Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


7 novembre – dicembre 2009, pp. 12-18      “Cristificazione”, ma in che senso?
 

«Il carattere del vero cristiano è rappresentato

da tutte quelle qualità che abbiamo immaginato presenti in Cristo.

Di esse noi imitiamo quelle che riusciamo a realizzare in noi stessi

e veneriamo e adoriamo quelle che la nostra natura non riesce a imitare […]:

devono rifulgere nella vita del cristiano

o grazie all’imitazione o grazie all’adorazione»[1].

 

 

1. Premessa psicopedagogica. Sappiamo che l’identità e il temperamento soggettivi non sono modificabili; gli stessi presupposti educativi, religiosi, culturali, esistenziali nella formazione della personalità di un individuo possono radicarsi talmente in lui da diventare indelebili. Pur volendolo, non sarà possibile che se ne possa cancellare la memoria, specialmente allo stato adulto, nel confronto d’un’altra personalità o d’un particolare modello di riferimento. Questo perché il principio pedagogico dell’individuazione non s’accorda sempre all’azione educativa che ricorra a modelli alternativi nella formazione del soggetto educando. Se la si autorizzasse sempre, si rischierebbe di manipolare, ridurre, plagiare, non rispettare, comunque, l’unicità e l’originalità del soggetto, proprio perché un individuo non può trasformarsi in un altro.

Il tentativo d’imitare l’altro dovrebbe semmai condurre a se stessi e mettere in gioco la propria identità e futuro in una permanente rinascita. La resistenza alla suggestione di “alterarsi” in un possibile nuovo venuto, fosse pure il Cristo, presuppone una forte personalità, tutta la ricchezza, il vigore, il rigoglio di esperienze di uno che sappia discernere se rifiutare o accogliere e integrare l’altro nella propria unità personale.

Al contrario, in milioni di personalità fragili l’imitazione finisce in estenuante e sterile automatismo, abitudine, conformismo a formule e a mode, più che nella sequela di una persona in corpo e anima. Restano sospese, per esempio, ai discorsi d’un capo di Stato, imbevute dei suoi argomenti, trascinate dalle sue promesse. Si propaga così la stupidità, si addormentano le anime, senza mai giungere alla comunità di spiriti autonomi e responsabili. Ciò avviene perché la sensibilità suggestionabile che è prodotta negli atelier della moda, per mezzo della televisione, della radio, del cinema della stampa, come pure in certe adunanze religiose, si smercia ovunque come possibilità di giungere all’unisono col modello proposto: risultato che si ottiene purtroppo nel manipolare, massificare, spersonalizzare, omogeneizzare soggetti poco consistenti interiormente.

Pur considerando per scontata la possibilità d’evoluzione, di sviluppo e d’educabilità di soggetti già adulti e quindi poco modificabili, quali sono i Gabrielini, non è invece scontata né auspicabile né proponibile e neppure attuabile, per quanto è detto fin qui, l’eventuale proposta di modelli da far loro imitare, con l’idea di poterne adattare la personalità a un’altra, fosse pure quella del divino Maestro. Diventare un altro è, per gli spiriti saldi, un’utopia cosmica; invece possono riuscirci, purtroppo, i molluschi invertebrati, quanti vivono in superficie, fuori della dimora interiore, disposti a farsi alienare come farfalle in volo.

 

2. È attuabile l’“alter Christus”? Sappiamo che Gesù è singolare e attraente, magnanimo e umile, forte e mite, nel seno del Padre e vicino all'essere umano, intelligente e sensibile, elevato e semplice, contemplativo e attivo, indignato verso i “primi” e premuroso verso gli “ultimi”, realistico e fiducioso, aperto e forte nella solitudine, singolare e incomparabile nel dono di sé, severo e mansueto, coerente e fattivo, contestatore e obbediente. Da sempre egli ci affascina, illumina, assiste e sostiene. Una volta attratti, cerchiamo di conformarci a Cristo con la nostra sete di vita, di verità, di sicurezza e di felicità. Possiamo avvicinarci a Cristo Gesù nei sentimenti, nel comportamento, nelle parole, ma non ci è possibile identificarci nella sua essenza umana né – sarebbe una bestemmia – in quella divina.

Gesù Cristo infatti non è un modello, un ideale, con una legge più perfetta di quella mosaica, con il discorso della montagna che supera i dieci comandamenti. Come è possibile osservare una legge nuova se quella mosaica non si poteva eseguire? La gente pensa che Gesù Cristo sia morto, ci abbia dato l'esempio e dei sacramenti per insegnarci a vivere la nuova legge. Se poi chiedi alla gente: tu lo fai? Ti risponde: via, io non sono mica Gesù Cristo, non sono un santo.

È più semplice e naturale che io continui a permettergli d’incarnarsi nella mia vita, azione, gesti e parole come Bambino-prossimo, Maestro-prossimo, Pastore-prossimo, Crocifisso-prossimo e così via, dal momento che, in verità, non posso diventare del tutto “alter Christus” né mi viene richiesto di farlo qui nel mondo.

 

3. “Cristificati” secondo san Paolo. Come intendere la cristificazione ovvero l’alter Christus nell’esperienza e negli scritti del nostro padre san Paolo, che il Fondatore propone a ogni paolino, paolina e dunque a ogni gabrielino?

Nella vicenda dell’Apostolo non vi è prima un movimento di Saulo verso il Cristo, ma invece l’irruzione del Risorto e del Perseguitato (come Chiesa) verso il persecutore, il violento, l’aborto, che è Saulo. Dopo la conversione, Paolo è illuminato gradualmente dallo Spirito, che lo libera dal fanatismo religioso, senza annullarne però la personalità, il temperamento. Egli si ritiene infatti l’ultimo degli Apostoli anche perché permane in lui l’antica indole di Saulo. Anzi, faticherà a riconciliarsi con la propria identità d’ordine naturale e con la storia personale, conficcategli come spine nel fianco. Chiede di esserne liberato, ma non l’ottiene perché egli non monti in superbia. Nella relazione con questo figlio amato Dio Padre non lo solleverà mai dal limite di essere stato e di essere ancora Saulo. In altri termini, Paolo riuscirà a cantare come l’usignolo, ma resta sempre uccello, pur mostrando a tutti i pennuti che cosa sia veramente cantare.

Più che essere trasformato nel Maestro, il dottore delle genti sente di esserne invaso. Allora non può che riconoscere: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). Qui Paolo vuol far intendere di non essere lui il Cristo, ma che il Signore ha spiazzato in lui la legge che lo aveva reso cadavere e al posto di essa s’è attestato lui medesimo, il Risorto. Ora, se Paolo vive, è perché dentro di lui si è intronizzato il Vivente.

Don Alberione troverà nell’Apostolo “il Discepolo che conosce il Maestro Divino nella sua pienezza; egli lo vive tutto; ne scandaglia i profondi misteri della dottrina, del cuore, della santità, della umanità e divinità […]; ci presenta il Cristo totale come già si era definito, Via e Verità e Vita (cfr. Gv 14,6)” (AD 159s).

Paolo tuttavia non è trasformato in Cristo; non ne assume la personalità sostituendosi a lui. Di certo non è divenuto Dio come lui! Colui che lo ha creato con sapienza e amore non vuole questo. Nel migliore dei risultati ottenuti si è avvicinato semmai all’umanità di Gesù, e a quella più dolorante. Può dirsi perciò alter Christus anzitutto nel senso che è stato perseguitato come lui: “Sono stato crocifisso con Cristo” (Gal 2,19), egli ammetterà prima di affermare: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

 

4. Dalla nullità al “Divino-Io”. Il nostro fondatore, riferendosi all’esperienza d’intima unione col Maestro, accentua anzitutto la propria nullità personale sia fisica che spirituale, per cui non può che affidarsi a lui, il divino Samaritano che soccorre e guarisce (cfr. Lc 10,30-37). Perciò ha la coscienza che “vi è tutto da ricostruire”, riconoscendo che “non vi è da forzare la mano di Dio; basta vigilare, lasciarsi guidare”.

Si affida perciò a Cristo, alla cui luce egli non s’annienta né viene ridotto ma sa leggersi in tutta la propria sacralità di figlio amato. Progressivamente sente, anzi, di essere “un altro”, totalmente preso dal Risorto, col quale avverte di avere celebrato realmente la Pasqua. Sicché percepisce, grazie alla Vita offertagli da Cristo, che “all’umano-io si va sostituendo il Divino-Io […], con un’indipendenza e libertà di spirito riguardo a questo mondo-creato” (CISP 1370). Egli, che prima s’era descritto un nulla, ammette: “Sono un miracolo di Dio! [...]. Io sono immedesimato a Cristo: i suoi interessi sono i miei; le sue intenzioni, le mie; io parlo le sue parole; la mia dottrina è la sua; la mia vita è quella di Cristo; io compio le opere di Cristo: o meglio, è Cristo che le compie in me […]. Sono stato conquistato da Gesù Cristo (cfr. Fil 3,12), collocato tra i principi del popolo cristiano; fatto ministro di Cristo e predicatore, sale, luce. Anch’io appartengo a questo sacerdozio: Voi siete il mio capo, la mia gloria, il mio gaudio. Quale grandezza! [...]. Io, sacerdote, collaboro con Lui, e da Lui sono adoperato come strumento”.

Per tutte queste ragioni, riconosce che nei suoi riguardi “Il Signore effuse con sapienza uguale all’amore”, senza sostituirlo, ovviamente. Anzi, Dio lo situa nel suo piano d’amore “come Paolo”, ma nel senso che è “senza averi, senza appoggi umani, senza vigoria fisica, senza alcunché da salvare di suo, neppur la vita”. Don Alberione dichiara di aver “compiuto qualche parte del divino volere […], piuttosto assecondato, quasi subito, che non provocato, la convergenza e la raccolta delle acque nelle valli”. Avverte che “il Signore ha voluto e ha fatto fare lui; così come l’artista prende qualsiasi pennello, da pochi soldi e cieco circa l’opera da eseguirsi”. È convinto che debba “scomparire dalla scena e dalla memoria” al pari del sacerdote che, “finita la messa, depone la pianeta e rimane quello che è dinnanzi a Dio”.

 

5. “Inabitati”. Inserito per grazia in Cristo, il Fondatore propone pure ai Gabrielini il “Segreto di grandezza e di ricchezza” che “è modellarsi su Dio […], inserirsi come olivi selvatici nella vitale oliva Cristo-Eucaristia; di pensare e nutrirsi di ogni frase del Vangelo, secondo lo spirito di san Paolo” (AD 95). “Vi è sempre Gesù Cristo, Divino Maestro – aggiunge – […]. Vi è Gesù Cristo integrale; per questa devozione l’uomo viene tutto preso, conquistato da Gesù Cristo” (AD 159s).

È estremamente gratificante essere invasi da Cristo, abitati da lui. Sappiamo, per fede, di essere abitati non solo da Cristo ma da tutta la Santissima Trinità. L’esperienza di Cristo ci addita dunque la Trinità, come condiscendenza dell'eterna sapienza e amore, non fuori, ma dentro la nostra persona, vita e storia, nel dialetto parlato, interiorizzato e vissuto del nostro vivere quotidiano: “nella croce e nella gloria”, ovvero nelle scottature e nel lenimento, sia quando viviamo sia quando moriamo.

Quando infatti sussurriamo o ci giungono alle orecchie le sante parole “Padre e Figlio e Spirito Santo”, siamo indotti spontaneamente a portare la mano destra in fronte, sul petto e sulle spalle tracciando un ampio segno di croce. Con questo gesto vogliamo dire che la Trinità ci inventa, ci crea, ci redime, ci riconcilia, ci “inabita” non solo in parte ma dalla testa ai piedi. Opportunamente, alle parole si accompagna il segno di croce, che ci vieta di smarrire la memoria storica e personalistica di noi stessi oltre che di Dio Padre e Figlio e Spirito santo, anzitutto come “Trinità in croce”, cioè partecipe del limite e del dolore umano.

Dio Unità e Trinità si fa dunque evento, storia, “personalizzandosi” in modo da non “spersonalizzarci” nella nostra umanità amata, redenta e benedetta. Sicché non siamo ridotti a eterni fuggiaschi da noi stessi, per trasformarci in altra identità, né più timidi né paurosi, ma liberati e forti, maturi nella fede come profezia in atto, icone della Trinità, rivestiti di Cristo, voci dello Spirito che abita nella Scrittura e dimora per sua scelta in ciascuno di noi, suo tempio: “come il conosciuto in chi lo conosce e come l’amato in chi lo ama” (Tommaso d'Aquino).



[1] In Gregorio di Nissa, Professione e perfezione del cristiano, Città Nuova, Roma1979, p. 82.