Testimonianze

  Luigi Patat

1. Nato in provincia di Udine, Luigi Patat ha fatto, come tanti suoi corregionali, l’esperienza dell’emigrazione dopo vari tentativi di trovare lavoro in Friuli. Così, nel Cantone di Ber na, ha lavorato in un’officina meccanica per un certo periodo di tempo, però non trovava in quell’attività la soddisfazione che cercava e quando, scaduto il contratto di lavoro doveva rinnovarlo per un periodo assai lungo, decise di ritornarsene nella sua terra.

Oltre al problema di trovare una nuova attività, avvertiva in sé una necessità di spendere le proprie energie per qualcosa di “importante”. Nel periodo di permanenza in Svizzera, abitava in un paese a maggioranza protestante, dove l’unica chiesa cattolica esistente era inagibile. Con altri connazionali cattolici collaborò al restauro dell’edificio sacro; ovviamente lo fece come volontario, perciò senza retribuzione e nelle pause del suo lavoro; questa esperienza, però, gli procurò tanta gioia interiore.

A Luigi Patat, di 32 anni, aveva scritto il Fondatore il 20 giugno 1958. L’8 settembre 1958 Luigi incontra Odo Nicoletti nell’atrio della Casa generalizia della Società San Paolo in Roma, ambedue in attesa di andare ad Albano, dove li attendeva don Alberione per un corso di Esercizi spirituali di orientamento vocazionale. Quel giorno erano in sette e rappresentavano altrettante regioni: dalla Calabria al Friuli, passando attraverso la Campania, il Lazio, l’Emilia-Romagna e la Liguria. Salirono tutti stipati, con i bagagli, sull’autofurgone trasformato, per l’occasione, in pulmino.

Nei dodici anni che trascorre nel gruppo di Torino si rivela estremamente silenzioso, capace più di ascoltare che di parlare, leggere di storia e di geografia, nonché seguire le notizie di attualità, lavorare e pregare senza esibizione. Egli, insomma, è nella linea della spiritualità (silenziosa) di san Gi seppe.

Leggiamo ora quanto egli racconta sulla sua entrata nell’Istituto: una vera “faticaccia” a cui lui, notoriamente riflessivo e riservato nel parlare, si è sobbarcato.

 

2. «Dell’Istituto nulla sapevo. Qualche mese prima dell’incontro di Ariccia, nella Libreria San Paolo di Udine avevo letto un depliant vocazionale per giovani che fossero disposti ad impegnarsi a tempo pieno in un apostolato laicale.

La suora addetta alla libreria notò il mio “interesse per la proposta”; mi chiese l’indirizzo per eventuali future comunicazioni. Invece venne presto a farmi visita a casa un paolino/vocazionista (don Panebianco) che mi parlò di don Alberione e delle sue varie fondazioni, compresa una imminente che riguardava giovani disposti ad impegnarsi in una vita di apostolato, accettando il celibato.

Per meglio conoscere la Società San Paolo mi recai a visitare la Casa Paolina di Vicenza, verso il Natale del 1957. Visitai la tipografia e vidi tanti giovani al lavoro. Nel giugno del 1958 ricevetti da don Antonio Speciale, segretario personale del Fondatore, l’invito per il corso di Esercizi spirituali che si sarebbe iniziato l’8 settembre.

Sentivo, prevalente, in me la necessità di dare uno “scopo” non solo terreno all’unica vita che dobbiamo spendere. Certo, don Alberione era un autentico uomo di Dio e le parole che ci diceva orientavano verso uno stile di vita impegnato in senso cristiano.

Apprezzai il modo tutto “nuovo” nel dettare gli Esercizi “mariani” da parte del paolino don Evangelista Robaldo (1896-1977), che proponeva le meditazioni nella mattinata, mentre il Fondatore ci teneva delle istruzioni in pomeriggio. In seguito si seppe che questo bravo paolino era molto stimato perché univa alla solida dottrina su Maria Santissima anche una personale devozione molto viva verso la Regina degli Apostoli. Per esempio, teneva sempre davanti a sé sulla scrivania una statuetta della Madonna. Scoprimmo che soprattutto il Fondatore era devotissimo della santa Vergine, al punto che gli Esercizi si collocarono proprio tra l’8 (Natività di Maria) e il 12 (Nome di Maria), a indicare la volontà di don Alberione che l’Istituto nascesse sotto la protezione della santa Madre di Dio.

Negli anni 1958-1965, quando don Alberione veniva a Torino quasi ogni mese, non ebbi molti colloqui “personali” con lui, però ho ascoltato parecchie sue meditazioni e qualche volta mi sono confessato da lui. Quando ci dettava le meditazioni, quasi mai aveva in mano un libro o degli appunti come traccia, ma ci donava quello che aveva meditato e fatto suo. Avevo una grande ammirazione per quel suo continuo raccoglimento: certamente con il cuore pregava senza soste. A motivo del mio temperamento, solitamente, io chiedo qualcosa sia sul piano materiale, sia

su quello spirituale, solo in caso di vera necessità. Egli, uomo di essenzialità, apprezzava le persone laboriose, silenziose, fervorose. Verosimilmente, ha visto in me un montanaro friulano di famiglia contadina con solide tradizioni cristiane e una spiritualità lineare, senza troppe problematiche intellettualoidi. Tutti sappiamo che don Alberione proveniva da una famiglia di contadini della zona pedemontana cuneese con affinità spirituali alla mia terra d’origine.

È noto come egli misurasse la distanza Roma-Torino, via aerea: “II tempo per recitare un Rosario intero”. Mi stupiva il suo impegno infaticabile anche oltre i settant’anni nel viaggiare nei cinque continenti per visitare le comunità paoline, con i relativi acciacchi. Questo suo esempio mi edificava e mi spronava nei momenti di stanchezza e di aridità spirituale.

Egli era affabile con tutti, però con i paolini della Società San Paolo, per quanto paterno, era pur sempre “il Superiore Generale”. Con i Gabrielini era più marcato in lui il volto del padre spirituale, poiché, come Istituto, eravamo da poco “nati”. Più volte, nei giorni festivi, saliva sul terrazzo sopra il sesto piano della casa di corso Regina Margherita 1, proprio di fronte al Po, per conversare con noi, ascoltare le arguzie di qualcuno più estroverso, posando per le foto di gruppo.

Egli amava in modo particolare i “suoi” Gabrielini che voleva fervorosi, gioiosi e numerosi. Ora in Cielo, certamente, pregherà perché il “suo” Istituto si realizzi secondo il volere di Dio. Per la sua personalità carismatica, il Fondatore metteva in evidenza le proprie preoccupazioni pastorali per la crescita solida e duratura dell’intera Famiglia Paolina».