La Nostra Storia

 
Premessa

Fin dall’adolescenza Giacomo Alberione si distingue per la sua spiccata personalità e autonomia rispetto al suo ambiente. Egli va gradualmente formandosi una coscienza critica riguardo agli uomini e alla società, operandone una profonda lettura e analisi. Negli anni dello studentato (1897-1907) si mostra aperto agli eventi socio-religiosi del tempo. La sua attenzione si concentra nell’approfondire il profilo squisitamente “laico” dello stesso Cristo. Scriverà nel 1953 che in quegli anni di studio «meditò il gran mistero della vita laboriosa di Gesù di Nazareth. Un Dio che redime il mondo con le virtù domestiche e con un duro lavoro fino all’età di trent’anni». Illuminato sulle realtà terrene dalla speranza cristiana, l’Alberione coglie nella società del suo tempo molteplici aspetti costruttivi, affermando che anche in essa si rivela la presenza di Dio, «che ha cura delle cose grandi e piccole: dall’atomo, dal capello della testa, dal giglio del prato allo sviluppo del mondo fisico, intellettuale, morale». Egli è convinto che «dalla creazione alla consumazione la vita è allietata da una luce che procede» e che «il cristiano, tra gli uomini, è il più deciso esaltatore del progresso scientifico-tecnico».

Obiettivo
In una veglia eucaristica, all’inizio del secolo XX, «decisiva per la specifica missione e spirito particolare in cui sarebbe nata e vissuta la Famiglia Paolina», egli comincia a progettare il futuro delle sue fondazioni sotto la «particolare luce dell’Ostia». Fissa alcuni punti del progetto che si definirà sempre meglio: al primo posto «anime generose» che «avrebbero sentito quanto egli sentiva e […] associate in organizzazione». Per raggiungere lo scopo, fa riferimento ai compagni di studio: «egli con loro, loro con lui, tutti attingendo dal Tabernacolo», tenendo fermo su alcuni obiettivi: «l’Eucaristia, il vangelo, il Papa, il nuovo secolo, la necessità di una nuova schiera d’apostoli [...], la preghiera, il lavoro interiore, le aspirazioni ». «L’idea, prima molto confusa – riferirà –, si chiariva e col passar degli anni divenne anche concreta».

Impegnato in ambito sociale
Dal 1908 fino al 1914 il giovane sacerdote si attiva per tenere e far tenere agli studenti del seminario conferenze su temi sociali, partecipando lui medesimo a congressi regionali e nazionali in nome proprio e come rappresentante del clero; come pure organizzando «giornate sociali» in diocesi. Si propone di «tutelare i supremi beni delle anime e della patria»; mette in guardia sulle ideologie e le correnti sociali imbevute di liberalismo e dominate dalla massoneria. Scriverà che «azione e preghiera orientarono verso un lavoro sociale cristiano che tende a sanare governi, scuola, leggi, famiglia, le relazioni tra le classi ed internazionali».

Interesse per gli Istituti secolari
Nel ventennio 1950-1970 il Fondatore beato don Alberione, anche se ultrasettantenne, possiede ancora piena lucidità di pensiero e dinamismo nelle decisioni e nelle iniziative, attento com’è alla voce di Dio e ai segni dei tempi e del tutto immerso negli eventi della storia, all’epoca caratterizzati per lo più dal razionalismo, positivismo, secolarismo, ateismo, laicismo. Egli segue puntualmente la riflessione biblico-teologica del magistero ecclesiale per quanto concerne il laicato cattolico.Dalla metà degli anni ’50 comincia a interessarsi degli Istituti secolari, i cui membri professano i consigli evangelici senza organizzarsi dentro o intorno alla vita religiosa, ai presbiteri, all’altare, ma si collocano “nell’ambiente” ben identificati: testimoni di frontiera; che possono farsi largo in forma autonoma; porzione di Chiesa, di “popolo di Dio”, che ha il volto dell’uomo di tutti i giorni e che si carica dei suoi problemi, della sua vita, della sua ricerca di Dio, entrando in politica, nella scuola, in ogni tessuto socio-culturale, senza dipendere sotto l’aspetto giuridico da alcuna aggregazione, movimento, istituzione.

Fondazione
Sollecitato dalla pubblicazione della costituzione apostolica Provida mater Ecclesia, come pure dal motu proprio Primo feliciter e dall’istruzione Cum sanctissimus, che sanciscono la possibilità di vivere la vita consacrata oltre che in convento anche in pieno ambiente secolare, egli avvia l’Istituto «San Gabriele Arcangelo». Il punto fermo circa natura e finalità di questo Istituto si stabilisce, in sostanza, nella seguente formulazione del Concilio: «Cercare il regno di Dio trattando le cose temporali» (Lumen gentium 31). Il Fondatore si è attenuto fedelmente a questo orientamento nell’avviarlo e guidarlo.Nel settembre del 1955 don Alberione incontra per la prima volta il signor Odo Nicoletti di Rimini, al quale confida che sta per fondare un Istituto formato da laici. Nel 1957 don Alberione incontra molte volte Nicoletti; l’anno successivo ancora di più. Il 16 febbraio 1958 gli confida che sarà lui il primo a far parte di un Istituto maschile di vita secolare, che la Provvidenza sta preparando nella famiglia Paolina.Nell’estate di quest’anno troviamo un riferimento puntuale: «L’Istituto di San Gabriele prende il nome da San Gabriele Arcangelo – scrive il Fondatore – perché vuole formare e avviare i suoi membri ad una vita apostolica di penetrazione». Egli presenta come fine generale dell’Istituto: «professare in mezzo al mondo la totale consacrazione al Signore», e come fine speciale: «la piena dedizione all’apostolato; servire e cooperare con la Chiesa nel dare all’umanità Gesù Cristo, Maestro, Via, Verità e Vita,con la diffusione del pensiero cristiano, della morale cristiana e di mezzi di elevazione della vita individuale e sociale, particolarmente in forme moderne».L’8 settembre 1958 il Fondatore detta la meditazione introduttiva a un gruppo di giovani, che iniziano gli Esercizi spirituali ad Albano (Roma), in preparazione al noviziato che li introdurrà nell’Istituto. Il giorno 12 settembre chiude gli Esercizi spirituali con il rito dell’entrata in noviziato dei seguenti giovani: Antonio C., Francesco L., Ezio M., Odo Nicoletti, Luigi P., Daniele Pennati, Walter T. In questa data, 12 settembre 1958, si ritiene fondato l’Istituto «San Gabriele Arcangelo».

Il primo gruppo di Gabrielini
Questo primo gruppo è da considerare iniziatore di quel nucleo di Gabrielini disponibili a spostarsi, permettendolo le loro condizioni, per una forma di collaborazione, diretta e regolamentata con gli apostolati della Società San Paolo o di altre istituzioni della Famiglia Paolina. Sorsero così i primi gruppi di Gabrielini rispettivamente a Torino, Milano, Crema, Firenze, dove ci si radunava per i ritiri mensili. Durante gli Esercizi spirituali annuali in Ariccia nella Casa «Divin Maestro» spesso don Alberione andava ad incontrarli e dettava loro le sue meditazioni e istruzioni. Continuamente si teneva informato sull’Istituto.


Ultimi secondo il mondo?
Si è verificato che alla fondazione dell’Istituto don Alberione si ritrovò con sette aspiranti, dei quali nessuno possedeva titoli di studio di rilievo o aveva fatto esperienze manageriali ch’egli s’aspettasse. Il titolo di studio più elevato consisteva in una comunissima licenza di scuola media superiore. Nel 1958, dopo qualche mese dalla fondazione dell’Istituto, espresse il suo disappunto facendo riferimento ai primi Gabrielini, poiché non vedeva fra loro nessuno capace di assumersi responsabilità “dirigenziali” nelle varie attività apostoliche paoline allo scopo di «penetrare tutto il pensiero umano e il sapere umano col Vangelo: non parlare solo di religione, ma di tutto parlare cristianamente». Riconosceva tuttavia che gli ultimi secondo l’opinione corrente sono i primisecondo il Vangelo.

Impresa ardua
Anche il reclutamento di nuove leve nell’Istituto si presenta presto come una impresa notevolmente ardua. Un direttore delle Poste, di oltre trentacinque anni di età, fa un tratto di cammino con i Gabrielini, poi “improvvisamente” scopre un “grave” impedimento”, la situazione “celibataria”; se l’accetta definitivamente, gli impedirà di poter disporre ogni giorno delle bianche camicie, indispensabili, dato il rango. Non vuole ascoltare ragioni; se ne va e si accasa. Inutilmente gli hanno fatto notare che esistono molte lavanderie specializzate nel lavare e stirare. Ma nulla da fare! Un altro, giovane laureato, frequenta gli incontri mensili per oltre un anno e, un giorno, con molta schiettezza dice all’Assistente spirituale in pubblica conversazione: «Ho compreso che un uomo senza una donna accanto non vive bene!». La risposta è pronta: «Sposati appena puoi e mandaci i confetti!».Un altro tipo, assai simpatico, afferma che lui ha come aspirazione poter possedere una Opel. Ci scherzano sopra, ma dopo diversi mesi, prende congedo dal gruppo, dicendo di aver ottenuto un posto di vice-direttore in un grosso super-mercato. Certamente in breve tempo avrebbe potuto procurarsi ciò che desiderava.

Prospettive
L’Istituto nella Famiglia Paolina, nella Chiesa e nella seconda metà del ventesimo secolo è stato profezia, speranza e attuazione d’una esperienza di santità, di comunione e di apostolato: liberata dalla religiosità eccessivamente istituzionalizzata; aperta provvidenzialmente alla valorizzazione delle realtà terrene, alla promozione umana e all’evangelizzazione, che si fondano sul mistero dell’Incarnazione.Quanti vi fanno parte contribuiscono a incarnare e a promuovere il messaggio evangelico con la testimonianza di vita cristiana in forma esistenziale, capillare e integrale negli ambienti in cui essi vivono e operano. Prioritario quanto mai è il sostegno all’annuncio evangelico, nella fedeltà a Dio e all’essere umano, conformemente al mistero dell’Incarnazione. «L’uomo è la prima via che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione – esortava Giovanni Paolo II – [...], la via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione» (Redemptor hominis14).Professano i consigli evangelici, s’incontrano, discutono, leggono, comunicano, vivono, testimoniano unicamente per il medesimo fine: «Purché sia annunciato il Cristo» e poter intervenire nei momenti difficili che la Chiesa attraversa, portando il proprio contributo di azione e preghiera.Ci pare di poter intravedere per l’Istituto un avvenire ricco di presenze, progetti, novità, contributi, e pensare per esso un inarrestabile futuro, caratterizzato da coraggio, fiducia, lucidità innovativa, realismo, fedeltà alla Chiesa, al carisma di don Alberione, a san Paolo, a questo nostro inenarrabile Dio e a questa nostra sorprendente umanità, che nonostante tutto anelano unicamente a incontrarsi: Uno per donarsi, l’altra per accogliere.Oggi enormi problemi assillano l’umanità, la quale interpella scienziati, politici, economisti, persone di fede, che però si considerano talvolta dei “padreterni”. Proprio perché i problemi sono enormi, la soluzione richiede realismo, senso della misura, umiltà oltre che competenza e professionalità.La carta vincente del Gabrielino nell’affrontare la realtà sta nella sua chiara identificazione umana, secolare e cristiana,  che sfocia “naturalmente” nel cuore di Dio per il mondo. È così che egli compie bene la sua parte nella società e nella Chiesa, poiché il suo è il comportamento di chi ha fatto tutto per poi ritenersi, secondo il vangelo, «servo inutile» (cfr. Lc 17,10).Egli in questo mondo – dove denaro e potere la fanno da padroni – è come il ponticello tra le persone e Dio, la cui liberalità e dono sono espressamente per l’essere umano, sia egli vittima, sia egli carnefice che «si nasconde» al suo cospetto (cfr. Gen 3,10). Il Gabrielino è tramite verso quel Dio che ha scelto con chi stare, che cerca la pecora smarrita, se la carica sulle spalle e la introduce nella via della Vita (cfr. Lc 15,1-10; 10,25-37).Il Fondatore attendeva da ogni Gabrielino una “trasfigurazione” molto coraggiosa che lo inducesse a “inginocchiarsi” davanti all’altro per lavargli i piedi e annunciargli che a compiere quel gesto a ciascuno è stato per primo nostro Signore.

Progetto dei Gabrielini per il futuro
– Avere viscere di comprensione e di accoglienza per tutti gli esseri umani: senza alcuna distinzione di razza, religione, età, condizione sociale, ma unicamente identificati quali figli amati da Dio Padre e Figlio e o Spirito Santo;– interessarsi a tutta la persona, sia essa di minore età (quale soggetto estremamente ricettivo), sia in età adulta (quale testimone di umanità e di fede cristiana): con la suapermanente richiesta esistenziale di cibo, salute, lavoro, cultura, amore, libertà, esperienza di Dio, vita eterna;– operare, secondo le possibilità, in tutti gli strati e ambiti socioculturali: famiglia, lavoro, comunità ecclesiale, rispondendo senza alibi e deleghe alle urgenze del prossimo, con spiccato senso universalistico ed ecumenico;– testimoniare tutti i contenuti di valore, umani e cristiani, passati, presenti e futuri, che promuovono la persona in quanto soggetto che accoglie se stesso, gli altri e Dio;– impegnarsi, con riferimento specifico al mistero dell’Incarnazione, a condividere la propria verità umana, cristiana e libera in Cristo, adeguandosi al linguaggio feriale del vicino e demitizzando il fenomeno massificante della fiction, onde favorire il dovuto equilibrio tra virtualità e realtà e formare l’opinione pubblica a un costruttivo senso critico.