colui che sono” (Es 3,14s), ma anche in altri nomi: pastore, padre, madre, sposo. Il Dio di Israele è sposo del suo popolo. L’esperienza del profeta Osea con la sua donna infedele (cfr. Os 1-3) è simbolo dell’amore di Dio per il suo popolo: all’infedeltà egli risponde rinnovando l’alleanza, conducendolo nel deserto per renderlo di nuovo degno dell’amore divino.

 

5. Il simbolismo dello sposo verrà ripreso da Geremia (cfr. 2,2-20) ed Ezechiele (cfr. 16,1ss), ma soprattutto da Isaia: “Non avere vergogna! Non dovrai più arrossire perché il tuo sposo è il tuo creatore. Si ripudia forse la donna della propria giovinezza? Per un breve istante io ti avevo abbandonata, ma con un amore eterno mi sono riconciliato con te” (Is 54,4-8). Questo profeta descrive non solo la relazione tra Dio e il suo popolo, ma preannuncia la nuova alleanza tra il Messia e tutti i popoli della terra, cioè quella suggellata nel sangue di Cristo Gesù, sapienza di Dio, Benedizione spirituale, Agnello immolato, della nuova alleanza, sposo della Chiesa, nuovo popolo di Dio.



DALL’ABITO LOGORO ALLA VESTE CANDIDA

1. Quando è germogliato il deserto, trasformandosi in una piacevole oasi e luogo d’incontro con il divino Sposo? Lo sappiamo bene: allorché Gesù è stato “condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo” (Mt 4,1) e uscirne vittorioso: “Sta’ scritto: Adorerai il Signore Dio tuo” (Mt 4,10). L’antico capro espiatorio era simbolicamente anticipo del Cristo redentore. Entrando nel deserto Gesù lo bonifica, poiché egli è il serpente sospeso in alto che guarisce (Nm 21,6; Gv 3,14), vince la lotta con il diavolo (cfr. Mt 4,1-11), è l’acqua viva, il pane del cielo, la via e la guida, la luce nella valle oscura.

Se la veste dell’antico popolo s’era logorata nel deserto (cfr. Dt 8,4), invecchiata cadendo a brandelli (cfr. Is 50,9), rosa dalla tignola e dalle tarme (cfr. 51,8), ora è stata arrotolata come un tessuto liso e sostituita (cfr. Eb 1,11). È stato il Signore a stendere su di noi il lembo del suo mantello come in una relazione sponsale (cfr. Rt 3,9; Dt 23,1) e, ancor più, in una esperienza di vocazione e di consacrazione (cfr. 1Re 19,19; Ez 16,8).

 

2. È dunque Gesù la novità, il vestito nuovo, l’otre nuovo (cfr. Mc 2,21-22), che trasforma la nostra relazione col Signore in una comunione sponsale, filiale, nella quale non ci stanchiamo più di Dio come il popolo nel deserto (cfr. Is 43,22), ma adoriamo “il Padre in Spirito e verità” (Gv 4,23), “secondo lo Spirito, non secondo la lettera” (Rm 4,28), perché “la lettera uccide, lo Spirito dà vita” (2Cor 3,6).

Grazie al “Servo” senza bellezza né splendore (cfr. Is 53,12) e al “Figlio” spogliato delle sue vesti (cfr. Mt 27,35) che, per parodia, è stato rivestito di una veste regale (cfr. Gv 19,2), noi siamo stati assolti e liberati dell’antica identità, indossiamo l’abito profumato del figlio (cfr. Gen 27,27) e portiamo “la veste migliore, l’anello al dito e i sandali ai piedi” (Lc 15,22), senza più alcun 2velo sul volto”, trasformati di gloria in gloria in quella immagine conforme all’azione dello Spirito (cfr. 2Cor 3,18).

 

3. Così trasformati e cristificati, ci identifichiamo come nuovo popolo di Dio, Chiesa sposa di Cristo, comunità cristiana, assemblea liturgica. La sposa di Cristo non è più la donna schiava, ma la donna libera, non più la prostituta, ma la sposa dell’Agnello, la Madre che genera e santifica nella grazia di Cristo, rivestendo la candida tunica battesimale e quella purpurea del martirio.

Alle nozze pasquali con lo Sposo siamo tutti invitati e vi partecipiamo indossando la veste nuziale che è Cristo stesso. Celebrare, senza essere consapevoli di possedere e di indossare questa veste, vuol dire aver perduto la memoria della redenzione in Cristo e di continuare a rattoppare il vestito del servo.

Noi, invece, siamo figli e quanti ci incontrano se ne accorgono. Sicché la prima bibbia, annuncio, catechismo, testimonianza, opera di carità siamo noi stessi, la nostra vita, il nostro volto pasquale entusiasta, gioioso e credibile.