Testimonianze

  Egidio Gazzola

n. Borgonovo Val Tidone (PC), 28 agosto 1928 † Parma, 2 marzo 2002

 

1. Ecco il profilo di un amico che ci piace definire “rigorista”, non perché fosse specializzato a tirare rigori sui campi di calcio, ma perché era persona intransigente sul piano morale e nei principi cristiani, prima con se stesso e poi con gli altri. Si tratta di Egidio, piacentino puro sangue, che ha lasciato la sua bella Piacenza solo per brevi periodi: le vacanze, ma poi rientro immediato.

Egidio era nato a Borgonovo Val Tidone (Pc) il 28 agosto 1928. Sul piano professionale egli svolse il suo lavoro con coerente impegno e serietà come impiegato presso l’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura a Piacenza. Sul piano ecclesiale il suo apostolato spaziava in vari campi. Formatosi prima spiritualmente, e per lunghi anni, nell’Azione Cattolica, egli poté poi profondere veri “tesori” agli altri, in modo particolare ai “suoi” ragazzi nell’oratorio parrocchiale di San Pietro, nell’assistenza ai poveri per mezzo della San Vincenzo, nelle visite domiciliari ai malati e nella diffusione della buona stampa.

Tutto questo era per lui una missione impreziosita dalla consacrazione a Dio nell’Istituto paolino «San Gabriele Arcangelo». Infatti, in età giovanile egli sentì la chiamata del Maestro Divino e non esitò a seguirlo. Egidio disse che doveva la sua vocazione alla famiglia di una zia paterna: questa lo incoraggiava alla vita di pietà e i cugini/e gli davano esempio: tre di loro furono ordinati sacerdoti e due divennero Figlie di San Paolo.

Appena fondato l’Istituto «San Gabriele Arcangelo», le due cugine suore non tardarono a presentarglielo. Egidio capì che le finalità dell’Istituto coincidevano con i suoi desideri più profondi che pensava tanto di realizzare e così, il 15 agosto 1962, iniziava il cammino di formazione. Egli confidava che l’Istituto era per lui scuola di formazione spirituale; chiesa di appartenenza; magistero che dava ragione ai voti emessi; famiglia, per il clima domestico che lo aveva aiutato molto a superare la solitudine.

Il 15 agosto 1962 entrò in noviziato; il 6 settembre 1964 emise la prima professione dei consigli evangelici nella sontuosa e antica Abbazia benedettina di Vallombrosa (Fi) e il 15 agosto 1969 si consacrò a Dio per tutta la vita nella Casa Sacro Cuore a Fiuggi.

Nel 1996, in pensione e nel meritato riposo, si trasferì presso una piccola chiesa cittadina, non per riposare, ma per essere il custode, per curarne il decoro e favorire la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni eucaristiche e religiose. Gli acciacchi e la malattia lo portarono a trasferirsi presso la Casa di riposo Papa Giovanni XXIII in Piacenza. Per Egidio, qui, si aprì un nuovo campo di apostolato: testimoniare la sua fede tra gli anziani e insegnare loro come si può e si deve amare Dio nella malattia e nell’anzianità.

Leggiamo ora quello che egli testimonia sulla sua vita e vocazione, quale «scriba istruito nel regno dei cieli che è simile a un padre di famiglia che trae fuori dal suo scrigno cose nuove ed antiche” (Mt 13, 52).

 

2. «Ricordo, con gratitudine, i miei genitori e, in particolare, l’affetto con il quale hanno accompagnato la mia crescita e formazione cristiana. Essi hanno compiuto inizialmente il loro dovere per farmi ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana, però, quando ancora fanciullo io smisi di frequentare la chiesa, essi non intervennero con incitamenti o esortazioni.

Divenuto adolescente, le cose cambiarono e di molto, perché verso l’età di 12-13 anni ho ricevuto uno “scossone” che ha provocato in me un radicale cambiamento. Il fatto è questo: a quel tempo mi recai in vacanza presso una zia paterna, una santa donna, madre di sette figli, dei quali tre divennero sacerdoti e due si fecero suore. Vivendo in questa famiglia timorata di Dio, anche se per breve tempo, si risvegliò in me il vivo desiderio di riprendere a frequentare la chiesa e di pregare; soprattutto cominciai a interrogarmi circa il mio posto nella vita. Avvertivo in me un cambiamento, anche se molto informe, o meglio, una “conversione”.

Frequentando per vari anni la zia, ella mi aiutò nel discernimento; mi incoraggiava e il parroco del paese, vedendomi assiduo frequentatore della chiesa, mi diede un libricino dal titolo molto significativo: Verso la luce. Lo lessi e rilessi più volte, felicemente, tanto che fece crescere in me il desiderio di approfondire le consolanti verità della religione cattolica, non solo, ma fece nascere in me anche il desiderio di spendere la mia vita in aiuto ad altri, affinché potessero essere orientati dalle medesime verità.

Dopo il mio risveglio spirituale nell’adolescenza, pur considerato che avevo l’esempio di due cugini camilliani e un altro vincenziano, non ho sentito tuttavia la vocazione sacerdotale né missionaria né monastica. In età giovanile le mie cugine Figlie di San Paolo mi parlarono di un istituto per laici fondato poco tempo prima da don Alberione. M’informai, ovviamente, in dettaglio circa le caratteristiche del nuovo istituto e cosi seppi che si trattava di un istituto laicale paolino i cui membri si consacrano a Dio e professano i consigli evangelici restando nel mondo.

Capii che le sue finalità coincidevano con i miei desideri più profondi che pensavo tanto di realizzare: innanzitutto dare una testimonianza cristiana nel mondo, come mi aveva preparato la lunga militanza nell’Azione Cattolica; poi avere la possibilità, come laico, di stare con i ragazzi dell’oratorio parrocchiale, assistere i poveri, fare visite agli ammalati a domicilio; tutto questo – che già facevo – avrei potuto continuare a farlo pienamente per mezzo della totale donazione a Dio, ma di tipo secolare, cioè vivendo a casa mia.

Alla mia realtà di laico vedo ancora oggi più rispondente la pratica della povertà evangelica “personalizzata”, cioè, poter io responsabilmente decidere il livello sobrio di vita secondo le mie entrate economiche e il mio tenore sociale. Non c’è dubbio che ciò significa per me più insicurezza di vita rispetto a un normale religioso di vita comunitaria.

Per la verità non ebbi molte occasioni d’incontrare don Alberione, però furono essenziali: al momento dell’ingresso nell’Istituto e in occasione degli Esercizi spirituali dei primi anni. Con il passare del tempo, e dopo la sua morte, ho avuto modo di conoscerlo maggiormente, specialmente, attraverso i suoi scritti, e mi rendo conto della sua statura spirituale e del perché la Chiesa lo abbia dichiarato (per ora) “Ve nerabile”[1].

L’Istituto per me è stato:

a) Scuola: il cammino formativo dell’Istituto è stato, una scuola efficace anche se, nei primi tempi, ovviamente, eravamo meno organizzati. Nel caso mio avevo intrapreso anche un corso di preparazione al diaconato permanente; mi accorsi, però, a un certo punto, che le esigenze di una vocazione diaconale (che, benché “permanente” comporta sempre l’ingresso nella “gerarchia”), sono diverse dall’impegno nel mondo che un laico consacrato si assume. E così rinunciai alla meta del diaconato, però, sono assai contento per gli studi compiuti (per circa tre anni), perché hanno migliorato la mia cultura religiosa che ritengo necessaria per una consacrazione nel mondo.

b) Chiesa: pur avendo rinunciato al diaconato permanente, io ho trovato nell’Istituto la Chiesa nel senso più vero perché appartengo a un Istituto canonicamente riconosciuto che dà la “ragione” al mio celibato e agli altri voti. Inoltre, ho sempre considerato la parrocchia come il luogo dove esercitare il mio “ministero” di fatto (liturgia, catechesi, visita ai malati e ai poveri, ecc.), cioè il “servizio della carità” senza avere gli onori relativi al diaconato.

c) Famiglia: veramente negli incontri vari dell’Istituto (Ritiri mensili, Esercizi spirituali, convegni) esperimento un clima familiare che mi sta aiutando molto a superare la solitudine, tipica “bestia nera” della vita di consacrazione secolare. In particolare ho potuto godere dell’aiuto generoso da parte di Gabrielini in momenti di necessità, specialmente nella malattia (ricovero in ospedale e convalescenza); assicuro che la loro collaborazione è stata, oltre che fraterna, ammirevole.

Per concludere, ecco cosa mi sento di poter dire ai giovani amici che anche recentemente sono giunti al l’Istituto. Ho ammirato con gioia i nuovi volti che ringiovaniscono l’Istituto “San Gabriele Arcangelo”. Confido che da parte mia rifarei, senza esitazione alcuna, le scelte della mia giovinezza. Prego e auguro ai nuovi Gabrielini che, pure loro alla sequela del Divin Maestro, possano trovare il senso della loro vocazione e missione per raggiungere la pienezza di vita».



[1] Cfr. Nota 1.