Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


34 Gennaio - Febbraio 2019      Percorso biblico
 
a cura della Redazione

Stilla come rugiada la mia parola

1. Continua la riflessione su i rispettivi libri del Deuteronomio e dei Numeri. Il seguente cantico, estratto da Dt 32,1-12, fu pronunciato da Mosè prima di morire e si apre con parole di lode al nome e alla gloria di Dio. Egli è sicurezza, sostegno, ma soprattutto padre premuroso che accompagna il suo popolo come parte di se stesso e con la tenerezza di una madre che «spiega le ali, lo prende e lo porta sulle penne».

32,1Ascolta, o cielo: io parlerò;
senta la terra le parole della mia bocca!
2Scende come la pioggia il mio insegnamento,
stilla come rugiada la mia parola,
come un acquazzone sull’erbetta,
come un rovescio sull’erba.
3Perché proclamo il nome del Signore:
magnificate il nostro Dio!
4La Roccia: perfetta è la sua opera,
tutte le sue vie sono giustizia.
5Dio di fedeltà, senza ingiustizia,
Egli è giusto e retto.
6Non è lui tuo padre, che ti ha creato?
lui che ti ha fatto e sostenuto?
7Ricorda i giorni lontani,
considerate gli anni di età in età;
interroga tuo padre e te l’annuncerà,
i tuoi anziani e te lo diranno.
8Quando l’Altissimo distribuiva alle nazioni la loro eredità,
quando divideva i figli dell’uomo,
fissò i confini dei popoli
secondo il numero dei figli d’Israele.
9Perché parte del Signore è il suo popolo,
Giacobbe è porzione della sua eredità.
10Lo trovanella terra del deserto,
nel disordine urlante delle solitudini;
lo circonda, lo alleva,
lo custodisce come la pupilla dei suoi occhi.
11Come un’aquila incita la sua nidiata
e aleggia sopra i suoi piccoli,egli spiega le ali, lo prende
e lo porta sulle sue penne.
12Il Signore è solo a condurlo,
non c’è con lui dio straniero.

Questa preghiera si apre con parole di lode al nome e alla gloria di Dio. Nonostante la frequente infedeltà e ingratitudine del popolo, da sempre amato e protetto dal Signore, egli continua a vegliare su di esso con premura materna: il «solo a condurlo, non c’è con lui dio straniero». Nella sua infedeltà, Israele aveva ripiegato su idoli, che però hanno occhi e non vedono, hanno orecchie e non sentono, hanno mani e non palpano. Non sono dunque queste «opere dell’uomo» ad accompagnarlo ora nella solitudine del deserto, ma un Altro: è Dio.
L’azione divina porta effetti salvifici in profondità, nello stesso spirito delle persone, fino a trasformarle in «porzione del Signore» e a custodirle «come pupilla dei suoi occhi», in modo da non divenire «popolo stolto e insipiente». Dio non solo ama «come aquila che veglia sulla sua nidiata», ma si è rivelato in Gesù di Nazareth, il quale con le lacrime agli occhi ha tentato di raccogliere attorno a sé gli abitanti di Gerusalemme e, con essi, ciascuno di noi, come fa una chioccia con i suoi pulcini (cfr. Mt 23,37). L’amore di Dio per l’umanità, quale appare nel Salvatore, è un amore anche materno. Gesù, però, essendo un uomo, non può in quanto tale manifestare la generosità, la dolcezza, la tenerezza, l’ineffabilità che è proprio d’una madre. Per questo, fu scelta la vergine Maria a incarnare la maternità di Dio Padre.
Egli continua ancora ad essere premuroso con l’umanità e, in particolare, per chi è disponibile a farsi aiutare da lui. L’autore dell’Imitazione di Cristo ribadirà «Dio protegge e libera l’umile, lo ama e lo consola; egli si china verso l’umile, gli elargisce grazia abbondante e dopo l’umiliazione lo innalza alla Gloria»3. Noi siamo in grado, anche da soli, di circondarci di gente, di fans, di idoli. Come mai allora ci ritroviamo sovente sperduti nel deserto delle nostre “solitudini”? Perché gli “idoli” che ci circondano, non spezzano il cerchio della solitudine. Talvolta neppure la presenza di Dio riduce il senso di solitudine. Allora c’è bisogno di “ripiegare” sulla presenza del “Padre”. Non è semplice identificare Dio come padre, specialmente se abbiamo vissuto un’esperienza negativa della figura paterna. Inoltre non è agevole definire Dio “Padre premuroso” quando egli permette poi il dolore innocente, la violenza dei cattivi, la sopraffazione dei deboli. Eppure è Dio stesso a rivelarsi come padre, anzi, come tenera madre, «come aquila che veglia sulla sua nidiata». Insistiamo, e ci troveremo anche noi sotto le sue ali. Non ci riusciremo?
Ebbene, convinciamoci che Dio continua ad aprirle.
Siamo Chiesa, ne facciamo parte per grazia. Essa è una madre che genera al bene, ci accoglie, ci raduna in preghiera per la lode a Dio uni-trinitario. È nella Chiesa e in ognuno di noi che continuano a manifestarsi l’amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunione dello Spirito Santo.

2. Mosè, alla guida del popolo di Dio, sta per entrare nella terra promessa, nella regione dell’attuale Palestina. Ma proprio lui, l’uomo con il quale il Signore dialoga a tu per tu, il condottiero, l’inviato, l’infaticabile e fedele camminatore del deserto, non entrerà in questa terra (cfr. Nm 27,12-23), perché è alla fine della sua vita (cfr. Dt 34,1-12). Però non si ribella: è talmente robusto nella fiducia in Dio che accoglie il volere divino e vi si adegua.

27,12Il Signore disse a Mosè: «Sali su questo monte degli Abarim per vedere la terra che ho dato ai figli d’Israele. 13La vedrai e poi ti riunirai al tuo popolo anche tu, come si è riunito Aronne, tuo fratello […]».15Mosè disse al Signore:16«Il Signore, Dio degli spiriti di ogni carne, ponga a capo di questa comunità un uomo, 17 che esca davanti a loro ed entri davanti a loro, li faccia uscire e li faccia entrare, in modo che la comunità del Signore non sia come un gregge che non ha pastore». 18Il Signore disse a Mosè: «Prendi Giosuè, figlio di Nun, uomo che ha lo spirito, e imponi la tua mano su di lui» […]. 22Mosè fece come il Signore gli aveva ordinato […] 23e gli diede ordini, come il Signore aveva comandato.

34,1Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico, e il Signore gli fece vedere tutta la terra: Galaad fino a Dan, 2tutto Neftali, la terra di Efraim e di Manasse, tutta la terra di Giuda fino al Mare Mediterraneo, 3il Negheb, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Zoar. 4Il Signore gli disse: «Questa è la terra che ho promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe dicendo: «Alla tua posterità la donerò». Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai».5 Mosè, servo del Signore, morì ivi, nella terra di Moab, secondo la parola del Signore. 7Mosè aveva centovent’anni quando morì: il suo occhio non si era indebolito e il suo vigore non si era spento. 10Non sorse più profeta in Israele come Mosè, che il Signore conosceva faccia a faccia.
Mosè «aveva centoventi anni quando morì: il suo occhio non si era indebolito e il suo vigore non si era spento». Egli verrà sostituito alla guida degli ebrei da Giosuè, «pieno dello spirito di sapienza» e, per questo, figura che anticipa quella di Gesù, il definitivo Pastore che guiderà il popolo di Dio nella dimora dove «non ci sarà più la morte né lutto né lamento né affanno» (Ap 21,4).

Una condizione esistenziale costante nella storia dell’antico popolo di Dio è quella della provvisorietà e della precarietà, legata alla mobilità del nomadismo, cioè alla condizione dell’accampato nella tenda. Il percorso degli israeliti è stato lento, per quarant’anni nel deserto. Venendo a mancare loro il cibo e la protezione, essi hanno sospettato talvolta dell’assenza di Dio e hanno chiesto miracoli. E Dio è intervenuto secondo una pedagogia amorevole e sapiente, su loro misura. In situazione diametralmente opposta ai nomadi ebrei, c’è dunque Dio, la “Roccia” quale stabile sostegno, ma anche vicino come compagno nello stesso cammino. Egli è il pastore d’Israele, che precede e conduce.
Nella storia di Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe l’esperienza religiosa si è dunque ristretta a vicende personali e, per lo più, a un clan esposto alla precarietà. Nell’Esodo invece il cammino da individuale e di gruppo (clan) si estende a un intero popolo, che chiede stabilità, istituzioni, strutture, organizzazione in ambito civile, economico, religioso. La pedagogia di Dio passa ancora attraverso individui (Mosè, Aronne, Giosuè), non a vantaggio di una semplice appartenenza (clan) e per il possesso di una terra, ma di un popolo ormai formato e numeroso, che riceve il Decalogo [la Legge], un santuario, le norme e delle strutture sociali.
Ambito privilegiato in cui Dio lo educa è il deserto, ma a lungo andare saranno la città, il tempio, dove si è diretti dal rotolo della Legge e dai sacerdoti, che occuperanno ad oltranza lo spazio tra Dio e la singola persona. Si è alla religione nazionale, col rischio di scoraggiare il dialogo a tu per tu, bocca a bocca con Dio, quando si condivideva il bacio divino a chi non lo avesse ancora ricevuto. Col tempo si condivideranno sempre più in un collettivo la Legge, i precetti, le tradizioni, e sempre meno l’anima dei Comandamenti.