Dalla Circolare

La Circolare Io sono con voi (32 pagine) è sorta qualche anno dopo la fondazione dell'Istituto allo scopo di collegare, informare, e formare i Gabrielini.
Qui sono riportati alcuni articoli pubblicati nell'ultimo decennio.


8 maggio giugno 2009, pp. 17-24      Dalla mente al cuore
 

A Damasco andiamo un po’ tutti; chi ogni giorno, chi tre volte all’anno, chi una sola volta nella vita; forse per lavoro o semmai per incontrare l’amante o per un pellegrinaggio; per alcuni è vicina, per i più è lontana, per altri la distanza è di poche spanne: dal letto alla sedia a rotelle.

Ordinariamente non riusciamo a prevedere cosa possa capitarci nel viaggio, lungo o brevissimo, frequente o saltuario che sia, per raggiungerla.

I parassiti non viaggiano mai, anche se vogliono far credere il contrario: pietrificati, come sono, sulle poltrone del potere o resi impotenti dai fumi di alcol o immobili nelle bolge psichedeliche di droga o legati anima e corpo al gioco, ai videogiochi, alle fiction come gatti a far le fusa sul divano del salotto; avessero almeno la forza di mettere il naso fuori dell’uscio per una boccata di vita!

Saulo di Tarso si diresse a Damasco per lavorare attivamente contro il nome di Gesù e per dare la caccia ai cristiani. Riteneva suo dovere, in ottemperanza alla legge mosaica vissuta da lui nella setta più rigida della religione ebraica, fremere minaccia e strage contro i discepoli del Signore, arrestarli, rinchiuderli in prigione, costringerli a bestemmiare, e votare contro di loro perché fossero condannati a morte (cfr. At 9,1s; 22,3-5; 26,4-11). Neppure questo rigido osservante riuscì a prevedere tuttavia quello che potesse succedergli sulla strada verso Damasco.

Non è che quando ci si mette in viaggio a tutti capiti la stessa cosa: tanti affogano per un’imprevista e inevitabile alluvione in pieno deserto (cfr. Gen 7,19-24); alcuni si smarriscono per le confuse scritte sui cartelli stradali (cfr. Gen 11,7); un povero uomo deve accompagnare il figlio al luogo del sospettato supplizio (cfr. Gen 22,1-19); c’è pure chi carica sulla vettura la donna sbagliata (cfr. Gen 6,1-6, 2Sam 11,1-4); chi si busca un solenne mazziatone (cfr. Gen 32,23-33); un altro viene assalito dai briganti (cfr. Lc 10,29-35); Simone di Cirene è costretto a portare la croce (cfr. Mt 27,32); a pochi soltanto, se ben ricordo, è andata bene (cfr. 1Re19,1-18; Lc 15,11-32; 19,1-10; 24,13-35).

Anche Saulo se la cavò benissimo, per così dire! “Verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce dal cielo rifulse accanto a me – egli racconta –; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Risposi: Chi sei, o Signore? Mi disse: Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti” (At 22,6-8). Il resto del racconto lo conosciamo.

Dunque, un terremoto anche su di lui, sebbene fosse un sisma interiore. Gli si oscurò la vista per il fulgore della luce che promanava da Cristo e ovunque intorno si sparsero le lettere credenziali affidate al persecutore; la spada gli scivolò dalla cintura e mancò poco che dal collo gli staccasse la testa, tutta cervello e occhi per ragionare e vedere prima di credere; gli finirono addosso le macerie della scuola di Gamaliele, le pietre della legge, la tegola delle norme; lo scheletro dell’uomo vecchio rovinò sul rabbino; la polvere gli seccò la bava sulle labbra, dalle quali la parola di Dio detta con rabbia si apprestava a scendergli dolcemente nel cuore. Era finito in frantumi il vaso di collera e veniva modellato da Cristo e dalla Chiesa perseguitati il vaso di misericordia, di elezione e della retta conoscenza.

Il provvidenziale schianto seppellì definitivamente in Saulo la presunzione di possedere la verità su Dio e d’imporla a colpi di spada. Povero Dio e, soprattutto, povero Saulo, che cadde però in piedi! Dopo il tonfo, colui ch’era montato in superbia non riusciva neppure a compiere un passo, perciò venne guidato per mano e condotto a Damasco come da una madre che porta in grembo il figlio che sta per nascere.

La vasca battesimale lo purificò dal sangue sparso in nome del Dio dei padri e, quale ramo fecondo, venne innestato sull’antico oleastro. Cominciava così ad avanzare la nuova creatura, che intraprese il breve-lunghissimo tratto da Saulo a Paolo, dalla mente all’anima, dalla legge di Dio al cuore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Nel sisma interiore, che scemava ormai in colpi di assestamento, lo strumento eletto, una volta accanito sostenitore della tradizione dei padri, si accinse a lasciarsi affinare dalla paternità e maternità divina. Nell’esperienza di Dio, il sisma è, per certi versi, continuo. Sedatosi infatti un terremoto, prima o poi se ne sarebbe scatenato un altro. Occorreva dunque prevenirlo. Paolo si recò quindi nel deserto arabo per una perfetta conoscenza del Risorto e del suo messaggio.

In passato Saulo e Dio avevano un’ala rimasta impigliata nella fenditura della roccia; la Parola rivelata veniva letta e comunicata con inquinati alfabeti, privata della divina tenerezza, senza fuoco né luce. Ora nessuna delle leggi più sazia Paolo: la fame lo spinge a riedificarsi in Cristo; la nudità a rivestirsi di lui. I suoi pensieri sono risorti e aleggiano sui rottami di una comprensione di Dio corta e crudele, poggiata sul rotolo e sulla lettera del comandamento. La coscienza del limite e il nulla di certe imposizioni la ripuliscono dai non sensi, la riordinano in chiarezza che si contempla e in amore che si dona.

Svuotandosi di Saulo, solo come la luna a illuminare macerie nella notte, egli si lascia colmare di Paolo, creatura nuova appena nata, che veglia, prega, progetta. Egli è “riletto” e ricomposto in Cristo, il quale a sua volta gli “ridisegna” il volto del Padre. Ora attende, nel venticello di un triennio orante, la beata gratuità che lo trasformi da pane in corpo e da vino in sangue.

Non tutti sanno cosa sia la notte dello spirito, nella quale scompare Colui che devi amare, perché egli venga amato, e si ripresenta e scopri con occhi nuovi l’Amante che ti ama e dà se stesso per te. Perché avvenga ciò, è necessario il riserbo, che non è il nascondersi ma il tacere, affinché ti venga rivelato l’umano amato, che sei tu, e il divino Amante, che tutti cerchiamo.

Anche oggi occhi, cuore e corpo, provati dal dolore, aprono finalmente un varco verso il Padre ad abitanti di una terra che non sa di ospitarlo perché continua a spaventarsi e a terrorizzare con sussulti e macabre danze. Quanta sapienza può essere dunque data dalla raccapricciante esperienza di un terremoto, sia esso dovuto alla deriva dei continenti, sia dovuto a una prova interiore!

Interpellato da Giobbe, il più terremotato personaggio della bibbia, sul senso delle disgrazie da lui subite, Dio lo interrogava a sua volta: “Cingiti i fianchi come un prode, io t’interrogherò e tu mi risponderai. Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra?” (Gb 38,3s). Il povero disastrato, reso saggio dal Creatore che lo ha riportato alla consapevolezza del proprio limite, non può che azzittirsi: “Mi metto la mano sulla bocca; che ti posso rispondere?”(Gb 40,4).

L’esistenza di san Paolo si contraddistingue quale permanente sisma di prove e di sofferenze: “nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte” (1Cor 11,23). Come reagisce l’Apostolo? “Mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce” (2Cor 12,10).

Noi siamo forse più “modesti” nell’affrontare, vivere e superare le avversità. Ci appelliamo tuttavia al nostro coraggio, all’aiuto dei vicini, e, chi ha fede, al buon Dio, che saggia il cuore e lo scruta di notte:


Custodiscimi, come pupilla degli occhi,

proteggimi all’ombra delle tue ali.

Salmo 17,8

 

Dio, hai scosso la terra, l’hai squarciata,

risana le sue fratture, perché crolla.

Hai inflitto al tuo popolo dure prove,

ci hai fatto bere vino da vertigini.

Hai dato un segnale ai tuoi fedeli

perché fuggissero lontano dagli archi.

Perché i tuoi amici siano liberati,

salvaci con la destra e a noi rispondi.

Salmo 60,4-7

 

Mi circondavano flutti di morte;

nel mio affanno invocai il Signore;

la terra tremò e si scosse;

vacillarono le fondamenta dei monti:

stese la mano dall’alto e mi prese,

mi portò al largo,

mi liberò perché mi vuol bene.

Salmo 18, 5.7s.17.20

 

Rialzaci, Signore, Dio degli eserciti,

fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.

Salmo 79,4

 

Anche il passero trova la casa,

la rondine il nido,

dove porre i suoi piccoli.

Salmo 84,4

 

Noi siamo stati liberati come un uccello

dal laccio dei cacciatori:

il laccio si è spezzato

e noi siamo scampati.

Il nostro aiuto è nel nome del Signore

che ha fatto cielo e terra.

Salmo 124,7

 

Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla.

Se dovessi camminare in una valle oscura,

non temerei alcun male, perché tu sei con me.

Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.

Salmo 23,1.4

 

Il Signore è mia luce e mia salvezza,

di chi avrò paura?

Il Signore è difesa della mia vita,

di chi avrò timore?

Egli mi offre un luogo di rifugio

nel giorno della sventura.

Mi nasconde nel segreto della sua dimora,

mi solleva sulla rupe.

Salmo 27, 1.5

 

Tu che abiti al riparo dell’Altissimo

e dimori all’ombra dell’Onnipotente,

di’ al Signore: “Mio rifugio e mia fortezza,

mio Dio in cui confido”.

Egli ti coprirà con le sue penne,

sotto le sue ali troverai rifugio.

La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;

non temerai i terrori della notte.

Poiché tuo rifugio è il Signore

e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora,

non ti potrà colpire la sventura,

nessun colpo cadrà sulla tua tenda.

Salmo 91, 1.4s9s

 

Se il Signore non costruisce la casa,

invano vi faticano i costruttori.

Se il Signore non custodisce la città,

invano veglia il custode.

Invano vi alzate di buon mattino,

tardi andate a riposare

e mangiate pane di sudore.

                               Salmo 127,1s

 

Voi vedete la miseria nella quale ci troviamo; la città è in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco. Venite ricostruiamo le mura della città […]. Quelli dissero: “Alziamoci e costruiamo!”. E misero mano vigorosamente alla buona impresa.

[…] Noi dunque andavamo ricostruendo le mura […]; il popolo aveva preso a cuore il lavoro.

[…] Le mura furono condotte a termine in cinquantadue giorni.

                               Neemia 2,17s; 3,38; 6,15