Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


3 gennaio - febbraio 2006, pp. 15-19      Beati secondo il vangelo
 

Circolare, gennaio - febbraio 2006, pp. 15-19

 

Cristo si è avvicinato incessantemente al mondo degli uomini e delle donne: “Passò facendo del bene” (At 10,38) “e questo suo operare riguardava, prima di tutto, i sofferenti e coloro che attendevano aiuto. Egli guariva gli ammalati, consolava gli afflitti, nutriva gli affamati, liberava gli uomini dalla sordità, dalla cecità, dalla lebbra, dal demonio e da diverse minorazioni fisiche, tre volte restituì ai morti la vita. Era sensibile a ogni umana sofferenza, sia a quella del corpo che a quella dell’anima. E al tempo stesso ammaestrava, ponendo al centro del suo insegnamento le otto beatitudini (cfr. Mt 5,3-10), che sono indirizzate alle persone provate da svariate sofferenze nella vita temporale”[1].

 

I poveri in spirito. Ve ne sono sempre moltissimi, di ogni tipo e in tutti i posti. La loro presenza ci assicura che Cristo fatto carne sta battendo le nostre strade e che all’Eucaristia non mancheranno mai né il pane né il vino. Nascosti, discreti, semplici come colombe: il sacrestano, la mamma catechista, il confessore e il penitente, la signora delle pulizie, l’infermiera, l’operatore ecologico, il barbiere, l’autista del bus, il malato, il medico o quanti altri stanno là ad annunciarci la prima beatitudine evangelica.

 

Gli afflitti, cioè i doloranti nel corpo e nello spirito. Penso ai psicolabili, ai nevrastenici, ai cosiddetti esauriti di nervi, sovente neppure considerati malati. In molti quartieri cittadini è ben visibile il sacro recinto dell’ospedale, del sanatorio, dell’ospizio. Là si consumano i cronici del dolore, gli incurabili, i terminali, i piagati di ogni genere. E con essi numerosi angeli senza ali in camice bianco che li assistono nella malattia o li aiutano a morire quando giunge l’ora.

 

I miti, i dolci, ma non quelli che escono dal forno. I nostri neonati, i vecchietti delle panchine, le mamme dannate alle stoviglie, le commesse dei negozi. Queste ragazze dal volto sorridente che ce la mettono tutta per soddisfare i clienti stretti e larghi, gobbi e diritti, squattrinati e spendaccioni, comunque esigenti. E non tralascerei uscieri, impiegati agli sportelli delle poste, le cassiere dei supermercati, tutti alle prese con tipi frettolosi, impazienti, nevrotici. E come non includere le babysitter e le insegnanti delle scuole materne, paste di mitezza per chi è appena a un passo dal grembo materno?

 

Quelli che hanno fame e sete di giustizia. Le madri coraggio, i disoccupati reali, i tartassati da condizioni e orari di lavoro disumani, i detenuti senza processo, i lavavetri dei nostri bolidi fiammanti. Mi sento in dovere di fare memoria anche e soprattutto dei bimbi abbandonati, ma senza processi alle intenzioni. Ritengo che una madre e un padre e una società cosiddetta cristiana che si sbarazzino di neonati, per perderli, sono prima essi stessi perduti. Permettetemi di ricordare qui anche gli animali: cavie non sempre insostituibili della sperimentazione o inquilini domestici costretti a tenori di vita “umana”.

 

I misericordiosi. Nel loro cerchio metterei al primo posto il parroco: se non fosse misericordioso che prete sarebbe? Vi fanno poi parte quelli che, prima di accedere all’altare per offrirvi il pane e il vino, si riconciliano con i nemici, ammettendo i propri sbagli, chiedendo e accettando scusa. I cristiani della mia parrocchia sono soprattutto misericordiosi perché nel tram chiedono e accolgono sempre le scuse. Se lo sono nella ressa del bus, perché non dovrebbero esserlo anche altrove?

 

I puri di cuore. La gente ritiene del tutto estinta questa categoria di “beati”. Io, invece, credo che ve ne siano tanti di puri di cuore, cioè quelli che vedono con gli occhi di Dio, parlano con la lingua di Dio, sentono col cuore di Dio. Essi lo vedono presente in anima, in ogni angolo e in ogni tempo. Mi riferisco subito a quei preti che fanno l’omelia domenicale: con l’andare del tempo, anche perché decantati dall’esperienza e dal dolore, ti dicono le cose come le vede, le pensa e le sente Dio. Poi vado subito con la mente a quelli che sono chiamati a una vita di particolare consacrazione: religiosi e religiose, testimoni attivi e contemplativi del volto e del cuore del Signore, in questo mondo e oltre questa vita. Puri di cuore sono, indubbiamente, anche i fidanzati e i coniugi che davanti all’«albero della vita», che simbolicamente rappresenta l’“ordine divino nonché la persona propria e quella del partner, sanno inchinarsi, riconoscendovi l’immagine e la somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,27).

 

Gli operatori di pace. Non solo i primi, quelli che hanno ricevuto il Nobel, ma proprio gli ultimi, quelli domestici. Per esempio, i signori mariti e le signore mogli che dopo i litigi ritornano al bacio; certe suore che lungo le corsie degli ospedali sono veri angeli di pace e di serenità; molti padri che attendono di rappacificarsi con i figli. Una volta un padre non più giovane mi confidava che attendeva il proprio figlio da ben vent’anni: “Vorrei poterlo rivedere prima che io muoia”. E tuttora, ogni giorno, finisce in chiesa con una sola espressione nel cuore: “Signore, per lui ho sempre la porta aperta”.

 

I perseguitati per causa della giustizia, appunto perché fanno il bene. Una volta c’erano i sindacalisti a prendersele di sana ragione. Ma sempre e anche oggi è grande il numero dei perseguitati a causa della politica, della religione, dell’etnia, dell’ideologia, del Vangelo, di Gesù, perfino ragazzi denigrati ed esclusi da certe aggregazioni giovanili perché “non allineati” al gruppo. Molti extracomunitari vengono sottopagati, anche se lavorano come e più degli altri.

 

Tra questi perseguitati si trova prima di tutti il Maestro. Gesù infatti, pur essendo Figlio di Dio, non trova alloggio (cfr. Lc 2,7), vive l’esperienza del deserto e delle tentazioni, è rifiutato dalla religiosità degli ebrei: “Le tenebre non l'hanno accolto” (Gv 1,5); dai pagani: “Il mondo non lo riconobbe” (1,10); persino dai discepoli: “I suoi non l'hanno accolto” (1,11; affronta “decisamente” (Lc 9,52) le avversità come un valoroso guerriero, è cacciato dalla sua vigna (cfr. Lc 20,14), è “provato dalla sofferenza” come il Servo di Jahvé (cfr. Is 53,10); “porta le nostre infermità, si addossa i nostri dolori” (53,4), viene crocifisso tra due malfattori (cfr. Lc 23,33), ucciso fuori della sua città (cfr. Mt 15,20), costretto a offrire fuori la salvezza. Infatti è un centurione pagano che sotto la croce riconoscerà: “Veramente quest'uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39). Egli sulla croce grida (cfr. Mt 27,46) e prega (cfr. Lc 23,34.46), perché una volta crocifisso resta difficile, anche per lui, “uomo dei dolori ed esperto della sofferenza” (Is 53,3), dire la parola “Padre” e chiedergli di perdonare coloro che lo crocifiggono. Tuttavia egli si affida al Padre, pronunciando il suo “amen” nel dolore.

In Cristo Gesù si perpetua il “nostro” dolore permesso da Dio, quale Padre che prova i suoi figli attraverso le ferite. Per questo, il Venerdì Santo noi cristiani facciamo memoria del dolore del Cristo, dell’umanità e nostro.



[1] GIOVANNI PAOLO II, Salvifici doloris. Il significato del dolore umano, dell’11 febbraio 1984 , in AAS 76 (1984), pp. 201-250, nn. 13-14.16.