Testimonianze

  Daniele Pennati

n. Torino, 13 febbraio 1931 † Roma, 13 aprile 2007
 

1. Nato a Torino il 13 febbraio 1931, Daniele Pennati si trasferiva con i suoi familiari a Roma nel 1939; qui conseguiva il diploma in Ragioneria e dal 1954 al 1957 fu impiegato presso l’lstituto Centrale di Statistica.

Egli apparteneva all’Azione Cattolica della sua parrocchia in zona Prati, ove l’Assistente padre Giorgio fece crescere in Daniele il desiderio di un colloquio con don Alberione, sulle cui Opere d’Apostolato con tanto fervore egli lo informava.

Nell’aprile del 1958 Daniele ebbe il suo primo incontro col Fondatore. Da un’intervista rilasciata per la nostra Circolare nel 1999 la commozione del nostro amico Gabrielino per quel colloquio appare ancora molto intensa tra le righe. Lo incontrò in un periodo di perplessità e incertezze perché all’età di ventisette anni egli non aveva ancora le idee chiare sul suo futuro, data la precarietà del posto di lavoro e soprattutto l’indecisione circa la sua scelta vocazionale. Don Alberione «mi ascoltò come un confessore – egli ricordava – e con la luce dei suoi occhi infuse in me tanto coraggio e anche speranza a riguardo delle mie necessità». Gli accennò che entro breve tempo avrebbe fondato un istituto per giovani che intendevano vivere una consacrazione rimanendo nel mondo come semplici laici.

In un secondo incontro (al termine del quale Daniele conobbe Odo Nicoletti), nel mese di giugno dello stesso anno, don Alberione lo invitò a trascorrere un periodo di tempo a Torino nella libreria paolina. Anche se i familiari si mostravano preoccupati per un suo eventuale trasferimento nel capoluogo piemontese, Daniele vi si trasferì infatti seguendo quanto gli indicava il Fondatore nei suoi colloqui avuti con lui circa il primo nucleo dell’Istituto che stava per sorgere.

Don Alberione per quasi otto anni tenne in molti mesi il ritiro mensile alla comunità paolina di Torino, nella quale erano stati inseriti i primi Gabrielini residenti in città. Li incontrava singolarmente, li accoglieva con cordialità, ne sosteneva il percorso, s’informava sulle loro difficoltà nei dettagli, li esortava a pregare lo Spirito Santo per trovare le soluzioni più idonee ai problemi.

Dopo trent’anni a Torino, Daniele tornò alla sua “amata

Roma”, dove poté godere della sua meritata pensione, partecipando assiduamente alla vita dell’Istituto e in modo particolare ai ritiri mensili e agli Esercizi spirituali annuali. Si era inserito attivamente nella sua comunità parrocchiale e in special modo nella locale Conferenza di San Vincenzo: solerte e generoso nel “fare qualcosa” fra coloro che mancano anche del minimo necessario e convinto che il cristianesimo è amore e servizio.

Un paio di anni prima del decesso aveva manifestato il desiderio di ritirarsi presso la Casa di riposo «Don Alberione» ad Albano Laziale per condividere con altri paolini il dono dell’anzianità. Il Signore aveva disposto invece di chiamarlo a sé. Dopo un breve malore il nostro amico è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale romano di San Giacomo, dove è stato assistito amorevolmente da suor

Carla della San Vincenzo parrocchiale. Egli ci lasciava il mattino del 13 aprile 2007 per raggiungere il meritato premio nella casa del Padre.

Nelle ultime disposizioni testamentarie (01.03.2004) aveva stabilito che il 50% del suo patrimonio venisse dato all’Istituto; il 20% al Governo generale della Società San Paolo; il 10% alla sua Parrocchia; il 10% alla Conferenza di San Vincenzo; il 10% all’UNICEF.

La sua testimonianza, pur nella linearità di ogni giorno, è particolarmente significativa per farci comprendere lo zelo pastorale del Fondatore nell’incoraggiare a un progressivo cammino spirituale i singoli membri dell’Istituto.

Daniele si è “fidato” di don Alberione, nelle cui mani ha posto la sua vita e, a distanza di molti anni, era ben felice della scelta fatta.

 

2. «Premetto che sono stato fortunato nella mia storia, in quanto nella mia parrocchia romana, zona Prati, parlo del 1957-1958, cioè quarant’anni fa, vi era un sacerdote Assistente dell’Azione Cattolica che ci parlava frequentemente della necessità dell’apostolato della buona stampa e, di riflesso, delle Istituzioni paoline.

Fino a tutto il 1957 avevo lavorato presso un ufficio pubblico parastatale con un contratto a termine e nei primi mesi del 1958 ero alla ricerca di una nuova occupazione.

Mentre il nostro Assistente, padre Giorgio, ci parlava con tanto fervore delle opere di apostolato di don Alberione, dentro di me andavo pensando come avrei potuto “collaborare” con i paolini, sia per risolvere il problema del lavoro professionale, sia per “divenire” un cooperatore nella diffusione della buona stampa assecondando così una mia personale aspirazione.

Conoscevo assai bene il paolino discepolo fratel Daniele perché andavo frequentemente nella libreria di via San Pio X, nei pressi di via Conciliazione, nella quale egli era uno dei responsabili. Fu lui a parlarmi con molto fervore di don Alberione; mi diceva che, oltre che essere il fondatore della Famiglia Paolina, egli era un uomo umile, che pregava molto e sapeva consigliare bene.

Cominciava a crescere in me il desiderio di poter parlare con quest’uomo di Dio, ma non sapevo come muovere i primi passi. Di questo ne parlai con padre Giorgio, della mia parrocchia, il quale mi incoraggiò a chiedere di poterlo incontrare.

Questo avvenne nell’aprile del 1958. Io arrivai da lui un po’ depresso e sfiduciato perché all’età di 27 anni ancora non avevo idee chiare circa il mio futuro (a causa dell’insicurezza del posto di lavoro) e anche riguardo alla scelta del mio stato di vita definitivo. Rimasi molto impressionato dell’attenzione che egli aveva verso di me: mi

ascoltò come un confessore e con la luce dei suoi occhi infuse in me tanto coraggio e anche una speranza a riguardo delle mie necessità. Mi disse che a Torino stavano ampliando la locale Libreria San Paolo e che avrei potuto trovare un posto di lavoro. Mi accennò anche a un Istituto che avrebbe fondato entro breve tempo per i giovani che intendevano vivere una vita di consacrazione rimanendo nel mondo come semplici laici. Capii il tutto a grandi linee, ma nulla sapevo della Provida mater Ecclesia e nulla sapevo di questa nuova forma di consacrazione per laici.

In un secondo colloquio, nel mese di giugno, don Alberione mi invitò a passare un periodo di prova a Torino nella Libreria San Paolo. Mia madre e mia sorella erano assai preoccupate circa l’eventualità di un mio trasferimento da Roma a Torino e credettero bene di farmi riflettere prima di decidere, in quanto, essendo io vissuto a Roma fin dall’infanzia, avrei trovato difficoltà a rimanere a lungo lontano. Però, di fronte alla mia decisione di accettare la proposta del Fondatore, si rassegnarono a vedermi partire. In seguito, venendo a Torino a farmi visita e vedendomi contento della scelta fatta, si convinsero pure loro che la via indicatami da don Alberione era quella “giusta” per me.

Una certa sofferenza e nostalgia di Roma le ho sentite ed è comprensibile perché la città eterna ha qualcosa in più e di particolare che altre città non hanno. Tuttavia nel 1958, puntualizzo, si trattava di assecondare o rifiutare l’invito di don Alberione, nel cui progetto il gruppo dei Gabrielini torinesi doveva rappresentare il primo nucleo dell’Istituto che stava per nascere.

A Torino ho avuto con lui numerosi incontri. Egli si è recato a Torino per circa otto anni quasi tutti i mesi per tenere il ritiro alla comunità paolina alla quale il nostro gruppo di Gabrielini era, in un certo modo, unito. I colloqui con lui riguardavano, soprattutto, le difficoltà che incontravo nel mio lavoro e nelle mie relazioni con gli altri membri del gruppo entro il quale, talvolta, vi erano delle tensioni. Innanzitutto mi ascoltava con molta pazienza, poi paternamente mi spronava a combattere e a vivere nella pace con gli altri.

Le esortazioni di quei tempi ormai “passati” certamente le porto sempre in cuore e sento in me, ancora oggi, tanta riconoscenza verso questo grande sacerdote per tutte le premure che ebbe nei miei confronti. Senza le sue esortazioni e i suoi incoraggiamenti mi sarei avvilito. Avvertivo senza dubbio in quei colloqui che egli capisse le difficoltà particolari di un laico consacrato; lo sentivo aperto a comprendere la nostra situazione; egli s’informava anche di circostanze minute, teneva conto delle doti e carenze personali dell’interlocutore e spesso esortava a pregare lo Spirito Santo perché l’aiutasse a trovare la soluzione migliore.

Don Alberione ci ha voluti come suoi discepoli nella preghiera e nell’apostolato: stampa, radio, cinema. La sua opera di evangelizzazione, oggi, è conosciuta in tutto il mondo. C’è però bisogno di continuarla nel nostro ambiente sociale: la testimonianza cristiana, la preghiera, il buon esempio, le buone opere sono mezzo di evangelizzazione.

Attendiamo che il padre Fondatore riceva la corona di gloria e venga proclamato “santo” al più presto[1]. Egli è sempre stato un uomo di Dio che ha seminato tanto bene durante il suo pellegrinaggio terreno. Lui ogni giorno ci aiuta ad essere apostoli e a restare in mezzo agli uomini per portare loro il lieto annuncio di amore e di pace.

Dopo la lunga parentesi torinese sono tornato nella mia amata Roma, dove, oltre a godere la meritata pensione, ho, in una struttura di carità fraterna, la possibilità di svolgere il mio apostolato, cioè di “fare qualcosa” come fra coloro che mancano anche del minimo necessario, soprattutto hanno bisogno di capire che il cristianesimo è amore e servizio».



[1] Verrà proclamato Beato da papa Giovanni Palo II (1920-2005) il 27 aprile 2003.