Testimonianze

  Odo Nicoletti

1. Nel settembre del 1955 don Alberione incontra per la prima volta il riminese Odo Nicoletti, al quale confida che sta per fondare un Istituto formato da laici. Nei vari colloqui con lui nei tre anni (1955-58) che precedono la fondazione dell’Istituto «San Gabriele Arcangelo», il signor Nicoletti riceve buone “ricette” per la sua formazione spirituale. Il Fondatore s’interessa anche alla sua salute fisica, ma, riguardo ai dettagli sull’Istituto che si accinge a fondare, per un certo tempo silenzio assoluto. Anzi, nel primo colloquio del 1955, in tono “imperativo” lo ammonisce di non fare domande in merito. Tuttavia uno spiraglio lo apre invitandolo a procurarsi il volume di padre Escudero Gli Istituti Secolari, edito da Ancora, e a leggerlo con attenzione.

Nicoletti ne scorre alcuni capitoli diverse volte, così, pian piano, comincia a rendersi conto della “novità” degli Istituti secolari nella Chiesa. Oltre al volume di padre Escudero, legge volumetti di padre Beyer e Canals. Fra gli autori italiani approfondisce scritti di padre Agostino Gemelli, il quale fin dal 1928 ha avviato i Missionari di Cristo Re (divenuto Istituto secolare dopo il 1947); i saggi del professor Giuseppe Lazzati, presidente dell’Istituto Cristo Re, nonché rettore dell’Università Cattolica; i vari testi del

dottor Armando Oberti, del professor Ezio Franceschini e di altri ancora.

 

2. «Ero al termine di un lungo e sofferto cammino per “conoscere” quale stato di vita era conforme alle mie attitudini – testimonia Nicoletti – e, nel contempo, in armonia col progetto che la Provvidenza divina aveva a mio riguardo.

Il lungo periodo formativo fin dal 1947 nell’Azione Cattolica mi aveva convinto che la fondamentale risposta alla vocazione doveva, a tempo debito, darsi in uno dei tre classici “stati” di vita: il matrimonio, il presbiterato, la vita religiosa in forma comunitaria. Altre “vie” nel 1955 a me erano ignote e, dopo otto lunghi anni di ricerca, molti colloqui con la mia guida spirituale, la “luce” auspicata non giungeva. Ritornato dal servizio militare nel 1952, mi recai anche da padre Pio a San Giovanni Rotondo per consiglio: niente! Ebbi poi all’Università Gregoriana in Roma un colloquio con il gesuita padre Felice Cappello, il quale, ascoltandomi, mi fornì un biglietto di presentazione per don

Alberione, che ben conosceva.

Così, in un pomeriggio del 5 settembre 1955 incontrai don Alberione nella comunità paolina di via A. Severo, 58 a Roma. Letto il biglietto di presentazione, egli si dispose ad ascoltarmi, e anch’io posso testimoniare che la sua “capacità” di ascolto era veramente esemplare. Parlai con lui per diversi minuti, in modo concitato, quasi tumultuoso, ma anche stranamente “fiducioso” che quel colloquio poteva essere “diverso” dai precedenti. Il fatto stesso che don Alberione mi ascoltasse con attenzione e pazienza, a capo chino con la mano sinistra sulla fronte, mi disponeva al meglio. Gli manifestai desideri e timori, la mia situazione familiare, la mia attività parrocchiale nell’Azione Cattolica e il mio impegno nella diffusione della buona stampa e anche il mio contributo in diocesi, ma il punto era sempre lo stesso: “Giunto all’età di ventisette anni, non riesco a decidermi fra lo stato di vita matrimoniale, presbiterale o religiosa”. Mi aspettavo il prevedibile rimprovero per la mia cronica “indecisione” e per la mancanza di realismo ed adattabilità alle concrete esigenze della vita.

Successe invece l’impensato. Finito che ebbi di parlare, don Alberione lentamente alzò il capo, mi fissò intensamente per alcuni secondi e con un tono fra il paterno e l’autorevole mi disse, scandendo bene le parole: “Ma io conosco il perché di questa tua lunga e dolorosa ricerca. Tutto rientra nella volontà di Dio. Ora sei arrivato e, a nome di Dio, ti dico che il tuo posto è nell’Istituto che io presto fonderò; alcuni giovani che ho contattato e che hanno problemi e desideri simili ai tuoi hanno già dato la loro adesione.

Vi troverete tutti a vostro agio. Tu devi avere molta fede! Avrete i voti religiosi, ma vivrete da secolari nel mondo senza alcun abito particolare o segno distintivo. Opererete nelle scuole, negli uffici, dappertutto e avvicinerete gli uomini a Dio, soprattutto con la vostra testimonianza di vita. Devi avere molta fede, ripeto, e ti prego di non fare domande”.

C’era molta autorevolezza mista a bontà da parte di don Alberione e io ricevetti tali parole – ricordo – in uno stato d’animo diviso fra la riconoscenza a Dio e una sorta di indefinibile, intimo tremore, poiché giungevano “inaspettate” e le sentivo particolarissimamente indirizzate a me e comprendevo altresì che esigevano una “risposta” personalissima e pronta, senza scappatoie di alcun genere.

Oltre cinquant’anni sono già trascorsi da quell’evento per me provvidenziale che, misteriosamente, predispose di far incontrare quel gigante dello spirito che era don Alberione, fondatore della Famiglia Paolina, tutto concentrato ad avviare nella Chiesa nuove istituzioni di laici consacrati, secolari e dediti all’apostolato, con la mia insignificante persona, con le sue prolungate titubanze e i suoi aggrovigliati problemi spirituali.

Risultati di quell’incontro: partii da quel colloquio con l’animo immerso in una profonda pace e da allora sono trascorsi oltre cinquant’anni, mai ebbi dubbi circa la mia scelta vocazionale, solo difficoltà, ovviamente, nell’attuarla.

Alcuni fatti che seguirono quel colloquio furono: l’invito di don Alberione di recarmi in Alba, Casa Madre della Società San Paolo, per un periodo di “acclimatazione”, dopo essersi accertato che gli impegni familiari non me lo avrebbero impedito; un soggiorno in Alba di circa ventidue mesi con mansioni varie, soprattutto lavoro materiale, tipo: scaricare pacchi di Famiglia Cristiana dal camion al vagone ferroviario, oppure mansioni di portineria; verso il 20 agosto 1957, transitando per Alba, egli mi chiese se accettavo di fare un corso di dieci giorni per agenti SAIE, una Società di distruzione collaterale alle Edizioni Paoline.

Accettai, il corso si svolse a Chieri (To) dal 1 al 10 settembre 1957; dopo il corso fui inserito nell’organizzazione SAIE del Lazio e feci le mie prime esperienze di vendita rateale in Frosinone e provincia; nella primavera del 1958,

sempre don Alberione, mi invitò a lasciare la SAIE poiché vi era l’urgenza di avviare contatti con le principali librerie di Roma e Napoli per proporre loro l’acquisto di volumi editi dai paolini»