Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


24 luglio-agosto 2010, pp. 17-23      Profilo del gabrielino “robusto”
 

Il gabrielino “robusto”, ovvero allo stato adulto, è un uomo, un cristiano, un consacrato, un paolino da cercare, ma anche da costruire, con la pazienza del tempo, con l’attenzione del cuore, con una operosità che sa andare controcorrente.

La prima porta di un percorso per il gabrielino è entrare nella paura della morte aprendo la porta con Dio. Con lui quello che comincia qua si completa e si “eternizza” nell’al di là. Non pensare alla morte e rimuoverla è disumano. Si rischia di trovarsela, quando sarà, ingigantita. Vivere per addestrarsi a morire vuol dire invece iniziarsi a quel passaggio per compiere bene la propria parte anche morendo.

Allo scopo di riuscirvi, il gabrielino vive come figlio, al modo di Gesù Cristo, avendo un'accoglienza viva di sé ed essendo libero dalle soggezioni che lo vorrebbero ridurre a oggetto. Sviluppa "tutto il cuore, tutta l'anima, tutte le forze" (Dt 6,5) per una fecondità, paternità, maternità, sponsalità, fraternità spirituale e morale. Egli apprezza la realtà sponsale, coniugale, paterna, materna e familiare con rendimento di grazie, sebbene la vocazione alla verginità non l’abbia orientato al matrimonio.

Per testimoniare la fiducia assoluta nel Padre e manifestarne a tutti noi la tenerezza, Gesù assume una vita povera e itinerante: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo" (Lc 9,58). Vuole che anche i discepoli si alleggeriscano delle ricchezze (cfr. Lc 9,3) e il cristiano eviti di lasciarsi suggestionare dal denaro (cfr. Mt 6,24; Lc 12,15). Il gabrielino non disprezza le cose, perché sono valori terreni e "cosa molto buona" (Gen 1,31) in cui si rivela Dio, poiché "ciò che è noto di Dio è manifesto all'intelligenza mediante le opere da lui fatte" (Rm 1,19s). Tuttavia non gli bastano in se stesse, anche se le accoglie come impronte della rivelazione e dell’amore divino.

Contro il pericolo delle ricchezze assolutizzate (cfr. Mt 6,19-22), il gabrielino si apre al dono di Dio con una totale libertà di spirito e distacco da esse sull'esempio di Gesù Cristo: "Ecco, il tuo re viene povero" (Zc 9,9). Sicché egli vive nella libertà dei poveri, privilegiati da Dio: "Il Signore ha liberato la vita del povero" (Ger 20,12); "Ai poveri è predicata la buona novella" (Mt 11,5). "Conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi" (Lc 14,21). Segue perciò le orme di quanti si sono arricchiti di Dio: "Ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione; ho imparato a essere povero e ho imparato a essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all'abbondanza e all'indigenza. Tutto posso in colui che mi dà forza" (Fil 4,11ss).

Il distacco dalle ricchezze, che lo assimila a Cristo, lo rende aperto e disponibile verso il prossimo: "Non possiedo né oro né argento, ma quello che ho te lo do" (At 3,6); "Se uno vede un suo fratello nel bisogno e gli rifiuta ogni pietà, in che modo l'amore di Dio dimora in lui?" (1Gv 3,17); "Nessuno chiamava suo ciò che gli apparteneva" (At 4,32). Inoltre si apre alla speranza di una Ricchezza oltre le ricchezze "che tignola e ruggine consumano" (Mt 6,16; Ap 3,17ss), avendo "accettato con gioia di essere spogliato in vista di una ricchezza migliore" (cfr. Eb 10,34): "Cercate il regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta" (Mt 6,33). Il gabrielino si "naturalizza" dunque distaccato dai soldi, si lascia evangelizzare dai poveri, si accontenta, si affida alla Provvidenza.

Amato dal Padre e per amore dell'umanità, Gesù Cristo non domina sugli altri perché di natura divina, ma si fa servo (cfr. Is 42,1-9: 49,1-6; 50,4-11; 52,12-53) fino a dare se stesso: "Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita" (Mt 20,28); "Io sono in mezzo a voi come uno che serve" (Lc 22,27); "Cominciò a lavare i piedi dei discepoli" (Gv 13,5); "Annientò se stesso e prese la fisionomia del servo" (Fil 2,7). Poiché il gabrielino è diventato "amico" di Dio (Gv 15,15) e figlio del Padre, egli viene mosso dall’obbedienza di Cristo per essere servo di tutti (cfr. Mc 10,44): "Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti" (1Cor 9,19.23.16).

Lo Spirito Santo dona al gabrielino la grazia della libertà totale davanti alle realtà terrene, positive nel progetto originale di Dio e tali da conservare e trasformare. In un mondo che strumentalizza e assolutizza come forze di soggezione le inclinazioni più profonde della natura umana, le ricchezze, i beni terreni e il potere, egli lo chiama ad assumere i valori personali, il frutto del suo lavoro e la sua libertà con rendimento di grazie e condivisione. Su questo pane e su questo vino come doni di grazia, pronunzia quindi la preghiera di benedizione, perché tutto venga trasformato, quando sarà, in corpo e sangue, cioè nella realtà personale autentica secondo il piano di Dio. Riproduce in sé l'immagine di Gesù Cristo radicata nel battesimo, rinvigorita nella cresima, espressa con maggiore pienezza nell’Eucaristia e nella consacrazione, perché si lasci attrarre sempre più dalla vita che il Figlio di Dio abbracciò venendo nel mondo. Il Signore lo chiama a essere persona nuova, testimone e segno dell'Unicità di Dio Padre e Figlio e Spirito Santo: unico e sommo Bene, Amore totale che si dona, fonte di Libertà nella verità e carità, da cui il gabrielino è attratto come il figlio dalla madre e dal padre, la sposa dallo sposo.

Congiunto vitalmente al mistero di Dio e della Chiesa, gli vengono partecipati la grazia e il mandato di essere operatore e testimone della vita divina da accogliere, promuovere e condividere specialmente agli ultimi nello spirito delle Beatitudini, con gioia e serenità. Cittadino a pieno titolo nella città terrena, compie con slancio, coinvolto e distaccato, i doveri della vocazione cristiana di vita secolare consacrata paolina, testimoniando, nell’essere e nell’annuncio, l'amore di Dio, il rispetto e l'elevazione di tutte le realtà terrene, i beni celesti già presenti in questo mondo, l'esistenza di una vita nuova ed eterna, la futura risurrezione e la gloria del regno celeste. Questo regno non lo ha ancora raggiunto, ma lo attende nella speranza.

Intanto il gabrielino è un combattente, tiene a bada la realtà e gli impegni così, con una mossa del mento; sa prendere di petto il proprio lavoro e lo sbriga bene, con responsabilità.

Che faccio, lo confronto a mia madre, a una donna quindi? Era straordinaria in casa. Per l’intera settimana, a furia di brusca e striglia, la casa splendeva come il parlatorio di un convento. Neppure un gatto entrava. Quell’infaticabile donna di casa pretendeva che ci levassimo le scarpe prima di entrare. Aveva provveduto di tasca sua che avessimo tutti le pantofole, lì davanti all’uscio. Ogni mattina, inevitabilmente, trovava un nuovo strato di polvere sul pavimento, tracce di sporco sui tappeti, ragnatele negli angoli delle pareti. Prima delle feste, a mezzanotte la vedevi carponi tra il secchio e lo strofinaccio e strofinava al lume di candela. Tutto era fatto per noi, la sua famiglia. Niente, non c’era verso di farla ragionare la mamma. Il suo torto non era di lottare contro il sudiciume, certo che no; ma di volerlo distruggere, come se fosse possibile.

Una cristianità, la Chiesa, una comunità, un Istituto, la fraternità dei Gabrielini possono essere sudici. Aspettiamo il giorno de1 Giudizio e vedremo gli angeli cosa hanno da tirar fuori. Questo dimostra che la Chiesa e l’Istituto devono essere delle donne di casa, robuste e con la testa sul collo nel mettere ordine. Pure il singolo gabrielino può essere sudicio. Lo sa Dio. Peggio è se rimane chierichetto (con rispetto del chierichetto), impastato di melassa. Ma un cristiano consacrato nel secolo non si tiene in vita a forza di melassa. Come potrebbe affrontare il diavolo?

Oltre che all’idea di distruggere il diavolo, il gabrielino potrebbe illudersi di essere amato, amato per se stesso. Se lo scordi. Proprio perché cristiano consacrato, egli non è mai amato. Non deve neppure pensare di essere ben voluto. Si preoccupi piuttosto della sua buona coscienza, dove tornerà a mettere ordine, pensando che il disordine l’avrà ancora vinta l’indomani. La notte butterà all’aria il suo ordine. La notte appartiene al diavolo, che c’è oggi, domani e sempre, almeno in questo mondo.

I perfetti, ah, i perfetti! Pregano di notte, in contemporanea all’opera del guastafeste e contro di lui. La preghiera rigoverna la coscienza; pela le cattive abitudini, le mormorazioni, per esempio; apparecchia il perdono; mette dei fiori freschi nel vaso del cuore. Attenzione, però ai fiori di carta, rifilati dal muovere delle labbra, dal solo consumo di tempo e di spazio, da quanti si danno alla musica, al giardinaggio, all’incenso, ai paramenti, insomma alla cerimonia, quando pregano.

I’orante “serio” non usa marchingegni né mette in versi il diritto canonico sugli appuntamenti con Dio, ma è “ispirato”, è un orante “geniale”, pure quando usa scopa e strofinacci, non solo quando fa il serafino musicante in un’assemblea liturgica. Anche Davide usava l’arpa, ma niente da fare: tutto il suo salmeggiare non lo ha preservato dal peccato.

Gli oranti, i santi, quelli veri, come il Fondatore, erano portati lassù, in estasi, come nel seno di Abramo, al sicuro. Quando venivano sorpresi dagli indiscreti e tornavano giù erano però molto in imbarazzo. Sentivano vergogna di essere i figli viziati del Padre, di aver bevuto per primi alla coppa della beatitudine. Supplicavano perciò di mantenere il segreto.

Ritornando al gabrilelino, egli non può nascondersi dietro le belle parole, che fanno stralunare le pie dame. Non gli serviranno nel combattimento contro il diavolo, quando vedrà la morte in faccia, quella della calunnia, forse, dell’umiliazione, della solitudine, come pure quella fisica, quando verrà.

Il gabrielino robusto non nasce come i funghi. “In una casa grande non vi sono soltanto vasi d’oro e d’argento, ma anche di legno e di argilla” (2Tm 2,28). Nel “gregge di Dio” vi è un bestiame né troppo buono né troppo scadente, buoi, asini, animali da tiro e da fatica. Chi li guida non può mettersi a danzare come davanti all’arca. Cosa farne dei capri, per esempio? Non provare neppure a levare al capro il suo fetore, sarebbe fatica sprecata. A chi non si lava, la nuvoletta di profumo non dice nulla. Il gabrielino non è un tipo speciale, angelico, fuori del corpo, privilegiato vincitore del male. Egli tuttavia riesce a celebrare sempre e comunque. Perché prima di amare Dio è amato prima da Dio.

Il gabrielino sappia che il popolo cristiano non è un’esposizione di madonnine infilzate. La Chiesa, l’Istituto hanno nervi saldi: non li spaventa il peccato, al contrario. Lo guardano in faccia, tranquilli, anzi imitando nostro Signore, lo prendono su di sé e quanti lo hanno compiuto perdonano, “miti con tutti, capaci d’insegnare, pazienti, dolci nel rimproverare” (cfr. 2Tm 2,2,24s). Poi, con discreta sapienza, ispirano i costumi, le consuetudini, le distrazioni, i piaceri e persino le più umili necessità umane di “temerari” e “pazzi”, a dir poco, che hanno risposto alla chiamata divina assumendo e onorando, però, gli obblighi del mestiere con gioioso entusiasmo.


 

“La stretta della tua mano”

Ti prego, non togliermi i pericoli, ma aiutami ad affrontarli. Non calmare le mie pene, ma aiutami a superarle. Non darmi alleati nella lotta della vita eccetto la forza che mi proviene da Te. Non donarmi la salvezza nella paura, ma pazienza per conquistare la mia libertà. Concedimi di non essere un vigliacco usurpando la tua grazia nel successo, ma non mi manchi la stretta della tua mano.

R. Tagore