Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


31 Marzo-Aprile 2011      “Li trovň addormentati”(Mt 26,43)
 

1. Nel giardino del Getsèmani all’angelo delle tenebre è stato dato il potere di oscurare la mente, appesantire l’anima, chiudere il cuore e gli occhi dei discepoli. Dopo tre anni di frequenza del Maestro, essi sono appena all’inizio della vita di fede, quando l’anima non è ancora giunta alla vera preghiera. Nell’ora di Gesù l’orazione non è quella del tempio, della liturgia, dell’assemblea celebrante; non è quella che si svolge nel tempo e nello spazio; ma è adorazione “in spirito e verità”; quella che non soccombe all’illusione e alla vanagloria di essere vista e ammirata dagli altri; quella in grado di attraversare e sostenere la prova “qui e ora” in un luogo solitario, notturno, senza alcuna presenza né sostegno da parte di amici e discepoli.

Il Maestro aveva detto loro: “Fermatevi qui, mentre io vado là a pregare”. Al primo e al secondo ritorno “li trovò addormentati”. Disse loro: “Non siete stati capaci di vegliare”. Non era un rimprovero il suo, poiché “lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (cfr. Mt 26,36-44). Eppure erano i tre discepoli prediletti.

Nella preghiera al Getsèmani Gesù Cristo è soltanto col Padre, poiché è il Figlio, sebbene sudi sangue nell’affrontare la morte. Ora non si tratta di tumulto interiore, di rumori e fracasso, di voci e insulti dovuti al tentatore, come si sarebbe descritto nei Detti dei Padri. Cristo non scende all’inferno adesso, ma soltanto dopo la crocifissione e la morte. Sebbene egli speri contro ogni speranza, nell’orto dell’angoscia Gesù avverte la presenza dell’Angelo, ovvero del Consolatore, quindi si abbandona con piena fiducia nel Padre. Egli griderà più avanti: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). Sulla croce sperimenterà l’amarezza, per esercitarsi nel patire; nella risurrezione gusterà la soavità, per essere confermato nel Padre.

 

2. La preghiera, dentro o fuori del tempio ma sempre nel mondo, ordinariamente non è gradevole ai sensi. “Qualche volta la nostra anima orante annega, è inghiottita dalle onde – avverte Isacco di Ninive – […]. Ma quelli che sono stati provati dal turbamento di una simile ora sanno che a essa segue, alla fine, un cambiamento […]. Dio permette all’anima di uscirne molto presto […]. C’è un tempo per la prova e c’è un tempo per la consolazione” (Discorsi ascetici, 57).

Questa è una vera e propria “desolazione educativa” permessa da Dio. “La grazia nasconde allo spirito la sua presenza per farlo progredire – scrive Diadoco di Fotica – […]. È come una madre che, vedendo il suo bambino recalcitrare di fronte alla regola stabilita per il suo allattamento, lo respinge per un po’ dalle sue braccia e gli fa paura prospettandogli le cose che lo circondano come uomini repellenti o bestie feroci, affinché torni a rannicchiarsi sul seno materno” (SC 5ter, pp. 146s). Ecco: Dio in parte soddisfa la sete e in parte la provoca, in maniera tale che l’anima non smetta di rinnovare il suo anelito e di dilatarsi nelle inesauribili ricchezze divine.

Nella prova del Getsèmani questa pedagogia, ben conosciuta dal Figlio, non poteva essere capita e sostenuta dai discepoli, che pertanto si addormentano.

 

3. Senza mezzi termini, anche oggi l’angoscia e la disperazione si espandono nei giardini del Getsèmani diffusi nelle varie parti del mondo. Diversa l’atmosfera, indubbiamente; tuttavia permane la presenza del tentatore e di quanti sono provati. Avverte infatti sant’Agostino; “Quel che molti anni fa in un solo luogo venne perpetrato dall’empietà […] ora con lo sguardo di fede è visto in tutto il mondo come se fosse compiuto oggi” (Sermone 218B). Era saggio sant’Antonio il Grande nel prevedere un mondo di folli che si sarebbero ritenuti “normali”: “Viene un tempo – egli avverte – in cui gli uomini diventeranno pazzi e, quando incontreranno qualcuno che non è pazzo, si rivolgeranno a lui dicendo: ‘Tu sei pazzo’. E questo perché non somiglia loro” (PG 65,84C).

Quel che è peggio – nel prevalere dell’odierno sfascio di valori, di comportamenti sani e di gesti umanitari –, si diffonde sempre più l’idea diabolica che rivolgersi a Dio Padre e Figlio e Spirito Santo sia una follia. Sicché abbondano sempre più nelle vicende odierne i “disumani” risultati dell’avventura luciferina di “essere il padrone di se stesso e dipendere soltanto da se stesso” (sant’Agostino). Non si ricorre più al Padre, come ha fatto Gesù: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice” (cfr. Mt 26,39.42), “Ora la mia anima è turbata, e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono venuto a quest’ora” (Gv 12,27).

Come si fa dunque a fermare, ri-umanizzare, correggere quanti giocano al massacro del bene, della legalità, della libertà, del buon senso, della normalità? Occorre essere “iniziati” alla prova e alla lotta.

Indubbiamente il cuore impreparato, e quindi “pusillanime”, come quello dei discepoli al Getsémani, tende a “ripiegare”, chiudersi e corazzarsi nel recinto della paura, in autodifesa, se non altro per continuare a palpitare seppure nel sonno dell’omertà. Si fa sempre più frequente ricorso infatti all’espediente insensato, e dunque estremo, di eludere la realtà, le provocazioni, i guasti chiudendo gli occhi e nascondendo la testa nella sabbia. Molti teleutenti, per esempio, a certe notizie di cronaca nera si limitano a cambiare canale, giusto per “non pensarci”. Intanto avanzano i mostri del male e busseranno presto fino a demolire il bunker dove alcuni si illudono di trovare riparo per sempre.

L’essere umano non può permettersi il lusso di dormire, altrimenti finirà nell’auto-annientamento. Pertanto non può fare a meno di operare una grande conversione dell’intelligenza e del cuore.

A motivo dell’attuale “religiosità” dell’individuo razionalista e materialista, che tenta di “ridurre al nulla” l’Invisibile, è indispensabile “cercare il senso della vita”, poiché “l’uomo ha qualcosa di meglio da fare che rimpinzarsi e ammazzare il tempo […]. Allora ho cercato di conoscere meglio Dio – scrive sant’Ilario di Poitiers – […]. [Egli] non ha avuto bisogno d’altro che di affermare solennemente che è e che tutto il cielo è contenuto nel palmo di Dio, la terra tutta intera nel cavo della sua mano […]. Quelli che lo hanno accolto sono stati fatti figli di Dio […]. Questo dono di Dio è proposto a tutti […], è ricevuto dalla libertà che vi trova il suo compimento. Ora però questa possibilità, data a tutti, si è fatta debole, esitante: le nostre difficoltà infatti rendono dolorosa la speranza, il desiderio si esaspera e la fede s’indebolisce […], per questo, senza impoverirsi della sua divinità, si è fatto il Dio della nostra carne […]. Per mezzo della carne mi sono avvicinato a Dio, per mezzo della fede sono stato chiamato a una nuova nascita. Ho potuto ottenere la rigenerazione dall’alto. Così sono sicuro di non poter essere ridotto al nulla” (PL 10,25D-33B).

Non si può, dunque, ritornare allo stupore, all’ordine, alla bellezza del mondo, alle opere della creazione senza far riferimento all’Invisibile che ha creato il visibile, anche se ad esso ha unito il limite, la precarietà, l’insaziabilità che invoca quell’Uno, quella città i cui abitanti partecipano all’Uno stesso.

Senza quel riferimento “la stessa mente dell’uomo, per quanto sia dotata di ragione – insegna sant’Agostino – cambia, non possiede l’essere. Vuole e non vuole, sa e ignora, ricorda e dimentica” (PL 37,1623). Insomma, “la comunione con Dio è la vita e la separazione da Dio è la morte” (Ireneo, SC 153, pp. 342s).

Che tu lo sappia o no, se vuoi salvare e migliorare te stesso e il mondo non puoi che richiamarti all’Invisibile che “ti ha concesso di contemplare la bellezza del cielo […], l’armonia e il ritmo che emanano dal mondo come da una cetra […], i costumi civili, l’amicizia per il tuo simile” (Gregorio Nazianzeno, PG 35,888A-B). Dovrai perciò rinsavire puntando nell’abisso della divina sapienza: “La conoscenza di te, Signore, è stata per me meravigliosa” (Sal 138,6).