Testimonianze

  Pietro Pischedda

n. Suni, 7 ottobre 1930 † Sassari, 12 aprile 2008

 

1. La vicenda esistenziale di Pietrino Pischedda ha una sua originalità che lui stesso racconterà. È titolare di un’avviata aziendina con buone prospettive economiche. Fin dall’età di diciassette anni ha frequentato corsi di taglio e cucito conseguendo i necessari diplomi. Ben presto si trova a gestire con passione e intensità una sartoria, con due dipendenti ed apprendisti.

«Convinto che è cosa doverosa per ogni persona lavorare per vivere, ma non trovando ragionevole vivere per lavorare e stralavorare per fare sempre più soldi», egli cerca un lavoro dipendente, che gli permetta il tempo di dedicarsi a se stesso, alla preghiera, ai malati.

Dalla Sardegna come lavoratore autonomo passa al Piemonte come dipendente e ritornerà, poi, alla Sardegna come pensionato. Ma egli cerca qualcosa “di più”. Mentre è contento sul piano umano dell’attività intrapresa, misura le cose con un criterio evangelico e constata che ci sono “ostacoli” da eliminare per raggiungere il suo ideale spirituale.

Eletto presidente della sezione parrocchiale dell’Azione Cattolica, ove milita fin da fanciullo, a circa vent’anni ritiene che la strada del matrimonio non sia fatta per lui, come neppure quella della vita sacerdotale o religiosa. Allenato a meditare le verità cristiane, scopre la ricchezza della liturgia eucaristica e si pone il “dovere” di occuparsi di malati e anziani, ma «vuole farlo da laico».

A trentasei anni incontra il compaesano Angelo Falchi, dell’Istituto «San Gabriele Arcangelo» per laici che si consacrano restando in famiglia. Grazie a questo amico, Pietro incontra il fondatore don Giacomo Alberione. Dopo questo unico colloquio con lui egli prende la decisione di cambiare lavoro e vita. Don Alberione infatti lo incoraggia a entrare nel medesimo Istituto, con l’incarico di magazziniere presso l’Editrice SAIE a Torino. Pietrino, che per tanti anni ha predisposto il lavoro ai dipendenti della sartoria, adesso riceve direttive dal responsabile di un deposito di libri. «Nessuna crisi – egli assicurerà a chi glielo chiede – perché sapevo che chi mi dava ordini li aveva ricevuti a sua volta dai suoi superiori e che il risultato del nostro lavoro era la spedizione, cioè la diffusione di opere ispirate al Vangelo».

La sua corrispondenza con i responsabili dell’Istituto inizia dal 1967, anno in cui entra in noviziato. Emetterà i voti temporanei nel 1969 e, in forma definitiva, nel 1974. Abituali per lui erano la coerenza negli impegni assunti e la correttezza con i superiori. Proprio nella circostanza della promessa di professare i consigli evangelici per tutta la vita, egli chiede loro il favore di «arrivare con un giorno di ritardo agli Esercizi spirituali preparatori perché si sposa un nipote». In questa decisiva circostanza scrive: «Ringrazio il Signore Gesù che mi ha chiamato e scelto a seguirlo nei consigli evangelici. Mi rendo conto che veramente è stato lui a scegliermi. Anche se qualche volta mi viene in mente di dire, come santa Teresina, che ai suoi amici non ne risparmia una, tuttavia non mi sono mai pentito di aver ascoltato le sue parole».

Il nuovo lavoro gli permette in maniera molto ampia di curarsi spiritualmente e porsi al servizio del Centro Diocesano Vocazioni come membro della Consulta per gli Istituti Secolari.

Nel 1975 inizia a visitare come volontario il Reparto Anziani del Cottolengo facendo assistenza ai degenti. È in questo servizio che incontra un giovane torinese, il quale, grazie anche alla sua testimonianza cristiana, parole convincenti e molti incontri, lo segue nello stesso Istituto cui egli stesso ha già aderito.

A don Gabriele Amorth, il primo a seguirlo nella formazione, spesso confida «le fesserie del mondo», cioè di «quelli che fanno meno e cercano tutte le comodità, sono più scusati, più protetti». È convinto del valore della persona, ma anche di quello che si fa. Confida le difficoltà del proprio cammino spirituale: «Chiedo al Signore che mi dia la forza per essere tutto suo, per amarlo sopra ogni cosa, perché ho solo la volontà, la voglia di fare, ma ho paura che sia come quel seme caduto tra le spine».

Tutti nella vita, prima o poi, siamo indotti a star zitti e mandare giù rospi per qualche dispiacere subìto. In una di queste avversità, egli scrive: «Ci penserà Iddio, perché in lui credo veramente e prego che accresca e fortifichi la mia fede. Pare che ce l’abbia nel sangue: proprio quelli a cui faccio del bene, do fiducia, cerco di aiutare in quel che posso, sono i primi a guardarmi per traverso, ingelosirsi, oppure dimenticarsi di me, e tutto perché mi sforzo a fare il mio dovere con lealtà e giustizia. Non mi considero buono, solo Dio è buono. Sono un uomo carico di miserie umane, fragile, ma pronto a ricominciare, a servire gli altri in quel che posso e se lo vogliono. Però per me la lealtà e la giustizia è l’unica cosa che porta tutti all’amore e l’Amore è Dio. Sono sereno e tranquillo con la grazia del Signore che mi accompagna. Ecco, mi par di sentirmi dire: Cosa vuoi di più?».

In altra circostanza confida al suo padre spirituale: «Prego che il Signore mi dia tutto per poter dare io qualcosa agli altri: amore e carità, buon esempio. Non ho cultura, ma Gesù mi ha dato tanta fede e credo nel suo amore per me; non mi credo un santo, ma un uomo con tutte le miserie umane, capace però di lottare e soffrire anche in silenzio (con l’aiuto di Gesù) e offrire tutto per la salvezza del mondo e per il bene del nostro Istituto».

Pietrino è ospitale con tutti: «Se viene in Sardegna, venga a trovarmi – sovente scrive a don Amorth –: mi farà tanto piacere e tanto del bene». A don Lino Brazzo, un altro responsabile della sua formazione, scriverà nel 1970, dopo averlo insistentemente invitato: «Non ci voglio credere che il buon Gesù mi privi di questa consolazione, l’ho chiesto alla Madonna durante la novena della Consolata (mi ha detto che Lei verrà) e, se lo dice la mamma, il figlio deve ubbidire». Manifesterà la sua squisita gentilezza ai paolini anziani della comunità di Albano, con i quali trascorre lunghi periodi prestando loro fraterno e amorevole servizio.

Ormai molto avanti nella sua vita di consacrazione scrive: «Sono sempre contento della mia vocazione e vorrei ancora migliorare per poter dare di più […]. Il giorno della professione dei voti diciamo: “Offro, dono, tutto me stesso per la santificazione mia e del mio prossimo”». Tale offerta egli l’attuerà nella sua dolorosa malattia, ma passata nella serenità. Negli ultimi anni della sua esistenza è stato duramente provato dal dolore fisico. Tuttavia, permettendoglielo le forze, è rimasto fedele ai suoi impegni e disponibile a compiere servizi e opere di carità, con la sua abituale discrezione e cortesia.

Pietro Pischedda è stato per trentuno anni membro dell’Istituto «San Gabriele Arcangelo». Nella metà del 2006, qualche anno prima del decesso, s’erano manifestati i primi sintomi della malattia. «Mi dispiace tanto di non aver potuto partecipare per motivi di salute. Vi sono stato vicino con la preghiera», comunicava nel mese di agosto di quell’anno ai suoi amici dell’Istituto, che ai primi del mese avevano partecipato al corso annuale di Esercizi spirituali.

In uno dei suoi promemoria aveva appuntato questo programma di vita e di testimonianza squisitamente cristiana che egli s’era proposto:

Tutti i giorni: Ore 05,45: santo rosario con il Papa in collaborazione con Radio Maria e Ufficio delle letture della Liturgia delle Ore; Ore 07,30: recita delle Lodi, santa Messa e meditazione in parrocchia; Ore 16,45: ora di spiritualità in collaborazione con Radio Maria.

Il secondo giovedì del mese: Ritiro con il clero e i religiosi diocesani col vescovo.

ogni sabato: Porto la santa comunione ad alcuni ammalati (6).

Il primo venerdì e la prima domenica del mese: La santa comunione agli ammalati (25).

Ogni quindici giorni: Catechesi per gli adulti.

 

Mossi da santa invidia per una così trasparente e generosa testimonianza di fede, di speranza e di carità, non possiamo che benedire Dio per la presenza di Pietro in mezzo a noi, per il suo servizio nella comunità parrocchiale, per la sua fedeltà agli impegni assunti nell’Istituto «San Gabriele Arcangelo». Il Signore, di certo, lo ha accolto nel suo regno per il premio che dà a quanti Lo hanno seguito sino alla fine.

 

2. «Ripensando dopo diversi anni alla mia vita vi scorgo un’azione della Provvidenza che, poco alla volta, ha messo sulla mia strada le persone in grado di orientarmi circa la soluzione dei miei problemi, così proprio come erano i miei desideri più intimi.

Sono stato militante nell’Azione Cattolica e ne ho percorso tutti i gradini: fanciulli, aspiranti, juniores, seniores e poi nel la sezione adulti, assumendo la carica di segretario e infine presidente della sezione parrocchiale per nove anni.

All’età di circa vent’anni un padre gesuita, che mi conosceva da tempo, mi fece un invito molto caloroso ad entrare nel seminario della loro “Compagnia”. Per la prima volta mi esaminai seriamente se mai sentissi la chiamata ad essere sacerdote o religioso di vita comunitaria e conclusi che non erano strade adatte a me. Debbo anche dire che nemmeno la strada del matrimonio mi attirava.

La lunga militanza nell’Azione Cattolica mi ha preparato spiritualmente e fatto crescere in me il desiderio di impegnarmi in una forma di testimonianza cristiana e di apostolato. I lunghi anni di formazione mi hanno allenato a meditare le Verità cristiane, poi avevo scoperto la ricchezza della liturgia della Chiesa da vivere nei vari momenti forti dell’anno. Soprattutto il desiderio di sostare, più a lungo possibile, davanti a Gesù Eucaristico. Infine, sentivo essere “mio dovere” d’interessarmi dei malati, degli anziani e delle persone che si trovano in varie difficoltà. Tutto questo, però, volevo farlo da laico che, dopo aver compiuto il suo lavoro professionale per vivere, impiega il suo tempo rimanente per Dio.

Nella mia cittadina in provincia di Nuoro, a dieci chilometri dal mare, avevo una sartoria ben avviata, con due dipendenti ed apprendisti. Mi sentivo soddisfatto esercitando il mestiere di sarto, lo facevo con passione. Mi ero preparato fin dall’età di diciassette anni frequentando corsi di taglio e cucito e conseguendo i necessari diplomi.

Il lavoro era continuo e si intensificava nell’approssimarsi delle grandi feste annuali, obbligando soprattutto me, quale titolare della sartoria, a fare lo “straordinario” continuo; questo, a lungo andare, mi creò un problema di coscienza, pur sapendo che non era un “male” l’aumento di lavoro per l’aziendina che avevo avviato e che stavo conducendo con successo. Sono stato sempre convinto che è cosa doverosa per ogni persona lavorare per vivere, ma non trovo ragionevole vivere per lavorare e stralavorare per fare sempre più soldi. Il mio caso: il lavoro che facevo in alcune ore notturne, per soddisfare le esigenze dei clienti, nell’imminenza del Natale e della Pasqua, oppure in particolari ricorrenze locali, mi impediva di partecipare, poi, a dette festività che avrei voluto vivere nella preghiera e nella collaborazione alla liturgia parrocchiale.

Pensavo quindi a soluzioni alternative: cercarmi un’occupazione come dipendente, perché finito il mio orario di lavoro avrei potuto dedicarmi alla preghiera, visita ai malati, adorazione eucaristica. Per essere illuminato su tale decisione, mi rivolsi e parlai con un sacerdote amico e gli confidai questo mio disagio assieme al problema della scelta definitiva dello stato di vita trovandomi allora con trentacinque anni di età. Il sacerdote mi ascoltò con attenzione e mi disse: “Ho saputo che i paolini hanno fondato un istituto per laici consacrati che vivono a casa loro e il tuo compaesano Angelo Falchi vi appartiene”.

Un anno dopo (1966) Angelo, che lavorava come infermiere in un ospedale di Torino, ritornò in paese. Andai a trovarlo e gli chiesi le necessarie informazioni circa l’Istituto. Egli mi diede l’indirizzo di don Amorth, sacerdote paolino a Roma, con il quale potevo mettermi in contatto. Non potei andare a Roma subito, però, duetre mesi dopo (vedi la Provvidenza!) partecipai, proprio a Roma, a un convegno di artigiani cattolici, della quale organizzazione ero delegato zonale. Dopo il convegno – era un pomeriggio di settembre – non persi tempo e mi recai in via Alessandro Severo, dove ebbi un cordiale colloquio con don Amorth. Egli, ascoltata la mia storia, m’illustrò ampiamente le finalità dell’Istituto, che era stato fondato otto anni prima. Inoltre mi disse che a Torino i paolini e l’organizzazione SAIE avevano bisogno di persona le per libreria e magazzino.

Le cose che don Amorth mi disse erano proprio quelle che desideravo ascoltare. A quel punto del mio colloquio con don Amorth pensavo di aver ottenuto il massimo per quell’incontro, invece la sorpresa più grossa doveva ancora venire. Egli mi disse: “Ora voglio presentarti a don Alberione” e così in pochi minuti mi trovai, emozionato, davanti al fondatore della Famiglia Paolina.

Ricordo che elogiò le tradizioni cristiane della Sardegna. Ascoltò con attenzione la mia storia vocazionale e le mie difficoltà e mi incoraggiò a entrare nell’Istituto. Io gli feci subito presente che non avevo compiuto molti studi per potermi dedicare all’apostolato delle edizioni, ma lui mi disse con voce autorevole: “Non ti preoccupare, impegnati nella preghiera e il resto lo farà il Signore. Tieni presente che le suore Pie Discepole, notte e giorno, si dedicano all’adorazione eucaristica. I Gabrielini possono dedicarsi a collaborare a tutti gli apostolati della Famiglia Paolina e tu in particolare, che ti senti portato verso la Liturgia e l’Adorazione dell’Eucaristia, potrai condividere l’apostolato delle Pie Discepole del Divin Maestro”. Le “direttive” ricevute dal Fondatore non le ho più dimenticate e da trentaquattro anni ho cercato di attuarle.

Dopo l’incontro con don Amorth e don Alberione presi la decisione di trasferirmi a Torino entro pochi mesi, il tempo necessario per chiudere il laboratorio a casa e dare inizio a questa nuova esperienza. Una volta trasferito a Torino con mansioni di magazziniere presso le Edizioni Paoline e la SAIE, io, che per quasi venti anni avevo predisposto il lavoro ai dipendenti nella mia sartoria, mi trovai a ricevere ordini da altri, sapendo però che chi mi dava ordini li aveva ricevuti a sua volta dai suoi superiori e che il risultato del nostro lavoro era la spedizione, cioè la diffusione di opere ispirate al Vangelo.

In maniera molto ampia ho potuto attuare nel mio soggiorno torinese quanto desideravo riguardo all’apostolato e alla vita spirituale, perché avevo tanto tempo a disposizione ogni giorno dopo la chiusura del magazzino e specialmente il sabato e i giorni festivi. Ho potuto collaborare con la comunità paolina per l’animazione liturgica e ho frequentato in continuazione il magnifico santuario della Consolata e partecipato alle solenni liturgie del Duomo.

Ho potuto collaborare anche con il Centro diocesano per le Vocazioni come membro della Consulta per gli Istituti Secolari. Soprattutto ho preso sul serio il consiglio di don Alberione curando ogni giorno l’adorazione eucaristica che continuo ancora.

Nel 1975, ho iniziato a visitare il Reparto Anziani del Cottolengo facendo assistenza ai degenti; in seguito i Fratelli laici dell’Istituto mi vollero con loro nella Casa di cura. In una di queste visite al Cottolengo ho incontrato Domenico S, che è attualmente fra i Gabrileini, però egli in un primo tempo non accolse la mia proposta, ma accettò di partecipare a un ritiro con i Gabrielini. La cosa non ebbe seguito perché subito egli prese la decisione di fare un’esperienza di vita religiosa comunitaria con i Camilliani. Nonostante questo, continuammo ad incontrarci di tanto in tanto, in un clima di amicizia e ciò per tre-quattro anni. Comprese che la vita comunitaria gli impediva di aiutare la propria famiglia, che si trovava in difficoltà, ma soprattutto capì che la sua vocazione autentica era quella di restare nel mondo e portare, attraverso l’impegno nel lavoro, la sua testimonianza cristiana. Quando Domenico lasciò la comunità dei Camilliani gli dissi chiaramente: “La tua strada è divenire gabrielino; spicciati a decidere”. Infatti Domenico entrò nell’Istituto, ed è felicemente gabrielino, anche, un pochino, per “colpa” mia.

L’Istituto al quale appartengo da trentaquattro anni ha compiuto un cammino al confronto di come l’ho trovato nel 1966. Agli inizi la nostra identità di consacrati chiamati a vivere nel mondo non era ben definita, rischiando di avere comportamenti di vita religiosa comunitaria tradizionale. Ad esempio, circa il nostro stato canonico lo stesso don Alberione ci ammoniva di non comportarci in maniera tale da essere definiti come “frati in borghese”, concetto che anche don Amorth ci ha ripetuto più volte.

Ai nuovi Gabrielini dico di non aver paura a impegnarsi per un cammino volto a migliorare se stessi e, di conseguenza, l’Istituto. Se commettono degli sbagli (cosa umana) trovino il coraggio di ricominciare sempre daccapo.

Tutti dobbiamo crescere nella fede ed essere convinti che possiamo contare sulla continua intercessione di don Alberione per arrivare a quel grado di santità a cui Dio ci ha predestinati. Questo traguardo lo potremo sicuramente e facilmente raggiungere se ci affideremo fiduciosi a Maria perché ci modelli ad immagine del Figlio suo e fratello nostro Gesù».