Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


27 marzo - aprile 2007, pp. 10-14      “Io e il Padre siamo una cosa sola”
 

Siamo all’ultima riflessione sull’esperienza di Dio, che abbiamo approfondito in questo primo anno di preparazione al cinquantenario di fondazione del nostro Istituto.

In questa meditazione consideriamo l’intima relazione trinitaria dell’“Unigenito nel seno del Padre” (Gv 1,18), il quale, diventato Uomo, Maestro e Pastore, pur restando Figlio di Dio, ci rivela che Dio è suo Padre in senso naturale e proprio, distinguendo “il Padre mio” (Mt 7,21; 11,27; Lc 2,49; 22,29) e “Padre vostro” (Mt 5,45; 6,1; 7,11; Lc 12,32), manifestandosi quale “figlio diletto” (Mc 12,6; 1,11; 9,7)) ed esprimendo, così, l’unione stretta tra loro, al punto che “io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30) e “tutto mi è stato dato dal Padre: nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio” (Mt 11,27). Gesù "chiama Dio suo padre" (Gv 5,18), dal quale è teneramente amato: "Il Padre ama il Figlio" (Gv 3,35) e si abbandona a lui: "Io non sono solo, perché il Padre è con me" (Gv 16,32). L'unità del Figlio con il Padre è tale, che vedendo l'uno si vede anche l'altro: sono uno nell'altro, sono una cosa sola (cfr. 10,30; 14,7-10).

Gesù parla con autorità. "In Gesù autorità e servizio, misericordia e austerità si fondono in modo del tutto singolare. Sorgente di questa singolarità è l'esperienza di Dio come 'Abbà': 'Tutto mi è stato dato dal Padre mio' (Mt 11,27)" (CdA 210). In questa autorità è racchiusa la sua "magisterialità". Egli non si limita a proporre una visione del mondo, ricavata dalla comune esperienza umana, un insieme di verità religiose e morali, frutto di riflessione particolarmente penetrante (cfr. CdA 107). Non solo ha parole di sapienza, ma in lui parola e vita sono inscindibili. Egli sa e dice, vive e fa, "fa e insegna" (cfr. At 1,1). Il Maestro di Nazaret "appare assai diverso dagli altri maestri del suo tempo e di sempre” (CdA 102).

Al tempo di Gesù molti "maestri in Israele" "dicono e non fanno" (Mt 23,3), "legano pesanti fardelli e li pongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito" (Mt 23,4). Gesù è il profeta che si manifesta senza clamore, "passa" in mezzo alla gente come un itinerante e rischia di persona, sulla linea del Servo di Javhé (cfr. Is 53, 1ss). Quindi "la sua parola è strettamente legata all'azione" (CdA 103). "La sua persona, in definitiva, è più decisiva della sua dottrina e della sua azione" (CdA 209). "Evidentemente il Maestro Via Verità e Vita non è un semplice insegnante che espone una dottrina con la quale assimila a sé la mente del discepolo mediante la sua scienza nozionistica, che gli manifesta; ma è il Pedagogo, l'Educatore, il Maestro di tutto l'uomo, dell'uomo integrale"[1].

Il suo annuncio provoca stupore, entusiasmo, adesione ma anche diffidenza, delusione, rifiuto, ostilità, proprio perché “autorevole”.

Sentendo il Padre dalla sua parte, Gesù può assumere anche l'ultimo posto e "la condizione di servo" (Fil 2,7), lavando i piedi ai discepoli (Gv 13,5). Proprio perché Figlio amato dal Padre, Gesù può affrontare fiducioso la morte: "Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato" (Gv 14,31); "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera" (Gv 4,34); come pure, proprio per essere Figlio, verrà "esaltato al di sopra di ogni altro nome" (Fil 2,3).

 

Ricordo, bambino, i ciottoli di ghiaia gettati nello stagno e l'onda allargarsi, diluirsi e scomparire dopo il loro tonfo nell'acqua. Il tempo e la separazione attenuano la presenza e il ricordo delle persone care. Un uomo sposa una donna, forma la propria famiglia e genera figli. Poi i figli si sposano a loro volta e allargano l'onda, e così si diluiscono i ricordi e si perdono i contatti con l'origine. Dopo molte generazioni l'inizio sembra cancellato dalla memoria e la sua memoria non resta che un debole riferimento storico. Così avviene col padre e la madre, con la lettera minuscola; così avviene con Dio Padre e Madre, con la lettera maiuscola. Un conto è incontrare e conoscere Dio come fecero Adamo ed Eva, che ne percepivano i passi nell'eden; un conto è fare esperienza del Padre oggi, lontanissimi come siamo dalla visione e inesperti dell'incontro con lui.

È stata dunque la "distanza cronologica" a farci perdere di vista il volto di Dio Padre. Tanto tempo ne ha cancellato le sembianze. Ci restano sbiadite immagini incorniciate nelle creature... Ma che sono queste rispetto all'originale? Ecco dunque la vera ragione per cui chiediamo come l'apostolo Filippo: "Signore, mostraci il Padre" (Gv 14,8). Gesù ci assicura che il volto del Padre è il suo stesso volto. Ma anche Gesù è così lontano nel tempo. Allora, come fare esperienza della tenerezza del Padre? Chi ce lo incarna per farne esperienza?

Allora occorre prima rendere "paterno e materno" l'ambito della famiglia, della scuola, del lavoro, della comunità cristiana. Senza questi "segni domestici", se privati cioè della tenerezza del padre e della madre, non è facile comprendere in pieno la paternità e la maternità di Dio. Occorre far sì che tutti si abbia la fortuna di nascere in una famiglia in cui si "respira" la tenerezza paterna e materna. Allora il padre e la madre diventano il Carosello, lo spot pubblicitario della dolcezza di Dio, il frammento di specchio che riflette come luce la tenerezza del Padre. Questa necessità di prospettarlo così non è una regressione infantile, ma "è evocazione dell'origine, del grembo, della patria, della casa, del focolare, del cuore a cui rimettere tutto ciò che siamo, del volto a cui guardare senza timore [...]. Il Padre-Madre di cui parliamo qui è metafora dell'Altro misterioso e ultimo, a cui affidarci senza paura, nella certezza di essere accolti"[2].

Si sa, l'adulto è fondamentalmente indipendente dai genitori. Nel progettare e realizzare la propria vita egli, essendo ormai emancipato, tende a escludere Dio. Noi adulti, dunque, facciamo fatica a identificarci come "figli del Padre", il quale si rivela a noi "per il suo immenso amore" (Dei Verbum, 2). Sovente siamo gelosi della nostra autonomia che ci vieterebbe così di appellarci al Padre celeste. In realtà, anche da grandi, restiamo figli. La nostra crescita umana e cristiana ci fa passare dalla soggezione di servi, alla condizione di figli e allo stato di padri e di madri, sotto il profilo fisico e spirituale.

In verità, per raggiungere lo scopo, occorre non solo riferirsi al passato e al presente, ma proiettarsi in avanti. Spetta a noi disporci all'incontro del Padre partendo dal punto in cui ci troviamo. Certamente egli è in mezzo a noi, ma non lo vediamo. Allora è necessario liberare lo sguardo, rivitalizzare il cuore, concentrare l'attenzione su Uno che si rivela come nostro Papà e nostra Mamma là dove siamo, viviamo e ci relazioniamo, ma soprattutto si rivelerà.

Per vivere l'esperienza di Dio come Padre si passa per queste tappe. Nella vita cristiana infatti s’impone decisamente, al di là di ogni parabola e simbolismo, la comunione con Dio come esperienza tra padre e figli. Il nome che conviene propriamente a Dio è quello di “Padre" e a noi quello di “figli”.



[1] G. ALBERIONE, "Presentazione", in  C. T. DRAGONE, Maestro Via Verità e Vita, Edizioni Paoline, Roma 1961 , vol. I, p. 5.

[2] C. M. MARTINI, Ritorno al Padre di tutti. Lettera pastorale 1998-1999, Centro Ambrosiano, Milano 1998, pp. 17.19.