Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


26 gennaio - febbraio 2007, pp. 10-13      Da Saulo a Paolo
 

Dopo aver riflettuto sulla esperienza di Dio vissuta da me personalmente, che potesse servire da indicazione per ogni gabrielino, e poi su quella vissuta dal nostro Fondatore, sono oltremodo titubante nel penetrare il mistero di Dio in san Paolo, non essendo esperto in sacra Scrittura; incapace anzi di cogliere il senso dei suoi ispirati scritti che ne descrivono l’esperienza; balbettante oltre ogni dire nel porre in risalto lo splendore della straordinaria luce divina che avvolge, converte, trasforma Saulo persecutore in Paolo apostolo.

 

“Anch’io una volta ritenevo mio dovere di oppormi attivamente al nome di Gesù di Nazaret, come infatti feci a Gerusalemme: molti fedeli li rinchiusi in prigione […] e quando venivano condannati a morte anch’io ho votato contro di loro. In tutte le sinagoghe tentavo di costringerli a bestemmiare e nell’eccesso del mio furore li perseguitavo anche nelle città straniere” (At 26,9-11).

 

In questa confessione l’Apostolo sta dicendoci dov’era Saulo prima che lo raggiungesse la Grazia.

 

“Saulo era fortemente convinto di stare nel giusto – ci dice questo Convertito – poiché per un ebreo la circoncisione, l’appartenenza, la tribù, la discendenza, l’osservanza della legge sono valori irrinunciabili. Bisogna essere ebrei per sentire con quanta intensità questi beni siano immensamente cari per un ebreo: egli dice di appartenere alla stirpe di Abramo, confessa la sua fede in Jahvè, difende la sua legge e tramanda le tradizioni dei padri. È qualcosa che fa parte del suo sangue, come una seconda natura, un modo di essere irrinunciabile. Saulo dunque non poteva rinunciare al suo essere ebreo, che egli custodiva gelosamente come un tesoro che non poteva consegnare a nessuno. Si stimava dunque irreprensibile in quanto all’osservanza della legge e nulla gli si poteva rimproverare a riguardo. In altre parole Saulo incarnava benissimo, della parabola lucana del Figlio prodigo, la figura del fratello maggiore, al quale non gli si può rimproverare nulla perché da tanti anni serve e non ha mai disubbidito a un comandamento (cfr. Lc 15,29). Era dunque a posto. Per questo Saulo era oltremodo zelante nel contrastare quanti si opponevano a questi valori. Ciò spiega la sua intolleranza verso i cristiani: egli era un bestemmiatore del Cristo e un violento persecutore dei suoi seguaci (cfr. 1Tm 1,13)”.

 

 

Saulo sta andando dunque verso queste città straniere per convincere i capi delle locali sinagoghe a perseguitare i cristiani che avessero abiurato dall’ebraismo, i quali potevano essere interrogati, flagellati e puniti. Ecco che sulla via che porta a Damasco, verso mezzogiorno, vede sulla strada una luce folgorare dal cielo, più splendente del sole, che avvolge lui e i suoi compagni di viaggio (cfr. At 26,13).

 

“Quel Dio che ha detto: Sia la luce, è lo stesso che ha rifulso nei nostri cuori (cfr. 2Cor 4,6), sicché in quel persecutore – continua Paolo, che ora non è più Saulo – il Creatore operò come all’origine della creazione facendo essere in lui la luce, che lo folgorava e gli interrompeva momentaneamente la vista degli occhi. Anzi proprio per questa forte illuminazione e momentanea percezione di oscurità, egli sarebbe stato costituito ministro e testimone di quelle cose che aveva visto e quindi mandato ai pagani ad aprir loro gli occhi perché passassero dalle tenebre alla luce (cfr. At 26,14-18). Inoltre come nella creazione Dio disse e fu fatto, così nella folgorazione di Saulo l’iniziativa fu unicamente divina, al di là di ogni merito, desiderio e pensiero dell’accanito persecutore, il quale non poteva assolutamente pensare che ci fosse un’altra comprensione di Javhè al di fuori di quella che egli s’era fatto interpretando la legge. Saulo era troppo “chiuso”, la sua ideologia religiosa distorceva radicalmente l’immagine di Dio. Egli giustamente lo considerava come Dio, autore e origine di ogni bene, ma allo stesso tempo lo possedeva, diventando così padrone non servo della verità divina. E di tutto ciò non sentiva affatto di accusarsi, come fa qualsiasi peccatore, il quale commette il male sapendo di farlo. Il fanatismo di Saulo invece era quello del fariseo, il quale si fa salvezza di se stesso, convinto di essere l’unico in grado di comprendere chi è Dio. Questa la ragione per cui Gesù dirà, rivolgendosi ai farisei, che i peccatori li avrebbero preceduti nel regno di Dio. ‘Quello che poteva essere per me un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ormai tutto io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo’” (Fil 3,7-8).

 

 

Ora Paolo sta dicendoci verso quale direzione lo ha portato il Signore, a partire dall’incontro con lui sulla via per Damasco. Indubbiamente ne è passata di acqua sotto i ponti da allora, il cammino è stato lungo, impegnativo, ma assolutamente liberante. La legge, quando è senz’anima, è pesante fardello per se stessi, per gli altri e anche per Dio. Quello che lo aveva condotto alla violenza, alla persecuzione, a difendere il proprio Dio con la spada non vale più niente di fronte a quanto ha guadagnato in Cristo. Aveva sbagliato tutto, lui che si gloriava della sua giustizia era diventato giustiziere dei figli di Dio.

Dopo che Gesù gli ha domandato “Perché mi perseguiti?”, i suoi occhi si sono oscurati, ma la sua mente e il suo cuore si sono aperti. “Gli piacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani” (Gal 1,15). Si è trattato di una tale rivelazione che questa gli ha fatto cambiare ottica e atteggiamento interiore: egli ha cominciato a godere d’essere credente e a testimoniare la stessa fede agli altri. Ai pagani: che, pur essendo “ripieni di ogni genere di malvagità” (Rm 1,29), accolgono volentieri l’annuncio del Vangelo, al contrario dei giudei, che, pur appoggiandosi alla legge e gloriandosi di Dio (cfr. Rm 2,17), fanno più fatica a lasciarsi salvare per fede.

 

Orbene, tutti noi ci portiamo dentro l’incapacità di riconoscere il vero Dio “e il primo sono stato io – confessa l’Apostolo –. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo, per il quale siamo in pace con Dio, ha voluto dimostrare in me per primo tutta la sua longanimità, dando se stesso per me che ero come un aborto e l’ultimo degli apostoli”.