Testimonianze

  Angelo Falchi

n. Suni (Nuoro), 13.5.1925 † Latina, 8.1.2004

 

1. Angelo Falchi, sardo dal temperamento appassionato, è divenuto gabrielino dopo essere passato attraverso sofferenze fisiche e tentativi, non riusciti, di servire Dio nei tradizionali ordini religiosi. La Provvidenza lo ha mantenuto nella sua professione d’infermiere e lo ha guidato a servire Dio attraverso i malati chiamandolo a consacrarsi nell’Istituto.

Angelo è conosciuto nella Famiglia Paolina a motivo del servizio amorevolmente prestato nell’ospedale «Regina Apostolorum» di Albano, allora gestito dalle Figlie di San Paolo.

La sua vita è stata molto provata dalla sofferenza, ma vissuta con amore per Cristo. Egli stesso, in una sua comunicazione rilasciata qualche tempo prima del decesso diceva, tra l’altro, che nel giugno 1943, allora diciottenne, durante il servizio militare fu consegnato con altri militari ai tedeschi, che li caricarono come se fossero bestie nei carri ferroviari piombati e, dopo tre giorni di viaggio massacrante attraverso la Germania, giunsero in Polonia.

Angelo peregrinò in vari campi di concentramento e di lavoro sotto scorta armata insieme a oltre venticinquemila italiani internati. Per saziare i morsi della fame, cercava di raggiungere i campi vicini onde poter raccogliere quel che potesse sfamarlo. Al termine di circa due anni di sofferenze indicibili si salvarono con Angelo solo sessantatre dei mille e cinquecento allievi della Marina che erano stati deportati.

Da questa terribile esperienza comprese che l’uomo in guerra è più feroce dei carnivori della giungla africana, si convinse che Dio è l’unico appoggio sicuro che dà un significato alle nostre azioni e cominciò a pensare a una sua futura consacrazione a Dio.

Rientrato ventenne in Sardegna, lavorò per otto anni nell’agricoltura, allo scopo di aiutare la sua famiglia che viveva in condizioni molto povere. Nel 1953 si trasferì a Torino e, dopo aver frequentato un corso d’infermiere, entrò al Cottolengo come fratello laico, ove rimase per sei anni.

Continuò a esercitare la sua professione in altri ospedali torinesi e in questo periodo ebbe modo d’incontrare alcuni sacerdoti paolini che gli parlarono di un nuovo istituto per laici consacrati: l’Istituto «San Gabriele Arcangelo», opera propria della Società San Paolo, i cui membri, laici, si consacrano a Dio pur rimanendo nel mondo e nell’esercizio della propria professione. Incontrò il fondatore don Giacomo Alberione e per Angelo questo evento costituì l’esperienza spirituale più importante della sua vita.

Infatti egli scriveva che don Alberione lo «ascoltò con zelo sacerdotale, diceva pochissime parole, ma essenziali, che ti facevano capire che aveva compreso il tuo problema, che lo aveva in qualche modo fatto suo e, soprattutto, che voleva aiutarti a risolverlo secondo la volontà di Dio nella direzione giusta».

Nel 1965 Angelo entrò nell’Istituto «San Gabriele Arcangelo» alla sequela di Cristo. Nel 1967 emise i primi voti e nel 1972 si consacrò a Dio per tutta la vita. Da Torino si trasferì ad Albano Laziale, ove esercitò la sua professione per oltre vent’anni presso la clinica «Regina Apostolorum» delle Figlie di San Paolo.

Il suo instancabile operato è sempre stato molto apprezzato, stimato e lodato dai suoi superiori. Ammalatosi di tumore, gli ultimi otto anni della vita li trascorse serenamente con la sorella e il fratello sacerdote a Cisterna di Latina.

Angelo offriva le sue sofferenze perché il Padre celeste chiamasse altri giovani alla sequela del Divino Maestro per conseguire la perfetta carità, corrispondere con la massima generosità all’impegno della consacrazione e promuovere nel mondo la civiltà dell’amore secondo gli insegnamenti del fondatore, il Beato don Giacomo Alberione.

 

2. «Forse è bene iniziare il racconto della mia “avventurosa”

esperienza dal giugno 1943, quando, diciottenne, fui assegnato al Corpo Marittimo di Venezia/Arsenale come allievo meccanico. Tre mesi dopo (il noto 8 settembre 1943) tutti i militari, io compreso, fummo consegnati dal nostro Ammiraglio ai tedeschi che ci caricarono come bestie sui carri ferroviari piombati e, dopo tre giorni di viaggio massacrante, attraverso la Germania, giungemmo in Polonia. Conobbi così una dolorosa esperienza: peregrinazione in vari campi di concentramento: Torn, Aslau, Gorliz e altri; come pure di lavoro sotto scorta armata insieme a 25.000 italiani internati. Per saziare i morsi della fame cercavamo di raggiungere i campi vicini a racimolare qualche patata che mangiavamo avidamente, talvolta anche cruda.

Tornato a casa dopo queste sofferenze, il mio modo di vedere la vita era cambiato, anzi, profondamente cambiato, perché in quei circa due anni di sofferenze indescrivibili (ci siamo salvati solo in 63 dei 1.500 allievi della Marina deportati), ho capito che l’uomo in guerra è più feroce dei carnivori della giungla africana e compresi che Dio è l’unico appoggio sicuro che dà un significato alle nostre azioni e cominciai a pensare di entrare in un ordine religioso.

A quei tempi ero molto giovane e avevo davanti a me ancora tutta la vita. Avevo allora 20 anni. Non potevo fare la scelta vocazionale perché avevo il preciso dovere di aiutare la mia famiglia nell’agricoltura, poiché nel dopoguerra in Sardegna le risorse per vivere erano molto scarse e così, per otto anni, aiutai i familiari.

Dopo quegli otto anni, il 15 gennaio 1953 lasciai la famiglia e mi trasferii a Torino. Pensai di attuare il desiderio coltivato negli anni precedenti e presi contatto con i padri Gesuiti. Con loro iniziai il noviziato in vista di divenire fratello laico; nel ’55, secondo anno di noviziato, feci l’esperienza del Mese di Esercizi Ignaziani senza interruzioni.

Però (qui c’è un però) prima di pronunciare i voti capii che quella non era la mia strada. Uscii dall’Ordine e in Torino feci un corso d’infermiere. In seguito entrai come fratello laico al Cottolengo al servizio dei malati e in mezzo alle corsie vi rimasi per sei anni. Anche qui conclusi che questa non era la mia strada definitiva e presi congedo.

Dopo trent’anni una spiegazione esaustiva su questi due tentativi di vita religiosa comunitaria andati a vuoto non saprei darla. Posso dire che provavo un certo “disagio” dovuto al fatto di trovare dei superiori non sempre capaci di capire i miei problemi di laico; poi le difficoltà dovute al mio temperamento un po’ particolare. Forse tutto questo era “finalizzato” a farmi capire che io non ero adatto alla vita religiosa da vivere in comunità.

Dopo l’esperienza del Cottolengo continuai la professione d’infermiere e trovai lavoro in un ospedale di Torino. A motivo del mio servizio entrai in contatto con alcuni paolini e da loro fui informato del “nuovo” istituto di laici consacrati chiamato Istituto «San Gabriele Arcangelo». Essi mi dissero anche che il fondatore don Alberione veniva da Roma ogni mese nella comunità paolina di Torino.

Cominciai allora a desiderare di avere un colloquio con lui, sia perché “intuivo” che questo nuovo Istituto per laici che si consacrano a Dio e continuano a esercitare la propria attività nel mondo potesse essere adatto a me, sia per avere un’occasione straordinaria di parlare con un uomo di Dio di tale calibro spirituale e fondatore di tante istituzioni religiose. Ottenni il colloquio desiderato che avvenne nella comunità paolina di Torino.

Senza dubbio fu l’esperienza spirituale più importante della mia vita, dandole una svolta decisiva. Allora non ero più giovanissimo e molte sofferenze, come già ho descritto, avevano segnato la mia esistenza; sentivo tanto bisogno d’incontrare una vera “guida”, che comprendesse le mie aspirazioni e mi indicasse la strada sulla quale camminare per poter dire il mio “si”.

Don Alberione anzitutto mi ascoltò con molto zelo sacerdotale, e questa sua grande capacità di ascoltare è stata sottolineata anche da altri Gabrielini. Penso sia capitato non solo a me di aver avuto dei colloqui con personalità (anche religiose) che non ti danno lo spazio d’illustrare a sufficienza il tuo problema e la maggior parte di tempo del colloquio se la prendono loro con i “consigli” o “direttive”, non sempre azzeccati. Don Alberione invece ascoltava in profondità, diceva pochissime parole, ma essenziali, che ti facevano capire che aveva compreso il tuo problema, che lo aveva in qualche modo fatto suo e, soprattutto, che voleva aiutarti a risolverlo secondo la volontà di Dio, nella direzione giusta.

Egli mi assicurò che l’Istituto era adatto per dei laici che volevano consacrarsi al Signore ma rimanendo nel mondo per testimoniare i valori del Vangelo “sul posto”. Per tutte le informazioni circa l’Istituto mi indirizzò al sacerdote paolino don Gabriele Amorth che era il responsabile delegato e l’organizzatore dell’Istituto medesimo. Sicché, appena potei, mi recai a Roma e prima d’incontrarmi con il sacerdote indicatomi ero assai contento che il responsabile “terreno” portasse lo stesso nome del patrono “celeste” dell’Istituto medesimo. Don Amorth mi diede abbondanti informazioni circa la consacrazione secolare. La conversazione con lui fu interessante e piacevole sia per il contenuto, sia per quel suo modo tutto “emiliano” di esprimersi. Uscii dall’incontro con la decisione ferma di entrare nell’Istituto.

Non ho avuto altri colloqui con don Alberione, ma ho partecipato a molte liturgie da lui presiedute per i Gabrielini, con saluti, benedizioni di gruppo, esortazioni. Con il Fondatore ho avuto un solo incontro personale, ripeto, ma ritengo che sia stato predisposto dalla Provvidenza come una “straordinaria” occasione per ricevere una luce chiarissima che riguardava la mia personale vocazione; da allora non ho avuto nessun dubbio.

Vorrei esprimere il benvenuto a tutti i Gabrielini, già nell’Istituto o prossimi ad entrarvi, consigliando loro a non illudersi che tutto sia facile perché il loro cammino spirituale incontrerà mille ostacoli, nonostante la fedeltà agli insegnamenti del Fondatore: a) spiritualità eucaristica, poiché tutta la Famiglia Paolina è nata dall’Ostia; b) devozione filiale alla Madre di Dio e fedeltà alla recita del santo Rosario. Questa “ricetta” valida per i Gabrielini di ieri e di oggi lo sarà anche per quelli di domani».