Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


29 marzo - aprile 2005, pp. 11-13      Il Venerd́ Santo ovvero la memoria del dolore
 

La pena di chi “sperimenta” il dolore può essere istintivamente rimossa: “non ci pensare”, suggerisce a riguardo la mentalità collettiva. Distrarsi dal dolore per dimenticarlo sembra, dunque, un movimento naturale e risolutivo. Ma, in realtà, la sofferenza, spenta per qualche istante nel pensiero per un meccanismo di autodifesa, rigurgita nella memoria come il pallone ritorna a galla, puntuale, ingigantita e ostile più che mai. La belva sembra, dunque, assopita, invece è là che graffia l’anima, la gonfia e la tumifica.

Si sa che, una volta fissato in volto il dolore, esso ha il potere di estenuare lo spirito fino al big-bang della rabbia, della ribellione, della bestemmia e del pianto, che però si risolvono per lo più – ed è una fortuna – in quiete psicosomatica.

Si esorcizzano talvolta, nell’illusione di vanificarli, i ricordi del dolore, di cui il Venerdì Santo rappresenta il “memoriale”. In passato l’esortazione cor poenitens tenete (conservate un cuore che porta dentro la pena) nella migliore mistica equivaleva alla raccomandazione biblica “ricordati che sei stato schiavo in Egitto” (cfr. Es 20,2): non scordarlo, sotterrando il dolore, in modo che l’esperienza di sofferenza lancinante salga, emerga, sbotti per indurti a baciare la ferita che solo oggi ti rende sapiente, libero, determinato e felice. Quanto mai indispensabile è dunque fare “memoria” delle soggezioni, esilio, lontananza da casa, fame e sete, allorché non si era nessuno neppure nella propria terra e appartenenza (cfr. Gs 1,13ss; Sal 136,1-2; Lc 15,17), e ciò non per massacrarsi fisicamente e autopunirsi, ma per utilizzare al massimo le situazioni dolorose vissute in passato, che poi si liberano in gioia.

Sapiente maestra di vita, la ferita dell’anima diventa allora riferimento costante per accogliersi e accogliere, capirsi e capire, perdonarsi e perdonare, vivere e morire. “Riferimento” vuol dire memoria, senza più sorvolare sulla perdita, lo scacco, l’abuso subiti; senza dimenticare la ferita e il dolore.

Se lo si attraversa e lo si ricorda, il dolore irrobustisce lo spirito, pettina l’anima, prorompendo e sfogando in danza. Vivere, allora, significa passare dal grido alla canzone, umanizzarsi e umanizzare, puntando sul reale, nuvolesco e tragico, trastullone e felice, inerme e innocente, utile e benedetto.

È necessario quindi fare memoria dei nostri dolori e, ancor più, del dolore che deriva dall’assenza del Padre, del Figlio, dello Spirito, del Risorto, dello Sposo, qualora non ne avessimo ancora vissuta l’esperienza, in modo da saper affrontare anche la morte, quando verrà, convinti che il Padre non ci lascerà soli e avendo nel cuore e sulle lebbra le stesse parole del Figlio crocifisso: “Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito” (Lc 23,46).