Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


5 gennaio - febbraio 2006, pp. 20-24      Nel mondo e nella chiesa comunicatori come il divino maestro
 

Il gabrielino, proprio perché persona, cristiano, consacrato, vive abitualmente felice di appartenersi, in quella serenità interiore che gli fa assaporare il dono così prezioso di essere una creatura pensata, creata, amata, benedetta e accompagnata da Dio Padre e Figlio e Spirito Santo. Tale intesa è la prima liturgia che egli celebra ogni giorno, nella quale prima di comunicare con Dio e con gli altri si pone in relazione con se stesso.

Identificandosi e accogliendosi così, egli è equipaggiato per cominciare un anno nuovo, situarsi ancor meglio tra gli altri, compiere i doveri usuali, continuare il proprio lavoro, portare avanti i rapporti sociali.

Confusione e turbamento potrebbero riprodursi nella sua mente soprattutto quando, immaginando e augurandosi un mondo migliore, il gabrielino si ritrova nella solita umanità! Se il suo cuore sensibile gli ha proposto gli uomini com'egli vorrebbe che fossero, quale delusione quando se li vede davanti meschini come sempre!

Normalmente ci rivolgiamo al di fuori di noi, ai familiari, agli amici e ad altri, e su queste persone fondiamo una certa sicurezza e serenità; perciò ci vediamo perduti quando ci accorgiamo di esserci ingannati al loro riguardo.

Quando il gabrielino va in città, in ufficio e incontra gli altri, egli vi porta uno spirito raccolto, un cuore sereno e ottimista, ma anche pratico e realista. Vede molta gente, interessante, cortese, ma nota pure l’interessamento, la dissimulazione, troppe maschere e neppure un cuore! Pertanto, una parte rilevante che si dovrebbe recitare in società è quella di semplice osservatore, ma non sempre è possibile.

Si finisce in certe conversazioni e la malignità sulle persone si sviluppa con delizia su una strada che non finisce mai. Si è costretti a rispondere come se quei sentimenti fossero autentici, a travestirci anche noi e a metterci una maschera come fanno tutti, altrimenti saremmo ritenuti ridicoli se ci presentassimo a viso scoperto. Bisogna pure, se non si vuole passare per stupidi, mettervi la propria parola, cioè essere altrettanto maligni, approvare che si faccia a pezzi un pover’uomo o una povera donna.

È un vero supplizio dover mentire a se stessi, allorché si hanno nel cuore sentimenti buoni e onesti, senza passare per sciocchi. Si rischia di ritornare a casa tristi e inquieti.

Tuttavia la nostra serenità o inquietudine non può assolutamente dipendere dall’opinione altrui, anche se talvolta viviamo di impressioni, siamo passivi e trascinati in direzioni contrarie a quelle volute, col rischio che la nostra ragione si annulli. Il gabrielino, invece, vive le sue relazioni sociali quale persona adulta e autonoma e se ne ritorna a casa senza turbamento, agitazione, inquietudine.

Confrontandoci con la realtà, le persone e gli eventi, noi sviluppiamo un costruttivo senso critico, per crescere, renderci autonomi nel pensare e nell’agire. Il rodaggio sociale ci lega in cordata nell’impresa della vita. La solidarietà, l’amicizia, la relazione facilmente sfociano nell’amore e, quando si è giunti a questo punto, vengono dimezzate le ansie, i pericoli, le soggezioni, le sofferenze e raddoppiate la verità che rende liberi, l’energia vitale, la gioia, i doni, la forza.

Nella società possiamo essere provocati in modo da venirne attratti. Quando questa attrazione diventa accoglienza e condivisione di valori, allora questa società la scegliamo entrando a farne parte.

Tuttavia, una volta stabilita la relazione, è necessario rimanerne coinvolti e distaccati, cioè autonomi. “Socievolezza ‑ scrive l’Alberione ‑  ma non gregarismo, così da prendere tutto dall’ambiente e dai compagni, lasciandosi guidare ciecamente, sino alla perdita della personalità. Accompagnarsi e, insieme, segregarsi; non lasciarsi assorbire dalla vita collettiva [...], sino ad una specie di stupidità, passività, schiavitù, mancanza di riflessione e di idee proprie”[1].

La dipendenza fa intendere che tu alla relazione ci sei giunto perché spinto dalla paura della solitudine, dalla tua ricerca di sicurezza, per essere accolto in un giro di rapporti a ogni costo. E per tale ragione, ti costringeresti a essere anche falso e a recitare una parte che non è tua fino a bere ogni cosa.

Sappi che “il vero uomo maggiorenne è colui che non si affida all’opinione comune [...] come a una norma infallibile di verità, ma su tutto si interroga, ogni parola ascolta, nella ricerca attenta e appassionata d’ogni briciola di verità”[2].

Vivendo la tua relazione, punta dunque sulla tua autonomia anche quando gli altri ti approvano o ti rifiutano.

Nella relazione viene celebrata quotidianamente la liturgia della riconoscenza per i molteplici scambi vicendevoli. Non potrai mai fare a meno di constatare che “alcune ricchezze sembrarono arrivare come un risultato naturale degli avvenimenti; altre più dalle lezioni delle persone”[3].

Occorre dunque educarsi alla vita sociale formandosi “un carattere mite” e “ottimista”, “una mente larga, premurosa, comprensiva, inclinata ad interpretare favorevolmente”, disponibile “a perdonare i torti e i mali e ricordare i benefici ricevuti, senza rinfacciare le colpe e umiliare l’inferiore”[4].

È dunque necessaria una peculiare formazione alla comunicazione, che allo stato maturo diventa comunione interpersonale. A tale scopo è inderogabile farci guidare a capire come comunicare con Dio e con gli uomini, nello stile di vita paolina, del Fondatore, del Maestro divino. “Il Verbo incarnato ci ha lasciato l’esempio di come comunicare con il Padre e con gli uomini, sia vivendo momenti di silenzio e di raccoglimento, sia predicando in ogni luogo e con i vari linguaggi possibili”[5]. Noi sappiamo “di poter contare sull’aiuto dello Spirito Santo” e di Gesù Cristo, “il quale si è presentato a noi come ‘comunicatore del Padre’ (cfr. Eb 1,2) […] e, nel comunicarsi, manifesta sempre rispetto per coloro che ascoltano, insegna la comprensione della loro situazione e dei loro bisogni, spinge alla compassione per la loro sofferenza e alla risoluta determinazione nel dire quello che hanno bisogno di sentire, senza imposizioni o compromessi, inganno o manipolazione”[6].

Nella relazione con Dio, “il Paolino non è solo un contemplativo – avverte don Silvio Sassi, Superiore Generale della Società San Paolo – come del resto non è solo un professionista della comunicazione, né, tanto meno è uno schizofrenico ad orario fisso; il Paolino è persona di fede che assume la comunicazione come forma espressiva della sua testimonianza. Se manca uno di questi due elementi, non c’è il Paolino, come non si dà acqua senza la composizione di idrogeno e ossigeno”.

Per quanto poi concerne la relazione con gli altri, grande importanza ha il linguaggio utilizzato e l’“ascolto previo” delle persone con le quali si dialoga. “‘La ‘fedeltà creativa’ che dobbiamo applicare nei confronti del carisma paolino – continua don Sassi – si esprime anche nella preoccupazione di renderlo affascinante per i giovani di oggi”[7].



[1] G. ALBERIONE, Ut perfectuS I, p. 288.

[2] Conferenza Episcopale Italiana, Non di solo pane: il catechismo dei giovani, Edizione C.E.I., Roma 1979, p. 16.

[3] G. ALBERIONE, Abundantes…,  n. 27.

[4] IDEM, in Carissimi in san Paolo, Lettere, articoli, opuscoli, scritti inediti di Don Giacomo Alberione dal 1933 al 1969, a cura di Rosario Esposito ssp, Edizioni Paoline, Roma 1971, p. 1064.

[5] GIOVANNI PAOLO II, lettera Apostolica In rapido sviluppo, cfr. nn. 4-5.

[6] Ivi, n. 13.

[7] Dall’Omelia tenuta il 26 novembre 2005 nella commemorazione del Beato Don Giacomo Alberione.